Letture e riletture
«Allora tutto il popolo si radunò come un sol uomo sullo spiazzo di fronte alla porta delle Acque e disse ad Esdra, lo scriba, di portare il libro dell'insegnamento di Mosè che il Signore aveva dato ad Israele (...) Lesse il libro sullo spiazzo di fronte alla porta delle Acque, dall'aurora sino al mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere. Tutto il popolo porgeva l'orecchio per ascoltare il libro dell'insegnamento. Esdra, lo scriba, stava sopra una tribuna di legno, costruita per l'occorrenza; accanto a lui stavano: a destra Mattitia, Sema, Anaia, Uria, Chelkia e Maaseia; a sinistra Pedaia, Misael, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullam (...) Essi leggevano il libro dell'insegnamento a brani separati, ricercandone il senso: e così rendevano comprensibile la lettura» (Neemia 8:1; 3-4; 8)
Il brano che abbiamo ascoltato si incontra nel libro di Neemia, un testo tra i più recenti di tutte le Scritture ebraiche: vi si racconta del ritorno del popolo ebraico dall'esilio in terra di Babilonia, grazie all'imperatore persiano Ciro. Siamo circa cinque secoli prima della nascita di Gesù. Esdra è uno degli esuli e di mestiere fa lo scriba: appartiene, pertanto, al ristretto numero di quanti, all'epoca, sapevano leggere e scrivere. Motivo per cui il popolo, radunatosi presso una delle porte della città, chiede che sia lui a dare lettura del libro dell'insegnamento che Mosè aveva lasciato in eredità agli israeliti, trascrivendo, secondo la tradizione, le parole stesse di Dio. Si tratta di un passo talmente ricco di spunti di riflessione che è impossibile approfondirli tutti. Ho quindi deciso di soffermarmi, insieme con voi, su tre aspetti che trovo siano particolarmente significativi.
Il primo di essi potremmo intitolarlo: una storia antica e sempre nuova. Mi riferisco alla storia dell'insegnamento che Dio, pazientemente, impartisce al Suo popolo. Perché, dunque, «antica»? Perché, a ben guardare, non è la prima volta che la incontriamo nelle Scritture ebraiche; anzi, non è nemmeno la seconda. Una prima narrazione di questo insegnamento di Dio la troviamo già nel libro dell'Esodo/Nomi, quando a riceverlo troviamo Mosè e tutta la generazione degli israeliti liberati dall'Egitto. Poi, quando il popolo si insedierà finalmente al di là del Giordano, per lungo tempo, narrano i testi, le parole di Dio vennero dimenticate: sarà il re Giosia a farle rileggere a tutto il popolo, dopo aver ritrovato il rotolo della Torah nel tempio di Gerusalemme (II Re 23:1-3). Tutta la storia dell'insegnamento di Dio, insomma, è un continuo avvicendarsi di ascolto e dimenticanza, accoglimento e rifiuto. Dio è costretto, in un certo qual modo, a ripetersi, a riaffermare cose già dette. Così, in effetti, avviene con ogni insegnamento: va consolidato, ribadito; perché la tendenza prevalente in noi donne e in noi uomini è quella all'oblio, alla smemoratezza. Dio parla e noi dimentichiamo: noi in quanto individui, certamente; ma, ancor più, noi come generazioni. Se quanto ascoltato e compreso non viene tramandato, va perso: la storia torna indietro, e noi con lei. Si tratta di un rischio a cui è particolarmente esposta la nostra di generazione, che ha lo sguardo perennemente proteso in avanti, nell'incrollabile fiducia in un progresso indefinito, che non si cura di ciò che è stato. Il Dio d'Israele ci invita invece a ricordare sempre da dove veniamo: ci ammonisce contro la dimenticanza, poiché sa che essa rappresenta una minaccia costante e la nostra tentazione più ricorrente.
Allora, Dio, conoscendoci, decide di ripetere, di ripetersi: sa che non guasta, che sugli insegnamenti non è quasi mai vano tornare. A noi chiede soltanto di lasciare uno spazio all'ascolto, di modo da esser capaci di trovare, nell'antico, il nuovo.
Ma come fare? Come reperire in parole antiche un senso nuovo? Per quanto possa sembrare banale, il suggerimento del nostro testo è chiaro: basta leggerle. O meglio: tornare a leggerle, sempre, di nuovo. Questo è ciò che fa Esdra davanti alla sua comunità in ascolto; e lo fa per un motivo molto semplice: perché, se non viene letto, ogni testo è muto. Ecco perché intitolerei questo secondo punto: l'importante è leggere. Il libro che contiene l'insegnamento di Dio, non vive nella misura in cui viene conservato e venerato, ma soltanto se viene proclamato ed ascoltato: in definitiva, soltanto se si consegna alle donne e agli uomini, che fanno da «cassa di risonanza». E, ogniqualvolta qualcuno legga, il testo, da muto, prende voce: con vibrazioni, accenti, emozioni distinte. Ad Esdra l'ebreo, però, accade qualcosa in più: il testo ebraico delle Scritture, infatti, possiede soltanto le consonanti, ovvero quelle lettere che «suonano-con», perché, da sole, non hanno suono. Il lettore ebreo, quindi, mentre legge aggiunge: aggiunge le vocali, quelle che, appunto, «danno voce» al testo, lo fanno rivivere nella musica delle parole pronunciate e finalmente udibili. Dio chiede a noi donne e a noi uomini di leggere e, leggendo, di capire, di dare dei testi una lettura intelligente, che sia «intus-legere», un leggere dentro, un portare alla superficie ciò che il testo, spesso, nasconde.
Insomma, Dio ci chiede di collaborare a ciò che ha detto, dicendolo a noi e per noi: perché il Suo non è un monologo, ma un dialogo. Senza di noi, senza un riferimento alle nostre vite e alle nostre storie, Dio, così come i testi in cui Egli parla, rimangono muti, come oggetti: e, come oggetti, degni di venerazione, forse, ma incapaci di suscitare amore.
Ma qual è, infine, la nostra parte in questo dialogo con Dio? Soltanto quella di leggere i testi in cui Egli ci parla? No. Il nostro brano dice qualcosa in più, al riguardo: dice che, accanto ad Esdra il lettore, vi erano altre persone, le quali, sottolinea il versetto conclusivo, «rendevano comprensibile la lettura». Come? È sempre il nostro testo a spiegarcelo: «Essi leggevano il libro dell'insegnamento a brani separati, ricercandone il senso». Ecco perché intitolerei quest'ultimo punto: crediamo in Dio se rimaniamo in ricerca. Davanti al testo il nostro compito di lettrici e di lettori è quello di andare alla scoperta dei sensi che ogni racconto racchiude e, se interrogato bene, dischiude. I commentatori del nostro passo di oggi sono dei «cercatori»: sezionano il testo in parti più piccole e cominciano a scavare. Da questo lavoro sanno che qualcosa affiorerà: un senso. La meditazione intorno a un testo e ai suoi significati non è altro che questo: un affannarsi intorno al testo, cercando. Chi commenta il testo, in ebraico, compie una derashah: termine che viene dalla radice darash, «scrutare», «cercare». In questo incessante domandare, assai più che nelle risposte che, a tratti, possono scaturirne, consiste lo studio, quello autentico, appassionato; quello di chi cerca nei testi tracce di Dio e di senso, lasciandosene coinvolgere, attraversare.
Lo studioso (nel senso autentico testé menzionato) Piero Stefani descrive questa ricerca con parole molto intense e profonde:
«Lo studio del testo sacro rappresenta (...) un incontro tra il divino e l'umano (...) La parola non avrebbe bisogno di essere tramandata se si presentasse semplicemente come testo puramente scritto, tutto dispiegato e scoperto nella sua immutabilità. Al contrario, la parola deve essere fatta rivivere attraverso il suo accoglimento, la sua lettura e il suo commento (...) Unire interpretazione e rivelazione significa compiere un'integrazione tra il divino e l'umano»
[Tratto da: STEFANI, P. Il nome e la domanda. Dodici volti dell'ebraismo, Morcelliana, Brescia, 1988, pp. 64-65]
Nella parola accolta, restituita alla vita del suono attraverso la lettura ed arricchita di senso mediante il commento, riscopriamo l'umanità di Dio nel suo continuo rivolgersi a noi, nel suo incessante appello alla nostra libertà. Nella meditazione costante del suo insegnamento avviene un flusso, un reciproco, silenzioso sconfinamento di Dio in noi e di noi in Dio. Ecco perché mi piace pensare che Esdra legga il libro nei pressi di una porta: luogo del passaggio, della comprensione come breccia che infrange il muro aprendo la via alla comunicazione. Noi e Dio ci sfioriamo soltanto così, sulla soglia di una porta lasciata aperta per permetterci di andare l'uno incontro all'altro, sul confine di quei racconti di cui non è possibile, una volta per tutte, circoscrivere il senso.
past. Alessandro Esposito - 28 feb 2010






