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Articoli di Violairis
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 La figlia di Giàiro e la donna che toccò il mantello di Gesù
Il brano evangelico oggetto del presente studio compare in tutti e tre i vangeli sinottici, dei quali quello di Marco (5, 21-43) ne riporta una versione più lunga, più ricca di particolari, cosa che ne agevola una migliore comprensione e, di conseguenza, rende possibile un maggiore approfondimento del suo significato.
Il brano è formato da due episodi: l’episodio della figlia di Giàiro e quello della donna che toccò il mantello di Gesù, episodi strettamente legati tra loro, che non è assolutamente possibile separare, essendo uniti da un legame che va al di là della mera successione temporale.
Si tratta di un brano dalla struttura particolare, nel quale un episodio si inserisce dentro un altro: l’episodio della donna che toccò il mantello di Gesù è inserito infatti all’interno dell’episodio della figlia di Giàiro, che viene così interrotto per poi proseguire alla fine di quello. Per tale motivo, il tutto può essere visto come una sorta di trittico, quell’opera pittorica consistente in un quadro formato da un pannello centrale, il più importante, e due pannelli laterali, i quali assumono il loro pieno significato in funzione del primo. In questo caso, il pannello centrale è costituito dal racconto della donna che toccò il mantello di Gesù, e i due pannelli laterali dalle due parti dell’episodio della figlia di Giàiro.
Gesù è da poco ritornato da Gerasa, località sull’altra riva del lago di Genezareth, in territorio pagano, dove ha guarito un uomo indemoniato. Si trova quindi adesso sulla sponda opposta, in terra di Israele, dove tanta gente si è radunata ad aspettarlo. E’ appena sceso dalla barca e sta camminando sulla riva, quando uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, gli si avvicina supplicandolo che venga a guarire la sua figlioletta che sta per morire. Gesù subito va con lui, mentre molta folla lo segue e gli si stringe intorno. E’ a questo punto che entra in scena una donna. E’ anonima. Da dodici anni soffre di continue emorragie e nessuno è riuscito finora a guarirla. Nella cultura ebraica il sangue era la stessa vita della persona e la perdita del sangue significa la perdita della vita.
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 Nardo, profumo di vita
Il nardo è un’essenza orientale originaria delle regioni montuose dell’India settentrionale. La pianta del nardo vegeta sui pendii montani dell’Himalaya e da essa si ricavava uno dei profumi più celebri e più pregiati dell’antichità.
Il nardo indiano fu tra i primi materiali aromatici impiegati dagli antichi Egizi come unguento balsamico. Si tratta di una essenza molto densa, dal forte e caratteristico odore dolce e legnoso, molto caldo, intensamente aromatico che, insieme ad altre 10 erbe, era anche impiegata come fumogeno profumante per l'incenso nel Tempio di Gerusalemme. Per il fatto di originarsi ad altissime quote, il nardo era atto a simboleggiare il profumo dell’Amore di Dio, chiamato “profumo effuso” nel Cantico dei Cantici.
Nell’evangelo vi sono tre racconti nei quali si parla di questa preziosa essenza. Ho scelto quello riportato nell’evangelo di Marco:
“E trovandosi Gesù a Betania nella casa di Simone il lebbroso, mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro di olio di nardo genuino molto costoso; rotto il vasetto di alabastro lo versò sul capo di lui. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: «Perché questo spreco di olio profumato? Si poteva infatti vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse:«Lasciatela stare; perché l’infastidite? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi, e quando volete potete far loro del bene, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la mia sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato l’evangelo, si racconterà pure ciò che ella ha fatto in ricordo di lei ». (Mc 14, 3-9. Cfr. anche Mt 26, 6-13 e Gv 12, 1-8).
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 La vittoria degli sconfitti
Messo a tacere definitivamente Giovanni il battista, Erode Antipa pensa di dormire sonni tranquilli. Invece è assalito dagli incubi e dai fantasmi, perché la voce che credeva di aver ridotto al silenzio, ora risuona più potente che mai nella figura di Gesù, nel quale il re, nelle sue ossessioni, pensa di riconoscere il Battista: “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!” (Mc 6,16). Un Battista ben più potente di quel che lui ha assassinato, perché “la potenza di Dio agisce in lui. ” (Mc 6,14).
Il potere, da sempre, pensa di mettere a tacere le voci di dissenso spegnendole, eliminando, quando è possibile anche fisicamente, la persona che ha il coraggio, in ogni epoca, di gridare “Non ti è lecito!” (Mc 6,18)
Ma la vita è più forte della morte, come la luce è più potente delle tenebre, e il potere non sa che quando soffoca una voce, Dio ne suscita una ancora più potente di quella soffocata. Per questo la verità si fa sempre avanti e ha la meglio sulla menzogna, anche quando questa menzogna viene imposta come verità ufficiale.
Ma i potenti sono stupidi, non perché siano affetti da deficit mentale, ma perché pensano solo alla propria convenienza immediata, cosa che è appunto la caratteristica dei potenti. Per questo la stupidità spinge i potenti a perpetrare l’errore di eliminare ogni voce che sia loro contraria o che denunci il loro comportamento. Stupidità che li rende più pericolosi dei malvagi. I cattivi possono diventare buoni, gli stupidi lo restano per sempre.
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 La morte di Gesù (II Parte)
A Gesù fecero un doppio processo: religioso e civile. E in ognuno di essi si diede una ragione distinta della condanna a morte.
In quanto al processo religioso, è chiaro che la condanna fu decisa dal momento in cui Gesù affermò di essere “il messia, il figlio di Dio benedetto” (Mc14,61-62). I dirigenti religiosi interpretarono queste parole di Gesù come un’autentica bestemmia. Però, al fondo della questione vi è un’altra cosa. Nell’elenco delle azioni che avrebbe compiuto il messia vi era che avrebbe fatto piazza pulita dei sommi sacerdoti. Li avrebbe eliminati fisicamente tutti quanti. Quindi, i sommi sacerdoti avevano il terrore che venisse il cristo, il figlio di Dio, e se da un lato predicavano alla gente: “Preghiamo perché venga il messia,” dall’altro, appena vedevano qualcuno che potesse assomigliare al messia, lo ammazzavano. Qui il sommo sacerdote gli domanda: ”Sei tu il messia, il figlio di Dio benedetto?”. “Figlio di Dio” non implica la divinità di Gesù. Figlio di Dio era un’espressione che indicava “protetto da Dio”. Gesù risponde: “Io lo sono!” e aggiunge “E vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”. Egli cita il salmo110, dove il Signore diceva al messia: “Siedi alla mia destra”. In Oriente, sedere alla destra di qualcuno significava avere la stessa autorità. Pronunciando queste parole, Gesù stava affermando che Dio stava dalla sua parte e che dava ragione a lui. E, pertanto, stava affermando che i dirigenti erano nel torto. Ma questo è ciò che quei dirigenti non poterono tollerare. Il vedersi squalificati come rappresentanti di Dio fu ciò che li spinse a condannare Gesù. “Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo …” (Mc 14,65) Avevano perso ogni ritegno. E’ l’odio della religione contro Gesù: “è intollerabile, sei venuto a distruggerci. Noi stiamo così bene, siamo riusciti tanto bene a far credere alla gente che Dio è dalla nostra parte. Che Dio vuole i sacrifici così noi ci ingrassiamo. Tu adesso ci stai rovinando tutto quanto”. Ecco l’odio che esplode.
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 La morte di Gesù (I Parte)
Che la passione e la morte di Gesù occupano uno spazio importante nella vita di molti cristiani, è una cosa evidente. Chi non ha un crocifisso nella propria casa? Chi non ha sperimentato mai una certa emozione religiosa al pensiero delle scene della passione e della morte di Gesù? Tutto questo è abbastanza noto e ci risulta anche familiare. Tuttavia, riflettendo su questo fatto, si comprende che qui manca qualcosa. Com’è possibile che la passione e la morte del cristo siano cose tanto importanti per molte persone, senza che ciò si noti nella loro vita? Veneriamo il crocifisso, tanti di noi lo portano al collo, leggiamo con rispetto i brani della passione, però nulla di ciò trasforma la nostra vita e ci rende migliori. Cosa manca qui allora? Una cosa è certa: la croce è stata convertita in un oggetto sacro che merita rispetto e venerazione. E’ stata posta nei templi, collocata sopra gli altari, si è giunti persino a farne oggetto di onore e di prestigio, ponendola come decorazione delle maestose cattedrali, sul petto dei grandi di questo mondo e persino come onorificenza di dittatori e tiranni. In questo modo la croce è venuta a perdere il suo significato originale. Da strumento di tortura e riprovazione se n’è fatto un distintivo di onore, di grandezza e di potere. Per i primi cristiani la croce fu uno scandalo e una pazzia. Ma dopo, col passare del tempo, questa stessa croce si è convertita nell’ornamento più prezioso che rifinisce la corona degli imperatori. Sta qui il segno più palese della perversione radicale che ha sofferto il cristianesimo nella coscienza di molte persone. Ma c’è dell’altro. Non abbiamo soltanto sacralizzato la croce, privandola della sua forza eversiva e rivoluzionaria, ma l’abbiamo anche manipolata a beneficio dei potenti. Come è stato detto molto bene, pochi argomenti di teologia sono stati tanto manipolati e falsati nella loro interpretazione come quello della croce e della morte di Gesù. Specialmente le classi opulente e potenti hanno utilizzato il simbolo della croce e il fatto della morte redentrice del cristo per giustificare la necessità della sofferenza e della morte nell’orizzonte della vita umana. Per questo, con troppa frequenza si sono esortati i contadini, gli indios e gli schiavi negri ad accettare la sofferenza come la “loro croce”, e a non ribellarsi contro di essa. Così, sentiamo dire, con devozione e rassegnazione, che ognuno deve caricarsi della sua croce ogni giorno, che l’importante è vivere con pazienza e rassegnazione, e, ancor più, che per mezzo della croce, ossia della sofferenza, giungiamo alla luce e ripariamo l’infinita maestà di Dio, offesa per i nostri peccati e quelli del mondo. In questo modo si è sviluppato, in seno al cristianesimo, una mistica della croce che ha finito per portare a considerare la religione “oppio del popolo”, cosa che spiega perché Karl Marx giunse a dire:” La religione è il gemito della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come lo spirito di situazioni prive di spirito”. E’ la conseguenza inevitabile di una mistica della croce radicalmente disorientata e disorientante.
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 Croce, Albero della Vita
L’immagine con la quale i vangeli esprimono la radicalità del messaggio di Gesù è la croce. Immagine che purtroppo lungo i secoli è stata vuotata del suo contenuto.
Eredi di un cristianesimo non proposto ma imposto, dove la sequela di Gesù da libera scelta per pochi è stata trasformata in obbligo per tutti, senz’altra alternativa che non fosse quella del castigo dell’inferno, anche la croce, da passaggio inevitabile per quanti vogliono vivere seguendo l’esempio di vita di Gesù, è diventata una minaccia che grava su tutti. Se c’è un’immagine distorta di Dio che deforma il suo essere e il suo agire nei riguardi degli uomini, è infatti quella – ancora abbastanza radicata – del Dio che “manda” le croci: è infatti facile udire nel linguaggio di tutti i giorni frasi quali: “ognuno ha la sua croce”; “è la croce che il Signore ci ha dato”, in cui per “croce” si intendono le tribolazioni che accompagnano il cammino della nostra vita.
Ma se confrontiamo il nostro pensare e parlare con quanto insegnano i vangeli, vediamo che in essi mai viene associata la figura della “croce” al dolore che colma le nostre vite. Nel Nuovo Testamento non si trova una sola espressione che identifichi la croce con il patire e il soffrire presenti nell’esistenza di ogni creatura. Le sofferenze, le malattie, i lutti vengono sempre chiamati col loro nome e non vengono mai equivocati con il significato che la “croce” ha assunto nell’insegnamento e nella morte di Gesù.
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La forza dell’amore: la vicenda di Rizpà
Nel ventunesimo capitolo del secondo libro di Samuele vi è una storia atroce e rappacificante. Si narra che al tempo di re Davide ci fu una carestia lunga tre anni. Il sovrano ne chiese il motivo al Signore. Si sentì rispondere che ciò avveniva perché il suo predecessore, Saul, aveva violato un giuramento fatto da Giosuè con i Gabaoniti al tempo dell’ingresso del popolo d’Israele nella terra di Canaan. Questa popolazione, con uno stratagemma, era riuscita a farsi garantire la vita, sia pure a prezzo di una costante umiliazione (Cfr. Gs 9, 3-27). Saul, violando la promessa, aveva però cercato di sterminarli. Davide chiede ai Gabaoniti cosa deve fare per riparare il torto. Essi rispondono che non è questione né di oro, né di argento. La colpa va ripagata con il sangue; domandano perciò che fossero loro consegnati sette discendenti di Saul da impiccare sul monte Gabaon. Il re accetta. A motivo del giuramento da lui fatto al suo compianto amico Gionata (cfr. 1Sam 18, 1-4), esclude però il figlio di quest’ultimo, lo storpio Merib-Baal (cfr. 2Sam 9,3). Davide prese due figli partoriti a Saul dalla concubina Rizpà e cinque nipoti del suo predecessore e li consegnò ai Gabaoniti. Essi li impiccarono tutti e sette «davanti al Signore», al tempo della mietitura dell’orzo. Dopo averli uccisi li lasciarono esposti.
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 Paolo e i problemi della cristologia (parte seconda)
Che l’esistenza di Gesù in questo mondo si spiega perché egli è il Salvatore, è qualcosa di molto chiaro e fondamentale in tutto il Nuovo Testamento. Ma da cosa ci ha salvato il cristo? La risposta che le teologie classiche hanno dato a questa domanda, si può riassumere dicendo che il cristo ci ha salvato dal peccato e dalla condanna, per mezzo dell’azione che lo stesso cristo esercitò su Dio. Questa azione consistette nella morte in croce, che fu accettata da Dio come un “sacrificio religioso” mediante il quale Dio stesso, placato nella sua collera, cessò di essere adirato contro di noi peccatori. Così, Dio ci perdona e ci ricambia il suo amore. Cosa che ovviamente vuol dire che l’efficacia della salvezza si attribuisce a un’azione (la morte del cristo) che sale dalla terra al cielo e che cambia Dio. In questo modo, però, l’azione salvatrice diventa un’azione che si esercita su Dio per piegare il suo atteggiamento, il che suona come una specie di interpretazione “mitologica”. Inoltre, la salvezza (così intesa) viene ad essere un’azione divina (il sacrificio del figlio al Padre) che risulta essere un “aggiustamento di conti” tra Dio e Dio, di modo che gli uomini ricevono i benefici di questa salvezza a modo di conseguenza e in forma di grazia soprannaturale e invisibile. Ne consegue che, se effettivamente la salvezza si è realizzata in questa maniera, l’intervento umano dell’uomo Gesù resta marginale, per non dire annullato. E se la salvezza si è realizzata e situata nell’ordine soprannaturale, divino e invisibile, le conseguenze visibili e palesi di tale salvezza possono restare anche fuori della nostra portata. Cosa che chiunque avverte senza difficoltà. Perché, in definitiva, in cosa si nota che siamo salvati? Si avverte qualche differenza tra chi accetta la salvezza e si crede salvato, e chi non crede in questo né lo accetta? Secondo la teologia di Paolo, la salvezza si ottiene “per la fede”. Naturalmente, se questo è effettivamente così, si può dire che, sociologicamente, i paesi cristiani vivono in modo che in essi si avverte qualche tipo di salvezza che non si nota in assoluto negli altri paesi del mondo? O è che la salvezza è effettivamente una realtà soprannaturale e invisibile, senza nessuna forma di presenza in questo mondo?
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 Paolo e i problemi della cristologia - Parte prima
E’ un luogo comune parlare della “conversione” di Paolo sulla via di Damasco. Naturalmente le tre versioni di questo avvenimento che compaiono negli Atti degli Apostoli non sono che la narrazione in forma romanzata dell’esito di una lunga e complessa maturazione. Ma quel che gli accadde lì fu una “conversione”, nel senso proprio di questa parola? Certamente, allora, mutò il suo atteggiamento verso i cristiani, cambiò radicalmente la sua mentalità e la sua vita, ma si modificò anche radicalmente la sua idea di Dio e la sua esperienza di Dio? Paolo continuò a credere nel Dio di Israele o iniziò a vedere Dio in un altro modo? E’ fuor di dubbio che il Dio, di cui parla Paolo, spiegando il tema centrale della giustificazione per la fede, è il Dio di Abramo (Rom 4, 1-22; Gal 3, 6- 9. 18), il Dio delle promesse fatte ad Abramo, il Dio “dei nostri padri.” Egli continuò a credere, quindi, nel Dio nel quale aveva sempre creduto e a vivere la religione nella quale era stato educato, anche se il suo modo di relazionarsi con questo Dio non fu quello stesso di un israelita normale di quel tempo. In questo senso, allora, è corretto dire che Paolo non sperimentò alcuna conversione e continuò a essere fedele alla fede di Israele. E’ vero che, a partire dalla sua “conversione”, quando Paolo parla della fede, si riferisce alla fede che ci giustifica. E questa fede è la fede “di Gesù cristo” o “in Gesù cristo” (Rom 3, 22; Gal 2, 16; Gal 3, 22; Fl 3, 9). Però non è meno certo che Paolo intende la fede come “la fede di Abramo.”
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 Le tentazioni di Gesù nell’evangelo di Marco
“Immediatamente lo Spirito lo sospinse nel deserto, e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato dal satana, e stava con le bestie e gli angeli lo servivano.” (Mc 1,12-13)
Sono versetti brevi ma densi quelli con i quali Marco ci presenta le immediate conseguenze del battesimo di Gesù nel Giordano. L’impegno da questi assunto di essere fedele al Padre fino al dono totale di sé ha avuto come risposta da parte di Dio la comunicazione del suo Spirito, ossia di tutta la sua forza d’amore (Mc 1,9). Ed è questo Amore a sospingere Gesù verso un luogo deserto, dove, nella solitudine e nel silenzio, poter star solo con il Padre. E’ il bisogno di fare il vuoto dentro di sé, per poter lasciare andare ogni cosa, e lasciar essere Dio. E’ la ricerca di raccoglimento, che tradisce una lotta interiore. Gesù frequenta i deserti per imparare ad abbandonare. Egli abbandona le immagini di come dovrebbe comportarsi il messia, di come dovrebbe essere il Regno, di come un uomo dovrebbe trattare una donna, di come le donne meritano di essere trattate. L’importanza del deserto, come luogo di svuotamento di sé e di incontro intimo e profondo col Padre è sottolineata dalla ripetizione del termine, ma il deserto di Marco è anche un luogo teologico, col quale l’evangelista intende trasmettere una verità. Come Dio aveva condotto il popolo d’Israele nel deserto dopo il passaggio del mar Rosso, ora è lo Spirito, che Gesù ha ricevuto nel battesimo, a condurlo nel luogo che nella tradizione d’Israele era quello della prova alla quale Dio aveva sottomesso il suo popolo: “Ricordati di tutto il cammino che Yahvé tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.” (Dt 8,2.16).
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 Vivere nella fede
La Bibbia ci presenta mondi lontani; o meglio, essa, non di rado, ci prospetta realtà tanto prossime ai moti che avvertiamo dentro di noi, quanto distanti dalle maniere in cui le chiese ci hanno presentato la fede.
Si legge nel secondo Libro dei Re (2Re 20, 1-11; Is 38) che Isaia fu inviato a Ezechia, gravemente malato. Il profeta si presentò allora al re di Giuda, ma dalla sua bocca non si udirono parole di conforto rivolte al giusto sofferente. Risuonò invece una sentenza secca e implacabile: «Da’ disposizione per la tua casa, perché tu morirai e non vivrai» (2 Re 20,1). La reazione del pio Ezechia non è docile, non risponde: «sia fatta la tua volontà», non dichiara che si devono accettare sempre e comunque gli imperscrutabili disegni divini. Al contrario, il re voltò la faccia verso la parete e pregò presentando a Dio la propria rettitudine. Ezechia non chiede di essere scampato. Con le sue parole, egli implicitamente dice: se mi fai morire a metà della mia vita (Is 38,10 ) come è possibile che sulla terra si palesi la tua giustizia? Detto ciò scoppiò in pianto. A quell’epoca cessare di vivere significava perdere tutto ed essere precipitati in una regione infera (lo sheol) separata da ogni relazione con Dio (Is 38, 18-19). Per Ezechia preghiera e pianto erano entrambe forme di congedo dalla vita: dopo non ci sarebbe stato spazio né per l’una né per l’altra.
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 Le nozze di cana
Il terzo giorno, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora ». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei giare di pietra, disposte dai Giudei per la purificazione, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare». Ed essi le riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (ed egli non sapeva di dove venisse, ma lo sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti offrono prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, quello meno buono; tu, invece, hai conservato il vino buono fino ad ora».
Gesù fece questo primo dei suoi segni in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2,1-11)
Quello delle nozze di Cana è senz’altro uno degli episodi evangelici più conosciuti, nel quale si narra il primo dei sette “miracoli” che Gesù compie nel quarto evangelo. Tante volte lo abbiamo letto e ascoltato, ma tutte le volte ci ha lasciati un po’perplessi. Come mai proprio il primo “miracolo” è così modesto? Sorprende, infatti, lo strano modo che Gesù sembra avere di “manifestare la sua gloria,” dando vino a gente già ubriaca. L’episodio, inoltre, contiene alcune incongruenze e singolarità: Gesù chiama la propria madre “Donna”, oppure, afferma che non è giunta la sua ora, ma compie il miracolo; la madre, dopo aver sentito la risposta di Gesù, dice ai servitori:«qualsiasi cosa vi dica, fatela ».
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 Gesù, tenerezza di Dio
Come si sa, l’Antico Testamento adopera anche l’immagine della madre e della donna per descrivere l’azione di Dio (Ger 31,20; Is 66,12-13a; Is 49,15; Is 25,8).
Nei vangeli la maternità di Dio, la sua compassione, è mostrata con l’uso di un verbo greco (splanchnizô) che indicava lo sconvolgimento delle viscere provocato da un’intensa emozione, verbo che, per il suo rinvio all’utero e al grembo materno, era tipicamente riferito alle donne. I vangeli lo utilizzano per descrivere la commozione di Gesù di fronte alle folle stanche e sfinite, come pecore senza pastore (Mt 9,36), di fronte alle folle che lo seguono (Mt 14,14) e che non hanno da mangiare (Mt 15,32), nella Parabola del Padre misericordioso (Lc 15,20) e nella Parabola del Samaritano (Lc 10,33). Ma gli evangelisti si servono anche di un’altra immagine per presentare il volto femminile e materno di Dio, un’immagine particolarmente tenera e dolce.
Matteo e Luca, quando raccontano di Gesù che si avvicinava a Gerusalemme, dove egli sapeva che l’attendeva una tragica fine, pongono in bocca proprio a Gesù alcune parole di profezia e lamento che risultano commoventi: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua nidiata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per essere lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Lc 13, 34-35; cfr. Mt 23, 37-39).
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 Ma siamo veramente liberi?
La discussione sull’esistenza del cosiddetto libero arbitrio, uno dei misteri più antichi e affascinanti del pensiero umano, è ancora oggi una questione aperta. A testimoniarlo un interessante articolo apparso nel novembre scorso sulla rivista mensile Le Scienze, a firma del genetista Edoardo Boncinelli. La possibilità di prendere consapevolmente una decisione ci appare come uno dei dati più naturali e incontrovertibili, eppure, le più recenti acquisizioni delle neuroscienze contemporanee sembrano averla messa seriamente in crisi, e con essa l’esistenza stessa della libertà. La conoscenza più approfondita dei meccanismi neurali e biologici alla base delle nostre azioni ha avuto infatti l’effetto di mettere in discussione l’idea che gli esseri umani possano davvero scegliere e agire liberamente, in piena autonomia, gettando un’ombra sulla nostra capacità di intendere e di volere autonomamente.
Tutto è cominciato, racconta Boncinelli, agli inizi degli anni ottanta quando all’Università della California a San Francisco, venne analizzato l’elettroencefalogramma di una persona che doveva decidere se premere o non premere un pulsante. Ci si rese conto allora che una parte del cervello del soggetto in questione mostrava un segnale di tipo «motorio» più di mezzo secondo prima che quello premesse effettivamente il pulsante e un terzo di secondo prima di quando il soggetto stesso si dichiarava convinto di aver preso quella decisione. Si trattò di una serie di esperimenti molto discussa, anche perché erano stati realizzati quando le tecniche per mettere in risalto gli eventi cerebrali erano ancora primordiali, ma il dubbio era stato insinuato.
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 Il cristianesimo non è un libro
È diventato usuale definire le religioni monoteiste come le “Religioni del Libro”, in quanto queste si rifanno a un testo sacro che si ritiene rivelato da Dio stesso. Questo Libro, contenente la volontà divina, è la norma di comportamento per ogni generazione di credenti, anche se mutano i contesti sociali e le situazioni nelle quali gli uomini si trovano a vivere. Il Libro è la parola definitiva e immutabile data da Dio millenni o secoli fa ai bisogni e agli interrogativi dell’uomo, anche quando questi non riceve una risposta razionale. I precetti, gli obblighi e soprattutto le proibizioni e i divieti vanno osservati in quanto tali, anche quando non si trova una loro logica, o una risposta razionale e anche quando si oppongono, o perlomeno limitano, il bene e la felicità dell’uomo. Il Libro pertanto non si discute, si accetta. Il Libro non richiede comprensione, ma obbedienza, non logica, ma fede, perché, quando un testo viene ritenuto espressione definitiva della volontà divina, esso non è tenuto a dare spiegazioni. È così perché così è scritto, e l’uomo deve sottostare a un ordinamento incomprensibile anche quando è per lui causa di sofferenza: il rispetto della dottrina prevale sul bene concreto dell’uomo. Quando la vita dell’uomo entra in conflitto con l’ordinamento divino espresso dal Libro, è l’uomo che viene sacrificato per il rispetto e l’onore dovuti al Libro e al suo Autore.
Ma è possibile definire “religione del Libro” anche il cristianesimo?
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 Il miracolo della fede
«Se aveste fede quanto un granello di senape…» (Lc 17, 6)
A volte ci sono frasi dell’evangelo, espressioni paradossali, che se si ha il coraggio di prendere nel loro significato più letterale, assumendole parola per parola, dischiudono tutto il loro senso più profondo. Come si sa, la senape è seme minuscolo. Altrove nell’evangelo questa sua piccolezza è citata per riferirsi alla crescita prodigiosa del regno (cfr. Mt 13, 31). Qui no. Essa continua a indicare una dimensione piccolissima, ma lo fa per attestare che la nostra fede è persino al di sotto di quella esigua misura. L’immagine vuole porre in luce la scarsità della fede dei discepoli. Se volessimo incrociare, un po’ arbitrariamente, le due immagini, si sarebbe tentati di dire che se il regno non cresce o si sviluppa solo come arbusto sofferente, ciò avviene perché la fede di noi discepoli è ancor più piccola di un granellino. La frase pronunciata da Gesù nell’evangelo di Luca è la risposta ai discepoli che gli chiedono: «Aumenta la nostra fede». Ma proprio le parole di Gesù attestano che l’immagine della crescita della fede non è quella più profonda. Ce lo dice un episodio dell’evangelo di Marco.
Un padre porta davanti a Gesù il proprio figlio, vittima, sin dall’infanzia, di un demone muto che lo scuote e lo minaccia. Ogni tentativo di curarlo è risultato vano e il padre supplica Gesù di guarirlo. Gli chiede aiuto a favore di una creatura incapace di farlo da sé. Il vangelo è pieno di grida di chi chiede la guarigione per se stesso. Non però qui, quando il soggetto è colpito nella sua stessa capacità di domandare. Il mutismo del figlio obbliga il padre a parlare. Impotente a soccorrerlo, il genitore chiede aiuto ad altri. Prima si rivolge ai discepoli di Gesù, ma essi falliscono, allora interpella direttamente il Maestro che risponde duramente, tacciando d’incredulità la propria generazione. Nel dialogo successivo il padre, rivolgendosi al Maestro, dice: «Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».
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 Il potere del figlio dell’uomo
Nei vangeli spesso incontriamo Gesù impegnato in controversie con rappresentanti della religione. La prima di queste controversie la troviamo all’inizio del capitolo IX dell’evangelo di Matteo (Mt 9,1-8), dove l’evangelista narra che, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. È la città dove Gesù abitava, Cafarnao (“andò ad abitare a Cafarnao”, Mt 4,13), dove ha operato, ma è anche la città che non gli ha creduto: “E tu Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino all’Ade sarai precipitata” (Mt 11,23).
Che questo scontro abbia luogo nella città di Cafarnao non è un caso: a Cafarnao c’è la sinagoga e la sua dottrina ufficiale esercita un influsso nefasto sugli abitanti, rendendoli impermeabili all’azione di Dio.
Ed ecco gli portarono un paralitico steso sul letto. Gesù vista la loro fede, disse al paralitico: “Coraggio, figliolo, ti sono cancellati i tuoi peccati”.
L’eco delle azioni vivificanti di Gesù si diffonde (“conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì”, Mt 4,24) e quanti, come il paralitico, sono considerati come dei morti che respirano ma allo stesso tempo sono desiderosi di vita, si avvicinano a Gesù.
Ed ecco, alcuni scribi dissero fra sé: “Questo bestemmia”.
Immediatamente, si scatena il contrattacco contro questa tremenda azione compiuta da Gesù, il cui comportamento rischia di scardinare il rigido e preciso cerimoniale col quale l’uomo doveva chiedere perdono a Dio. È la prima volta che Gesù s’incontra con un gruppo di scribi, ovvero i teologi ufficiali, ed è subito scontro. Quali custodi del testo sacro, gli scribi si ritenevano conoscitori e interpreti della Parola di Dio ed erano considerati possedere la competenza e l’autorità giuridica per spiegare la Legge, interpretarla ed applicarla.
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 Dio si è fuso con l’umano
Quando si affrontano argomenti di cristologia, la domanda che sorge subito, spontanea è: ma Gesù è Dio? Ponendoci questa domanda, però, esprimiamo, in realtà, una contraddizione, quella che nasce dalla pretesa di spiegare Gesù, un personaggio storico abbastanza conosciuto, con una realtà assolutamente sconosciuta. Perché di Dio non sappiamo nulla. E invece la domanda “Gesù è Dio?” presuppone che si sappia cosa è Dio. Ma noi non sappiamo cosa è Dio, come è Dio, chi è Dio. La domanda, perciò, è priva di senso.
Per definizione Dio è il “Trascendente”. E il “Trascendente” vuol dire essenzialmente quello che trascende, che è al di là della nostra capacità di comprensione. Perché il “Trascendente” e il “trascendentale” è ciò che si situa oltre i limiti della nostra conoscenza sperimentale e dimostrabile; è una realtà che non conosciamo. Noi siamo immanenti e non possiamo uscire dalla nostra immanenza. Dall’immanenza possiamo solo pensare, dire e spiegare “l’immanente”. Ne consegue che il “trascendente” è “l’assolutamente altro” in relazione all’“immanente”, che è quanto ricade sotto la nostra capacità di conoscenza. Il problema di Dio, tuttavia, non sta nella sua trascendenza, nel suo essere concettualmente irraggiungibile: se Dio non fosse il Trascendente, non sarebbe Dio.
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 Il vangelo di Giovanni e la Chiesa dei primi secoli
Per molti, in passato, la Chiesa commise un errore nell’annoverare tra i vangeli canonici anche quello di Giovanni. La diffidenza verso una teologia così diversa da quella degli altri evangelisti, con la radicale opposizione a ogni forma di istituzione religiosa e al tempio (Gv 4,21), e, per di più, con l’accoglienza degli eretici samaritani, non solo rendeva ripugnante per i Giudei la comunità nata dal vangelo di Giovanni, ma la faceva ritenere sospetta agli occhi della chiesa nascente.
Sotto il pontificato di papa Zefirino (199-217) ci fu persino chi, come il presbitero romano Gaio, rigettò il vangelo attribuendolo non a Giovanni ma all’eretico Cerinto. Di fatto, il più antico commento al vangelo di Giovanni è stato scritto intorno al 160 da Eracleone, un discepolo di Valentino, fondatore di una conosciuta comunità gnostica. Molti cristiani gnostici, infatti, rivendicavano a sé il vangelo di Giovanni e lo usavano come fonte principale del loro insegnamento (Ireneo, Adversus Haereses, III,11,7). Altri invece, come Tolomeo, anch’egli discepolo di Valentino, attribuivano il IV vangelo all’apostolo Giovanni (Ireneo, Adv, Haer., I,8,5). Ma i circoli ecclesiastici più ortodossi lo vedevano con diffidenza, sospettando che fosse un vangelo antistituzionale, che prendeva le distanze dalla struttura gerarchica che nella Chiesa andava formandosi.
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 Il sacerdozio di Israele
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, i quali, dopo averlo spogliato di tutto, e averlo percosso a sangue, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella strada e, quando lo vide, passò oltre. Ugualmente, anche un levita, che giungeva in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto e vedendolo ne ebbe compassione.….»(Lc 10,30-33).
Questo brano dell’evangelo di Luca, tratto da uno dei racconti che più caratterizzano il suo scritto, getta una luce inquietante sul sacerdozio d’Israele. Una luce cupa, non tanto sui due personaggi addetti al culto nel Tempio di Gerusalemme, il sacerdote e il levita, quanto sull’intera casta sacerdotale giudaica, la cui scrupolosa osservanza delle norme di purità legale giustificava atteggiamenti disumani. Secondo il filo narrativo della parabola, infatti, se i briganti avevano lasciato mezzo morto il malcapitato, il sacerdote e il levita, non prestandogli aiuto, gli assestavano il colpo mortale. Con poche parole e in maniera indiretta, Luca mostra cosa si nasconde dietro il fasto delle sacre liturgie al Tempio: il totale disinteresse per la vita e il bene degli esseri umani. Tale constatazione sulla realtà del sacerdozio d’Israele, insieme alla denuncia che Gesù farà del Tempio di Gerusalemme quale «covo di ladri» (Lc 19,46), paragonando i sacerdoti a dei briganti che nascondono nel tempio di Dio la loro refurtiva, spiega perché tutto ciò che riguardi il culto giudaico sia praticamente ignorato dagli evangelisti. Nonostante l’importanza del sacerdozio per lo svolgimento del culto nel Tempio di Gerusalemme, i sacerdoti sono appena ricordati nei vangeli. Più citati sono invece i sommi sacerdoti, presentati sempre in un contesto conflittuale con Gesù, come Anania (reso in italiano con Anna) e Caifa, quello che gli darà la morte.
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