Trinità: un dissenso possibile?
Ho letto con grande interesse e profitto la risposta che il professor Ricca ha fornito agli interrogativi del signor Giovanni Verbena circa l'annosa e complessa «questione trinitaria» (cfr. Riforma n. 8 del 26 febbraio 2010). Vorrei soffermarmi sui contenuti di tale intervento, sottolineandone gli aspetti indubbiamente apprezzabili così come le affermazioni che credo possano essere ritenute opinabili. Anzitutto, dunque, le considerazioni positive circa la consueta ponderatezza e profondità con cui il professor Ricca affronta l'argomento.
- In primo luogo, il professor Ricca ripercorre con estrema capacità di sintesi ed onestà intellettuale la genesi storica del dogma trinitario, rimarcando senza tentennamenti il fatto che esso «venne imposto (...) come legge statale dall'imperatore». Per quanto, difatti, la disputa sia da considerare di natura teologica, la sua soluzione contemplò anche aspetti socio-politici: al punto che, come opportunamente ricorda Ricca, «non credere nella trinità divenne non solo una posizione eterodossa, ma un crimine politico». Credo si tratti di una sottolineatura fondamentale al fine di evitare impropri riferimenti alla «verità» stabilita dal dogma: parola, questa, che sarebbe opportuno utilizzare con più cautela, dal momento che le decisioni dei primi concili determinarono l'affermazione di un'interpretazione delle Scritture rispetto ad altre, non la sua incontestabile veridicità.
- In seconda istanza, il professor Ricca riconosce con schiettezza la necessità che «il linguaggio tradizionale della dottrina trinitaria (...) [venga] ripensato», tenendo in debito conto il fatto che «il suo contenuto, però, è assolutamente conforme al messaggio cristiano». Si tratta, in entrambe i casi, di affermazioni del tutto condivisibili: a patto che la conformità della dottrina trinitaria al messaggio neo-testamentario non si traduca in una piena coincidenza che rivendica assolutezza.
- Con l'umiltà che lo contraddistingue, poi, il professor Ricca afferma che, pur essendo personalmente dell'idea che non sia possibile dirsi cristiani senza credere nella trinità, non intende comunque «ridurre l'essere o il non essere cristiano all'accettazione o meno di una dottrina», giacché, come dice più avanti, «i cristiani si riconoscono dai frutti più che dalle dottrine». Trovo che questo sia un atteggiamento che, più di ogni altro, consente il dialogo, accoglie il dissenso quand'esso si riveli argomentato ed evita lo sterile arroccamento su posizioni contrapposte.
Vengo dunque ai punti che, a mio giudizio, potrebbero essere più attentamente discussi ed approfonditi.
- Che il problema della divinità di Gesù (non ancora la sua articolazione nella dottrina trinitaria), come sostiene il professor Ricca, sia stato sollevato sin dall'inizio della storia del cristianesimo, è senz'altro vero: questo rende necessario che non si trascuri la sua natura, per l'appunto, problematica. Ovverosia: è palese che, trattandosi di una «vexata quaestio», di una questione controversa, la quale richiese addirittura la convocazione di diversi concili atti a dirimerla, il dubbio sussisteva. E sussisteva, chiaramente, in seno al cristianesimo primitivo, non al di fuori di esso. Ragion per cui sembra lecito supporre che almeno una parte del cristianesimo delle origini, in conformità alle sue radici ebraiche, non confessò Gesù come Dio. Questa posizione, inizialmente legittima, fu dichiarata eterodossa soltanto in seguito, giacché l'ortodossia venne configurandosi e definendosi progressivamente, nell'evolversi di un processo articolato, spesso conflittuale e, in ogni caso, tutt'altro che lineare. Pertanto risulta plausibile immaginare che, originariamente, vi fu una parte del movimento cristiano che non riconobbe la divinità di Gesù: non, almeno, nei termini stabiliti, successivamente, dai consessi conciliari, le cui decisioni, come abbiamo accennato, non furono determinate da ragioni esclusivamente teologiche.
- Ecco perché ritengo, a differenza di quanto sostiene il professor Ricca, che sia possibile dirsi cristiani anche astenendosi dallo sposare senza riserve la prospettiva trinitaria, così come essa è stata formulata e codificata nell'arco dei primi concili. Pur essendo pienamente d'accordo circa il fatto che sia «fondamentale che il Dio creduto e confessato dai cristiani sia quello rivelato da Gesù», sono altresì persuaso che ciò non significhi, necessariamente, confessare Gesù come Dio. Al fine di chiarire tale affermazione, lascio che a prestarmi le parole sia il teologo cattolico salvadoregno Jon Sobrino, di recente sollevato dall'incarico di docente di teologia sistematica proprio a motivo delle sue affermazioni cristologiche, giudicate non conformi all'ortodossia: «Bisogna considerare seriamente -sostiene Sobrino- il fatto che Gesù è il Figlio e non il Padre» [Tratto da: SOBRINO, J. Cristologia desde America Latina, México, 1977, p. 296 – traduzione mia].
- Vengo così all'ultimo rilievo critico: credo che sia piuttosto discutibile sostenere, come fa il professor Ricca, che «la natura trinitaria di Dio non traspare solo dalle pagine del Nuovo Testamento, ma anche da quelle dell'Antico». Ritengo che si tratti di una tesi piuttosto forzata, che rischia per alcuni versi di compromettere l'auspicabile educazione, in ambito cristiano, ad una sensibilità progressivamente più attenta all'interpretazione ebraica delle pagine vetero-testamentarie. Forse potrebbe rivelarsi più opportuno cogliere in tutte le Scritture il carattere eminentemente relazionale dell'unico Dio: ciò che consentirebbe, credo, di evitare l'appiattimento identitario proprio di una certa lettura del dogma trinitario, secondo la quale confessare che Gesù è il figlio di Dio (Mc 1:1) coincide con l'affermare che egli sia il Dio-figlio.
Alessandro Esposito






