Ellenismo, Settanta e Cristianesimo
Col termine ellenismo si intende il periodo di espansione della cultura greca in Oriente, caratterizzato dalla fusione di elementi greci con elementi orientali.
Esso ebbe luogo a seguito della travolgente spedizione di Alessandro Magno (356-323 a.C.) che, succeduto al padre Filippo il Macedone nel 336, negli anni fra il 334 e il 326, dopo aver conquistato l’impero persiano, si spinse nel cuore dell’Asia, fino all’India e oltre, sottomettendo i paesi corrispondenti agli attuali Egitto, Turchia, Siria, Iraq, Iran e Afghanistan.
Alla morte prematura di Alessandro il suo impero si frantumò, e dopo un periodo di lotte intricate e accanite fra i suoi successori e poi fra i loro discendenti, intorno al 250 a.C. esso si presentava diviso in quattro grandi stati: l’Egitto (e parte della Siria) dei Tolomei; la Grecia continentale formante il regno di Macedonia; il regno dei Seleucidi, comprendente press’a poco la parte asiatica; il regno di Pergamo.
In tali paesi di antichissima civiltà, la cultura greca – la lingua in primo luogo – divenne patrimonio comune di popoli assolutamente estranei al mondo greco, i quali poterono conoscerla e assimilarla grazie alle istituzioni culturali, come teatri, biblioteche, ginnasi, etc. che da Atene si diffusero nei centri culturali e nelle capitali dei grandi stati ellenistici: Alessandria, soprattutto, Pergamo, Antiochia. Nella nuova capitale egiziana, ad esempio, sorsero, fra le altre cose, il Museion con gli annessi istituti scientifici (l’osservatorio astronomico, un giardino botanico e zoologico, un istituto anatomico) e la Biblioteca che, in successive acquisizioni, sarebbe giunta a contenere tutto ciò che la letteratura – non soltanto greca – aveva prodotto fino allora (700.000 mila volumi, secondo alcune fonti).
L’esportazione della cultura greca in terre lontane dalla madrepatria generò un’osmosi feconda fra grecità e culture orientali e dette origine a un mondo nuovo, un mondo senza confini, cosmopolita, popolato da genti di tutte le razze e le culture e unito dalla lingua greca, non più, però, quella classica, letteraria, ma una lingua che potesse essere intesa da tutti, una lingua semplificata nelle strutture sintattiche e nel lessico, una lingua « comune», la cosiddetta koinè (dal greco koinè diàlektos, “parlata comune”).
Dell’universo sociopolitico e culturale dell’ellenismo entrò naturalmente a far parte anche il mondo ebraico, che vi si integrò pienamente, tanto da assumere il greco come lingua propria e da educare i giovani alla cultura ellenica.
Questo processo di ellenizzazione riguardò sia gli Ebrei della diaspora, sia quelli della Palestina, dove la classe dominante ebraica, soprattutto, non tardò a grecizzarsi in modo profondo, come dimostra, ad esempio, il nome di un sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, del II secolo a.C., che si chiamava Menelao, come il re della città greca di Micene. Tanti ebrei portavano nomi greci, e spesso due nomi, uno ebraico per la comunità religiosa e uno greco per la vita quotidiana. Sono greci, ad esempio, i nomi propri di alcuni discepoli di Gesù come Simone, più tardi detto Pietro, suo fratello Andrea e Filippo, che erano cresciuti nella città di Betsaida, a est del Giordano, città che apparteneva ai territori ellenizzati dal tetrarca Filippo. Il nome Simone, in particolare, ricorre per la prima volta nella letteratura fra le righe di una commedia greca, le Nuvole, di Aristofane (vv. 351, 399, etc.), che data al 423 a.C..
La più numerosa e influente colonia di Ebrei della diaspora era insediata ad Alessandria d’Egitto, la più grande e la più ricca delle metropoli ellenistiche. Qui, grazie al mecenatismo della dinastia dei Tolomei, giunsero da ogni parte poeti, letterati, filologi, filosofi, scienziati che fecero della città il maggiore centro di diffusione della nuova cultura. E proprio ad Alessandria, nel III sec. a. C., avvenne l’incontro fra il mondo giudaico e la cultura greca.
E’ qui che, secondo la leggenda – contenuta nella cosiddetta Lettera a Filocrate, dell’ebreo Aristeas -- Tolomeo II Filadelfo, re d’Egitto, desiderando arricchire la Biblioteca, si fece inviare da Gerusalemme una copia dei libri sacri ebraici e chiamò settantadue dotti ebrei (sei per ciascuna delle dodici tribù d’Israele), i quali, nel completo isolamento dell’isola di Faro, ne eseguirono la traduzione in greco, detta perciò dei Settanta (ovvero LXX). La traduzione, che secondo la leggenda fu portata a termine in 72 giorni, fu cominciata intorno al 250 a.C. col Pentateuco e continuata con i Profeti e gli Agiografi (i 13 libri sapienziali), e durò almeno un secolo; qualche parte, come l’ Ecclesiaste, fu tradotta ancora sulla fine del sec. I d.C., mentre alcuni libri (Sapienza, I-II Maccabei) furono composti direttamente in greco. Tale traduzione, che venne rifiutata dagli Ebrei della Palestina, fu naturalmente opera di molti traduttori, che lavorarono indipendentemente e in tempi diversi e venne fatta nell’ambiente giudaico, a uso della numerosissima comunità ebraica alessandrina (circa un milione di persone secondo Filone d’Alessandria); ma l’impulso a questa notevole impresa giunse dall’ambiente degli intellettuali greci vicini alla corte tolemaica, desiderosi di confrontarsi con il millenario monoteismo degli Ebrei. La Settanta potrebbe, però, anche avere avuto un fine di propaganda e al tempo stesso di difesa dell’identità culturale di tale comunità, la quale, dopo un periodo di convivenza pacifica, durante la dinastia tolemaica, con la comunità greco-macedone, a partire dal II secolo a.C. in poi, divenne oggetto di accuse e attacchi continui che portarono a un deterioramento tale dei rapporti fra Ebrei e Greci, da degenerare in episodi di estrema violenza, come nel 38 d.C., quando, proprio ad Alessandria, si scatenò una spietata caccia ai Giudei ( la prima rivolta antisemita della storia), conclusasi coll’atroce massacro di centinaia di essi e con il confinamento dei sopravvissuti in un vero e proprio ghetto.
Rispetto alla Bibbia giudaica la traduzione greca dei Settanta presenta delle divergenze, che potrebbero spiegarsi sia con la libertà di interpretazione da parte dei traduttori (considerando anche che i testi ebraici a disposizione erano consonantici), sia col fatto che quasi certamente essa venne in buona parte condotta su testi originali più antichi di quelli dell’attuale Bibbia giudaica, come dimostrano le notevoli affinità che la traduzione stessa presenta coi brani biblici contenuti nei rotoli di papiro rinvenuti dentro le grotte di Qumràn, sulle rive del Mar Morto, ritenuti anteriori alla definitiva redazione dei libri sacri ebraici nella loro forma ‘canonica’.
La Bibbia dei Settanta costituisce il più ampio documento della koinè dell’uso quotidiano: una koinè ovviamente influenzata dall’ebraico, di cui conserva qualche termine intraducibile in greco, o costrutti e locuzioni idiomatiche resi molto approssimativamente e poco grecamente talora.
L’importanza della Settanta è stata semplicemente enorme per quanto riguarda la fusione delle culture giudaica e greca, sia per le conseguenze che questa fusione ha avuto sulla predicazione e sulla espressione letteraria del cristianesimo, sia per la vasta produzione letteraria greco-giudaica che ha originato, in gran parte oggi perduta.
Per effetto della traduzione dei libri sacri, la cultura ebraica assunse, dunque, come propria lingua il greco, nella forma della koinè, e in tale lingua creò una letteratura profana di cui ci sono pervenute diverse opere, come la tragedia di impianto classico ma di argomento giudaico intitolata Exagoghé , cioè «Esodo», del poeta Ezechiele (da non confondere con l’omonimo profeta) vissuto tra il III e il II secolo a.C., che narra dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto sotto la guida di Mosè, la ricca produzione dello scrittore e filosofo ebreo alessandrino Filone, (massimo esempio di sintesi fra tradizione religiosa giudaica e filosofia greca), le opere dello storico Giuseppe Flavio (anch’esse esempio di sintesi fra le due culture). Da ricordare anche il lungo poema in 14 canti intitolato Storia di Gerusalemme, di Filone il Vecchio (II sec.), i 14 libri di Oracoli sibillini, che cantano profezie sulla venuta del Messia, il III libro dei Maccabei (non compreso nella Bibbia), che tratta della miracolosa salvezza dei Giudei d’Alessandria condannati da Tolomeo IV, il Libro di Giuseppe e Aseneth, che narra della storia d’amore tra Giuseppe e Aseneth, la figlia del potente sacerdote egizio Putifar. Ma ciò che più di tutto attesta dell’avvenuta simbiosi tra la dominante civiltà greca e la cultura giudaica è il nome dell’istituzione ebraica per eccellenza, la sinagoga, derivante dal termine greco synagoghé, “adunanza“.
Nel processo iniziato dai Settanta, che è stato definito «ellenizzazione del monoteismo semitico», si inseriscono naturalmente gli scritti del Nuovo Testamento, anch’essi redatti nella koinè, l’unica lingua che si presentava agli apostoli in grado di comunicare il nuovo messaggio agli uomini, in quanto lingua comune di tutto l’Oriente ellenizzato. In particolare, il greco utilizzato nel Nuovo Testamento è un greco dimesso, molto vicino alla lingua parlata dagli strati popolari delle comunità ellenizzate del Mediterraneo orientale, una lingua, però, come dimostrano specialmente i vangeli, viva, sciolta, duttile, efficace, la cui vitalità è dimostrata, fra l’altro, dal fatto di essere così vicina al greco ancora oggi parlato. Certo, è una koinè che presenta parole e locuzioni, costrutti e schemi che non sono greci, e non mancano gli ebraismi, ma l’impianto linguistico rimane greco, come pure l’ineguagliabile potenza espressiva delle parole, pur se affidate a uno stile semplice e disadorno. Un esempio su tutti di tale espressività il famoso, anche se unico, gioco di parole (che non era possibile in aramaico) : « E io ti dico che tu sei Pietro [Petros] e su questa Pietra [Petra] edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt. 16, 18).
In quanto alla lingua adoperata dai singoli evangelisti, si va dal greco poco scorrevole e ricco di semitismi di Matteo, a quello molto scorrevole per la sua semplicità lessicale ed espressivo di Marco, dallo stile solenne di Giovanni, ricco di termini astratti e simbolici, a quello più ellenistico, raffinato e ricercato sotto il profilo lessicale di Luca, che era, forse, originario di Antiochia di Siria. Già il proemio del suo vangelo, con una dedica, risente della tradizione greca, evidente anche negli Atti degli Apostoli, a lui attribuiti, dove si trova, ad esempio, citata una frase: «Di lui infatti anche noi siamo stirpe» (17,28), presente sia nell’opera Fenomeni del poeta greco Arato, sia nel celebre Inno a Zeus di Cleante, pensatore stoico del III secolo a.C.. Luca dimostra, quindi, anche di conoscere «filosofi Stoici ed Epicurei» (At. 17,18) e cita (At. 20,35) un proverbio greco anche piuttosto letterario, un detto di Gesù, “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”, non riportato dai vangeli, che si potrebbe accostare a un detto attribuito a Tolomeo Sotèr, sovrano ellenistico d’Egitto:« E’ preferibile arricchire gli altri che arricchire sé», o a una frase di Aristotele che affermava:« E’ proprio dell’uomo generoso dare a chi è il caso di dare, anziché ricevere da chi è il caso di ricevere» ( Aristotele, Etica a Nicomaco, IV, 1,7). Un’altra, significativa, testimonianza di quanto fosse ormai completa l’assimilazione della cultura greca da parte degli ebrei, è rappresentata dalla frase pronunciata da Paolo in Atti 26, 14:« Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te recalcitrare contro il pungolo». Essa rappresenta, infatti, un’allusione chiara a una delle più popolari tragedie greche, l’Agamennone di Eschilo (525-456 a.C.), dove Egisto rivolgendosi al coro dice:« Questa vista non vi spinge a riflettere? Allora non recalcitrate contro il pungolo, se non volete cadere e farvi male». (vv. 1623-1624) Gesù, come Paolo sottolinea, avrebbe detto questo in aramaico, mentre Paolo la riferisce in greco a Festo e ad Agrippa che non conoscevano l’aramaico. L’espressione “recalcitrare contro il pungolo” ricorre ancora in Eschilo, nella tragedia Prometeo (v. 325), nelle Baccanti del tragediografo greco Euripide (v.795) e anche nella commedia Phormio del commediografo latino Terenzio (vv. 77-78): « Mi venne in mente questo proverbio: perché sei tanto stupido da recalcitrare contro il pungolo?». Queste parole sulla bocca di Gesù intendevano, forse, attirare l’attenzione di Festo e Agrippa (ai quali dovevano risultare alquanto familiari), quasi a voler dimostrare che Gesù, Paolo e i primi cristiani non erano affatto incolti. E la cosa, in realtà, non è di secondaria importanza, visto che nessuna discussione sarebbe stata possibile col mondo intellettuale greco senza una base comune, quella, cioè, della cultura greca e in particolare, se pensiamo al discorso di Paolo all’Areòpago di Atene, della sua parte più rappresentativa, la tradizione filosofica. E dalla filosofia dell’età ellenistica la predicazione cristiana prese a prestito non soltanto gli argomenti, ma anche il suo tipico carattere esortativo: basti pensare solo al fatto che la stessa parola «conversione», in greco metànoia, cioè “ripensamento,” deriva da Platone (Euthydemus, 279).
Questa esigenza di incontro con la cultura greca appare con maggiore evidenza nella cristologia, a partire dalla scelta dei titoli cristologici con cui essa si espresse: ai titoli di Figlio dell’Uomo e Servo fu preferito, infatti, il titolo di Signore, molto più presente nelle lettere di Paolo che nei vangeli, poiché pienamente comprensibile in ambiente greco (pur avendo radici bibliche), a differenza dei titoli di Figlio dell’Uomo e Servo, che si ritrovano significativamente solo nei vangeli (essendo fortemente legati e fondati sulla cultura giudaica).
Lo sviluppo postclassico, ellenistico, della cultura greca, si rivelò, quindi, decisivo per lo svolgimento e l’espansione della missione cristiana nel mondo antico.
Ma se la civiltà ellenistica e il sincretismo fra mondo ellenico e mondo giudaico, avviato dalla traduzione dei Settanta, resero possibile al messaggio di Cristo di oltrepassare i confini della Palestina e divenire messaggio universale, l’eccessiva elaborazione teologica, frutto della mentalità speculativa di stampo greco, e le costruzioni teoretiche che ne derivarono finirono per prevalere su di esso.
Violairis







