Non ti lascerò andareI. il testo (Genesi)
v 25-26 la lotta: uno sconosciuto assale Giacobbe nella notte; non riesce a sopraffarlo; lo colpisce al femore
v 26-29 tre scambi:
1) E l' uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l' alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!»
Nel primo scambio, Giacobbe è la parte più forte. E' in vantaggio e lo sa. Cerca di usare la situazione per ottenere una benedizione. Sappiamo dal cap 27 che farebbe qualunque cosa per ottenere una benedizione. Qui cerca una benedizione più significativa. Ma la richiesta non è corrisposta. Lo sconosciuto cambia argomento. Trova in Giacobbe uno forte in parole come in lotta.
2) L' altro gli disse: «Qual è il tuo nome?»
Ed egli rispose: «Giacobbe».
Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto».
Nel secondo scambio lo sconosciuto ha la parte più forte. Giacobbe aveva chiesto una benedizione ma riceve una nuova identità attraverso l' assalto di Dio. Il suo nome era stato “fraudolento”. Ora è Israel “Dio governa, Dio protegge, Dio preserva”. E' diventato un uomo e un gruppo legato non solo all’ incontro della notte ma a colui che mantiene le promesse di giorno. Qui succede qualcosa di irreversibile. Israel è colui che ha affrontato Dio, è stato toccato da Dio, si impone, guadagna una benedizione e un nuovo nome. Si parla tra le righe della debolezza di Dio e della forza di Israel. L incontro non permette una definizione di ruoli: Dio forte, Giacobbe debole o il contrario. Questo rimane indefinito. Ma a Israele si aprono delle possibilità nuove che prima non c' erano. Nel concedere la benedizione qualcosa della forza di Dio e' stato affidato a Israel. In questo Israele e' una novità. E cosi affronterà suo fratello cambiato, con una forza nuova.
3) Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?»
E lo benedisse lì.
Il terzo scambio e' di una sfacciataggine indicibile. Negli altri due, lo sconosciuto parla per primo. Ora e' Giacobbe a prendere l' iniziativa. Capovolge i ruoli e osa chiedere il nome dello sconosciuto. Vuole sapere il nome di Dio, il mistero del cielo e della terra. Lo sconosciuto non ha vinto, ma neanche ha perso. E non concederà quanto Giacobbe gli chiede. Giacobbe ha ottenuto molto, ma il nome di Dio non e' stato concesso. Per questo bisogna aspettare Es 3,14. Lo sconosciuto si ferma di fronte a questa richiesta e ritorna sulla prima richiesta. Lo benedice. E poi sparisce. O e' forse Giacobbe che lo lascia andare? Questo rimane irrisolto. Non riusciamo a dire se lo sconosciuto parte liberamente o se Giacobbe lo lascia andare. Ma lo sconosciuto ha mantenuto il suo ruolo inscrutabile. Non e' costretto a rivelare il suo nome. Ma Giacobbe ha ottenuto la benedizione che tanto agognava. Dio rimane Dio, il suo mistero e' intatto. Ma Giacobbe non e' più Giacobbe, ora e' Israel.
v31-32 conclusione
Un nome per il luogo nel riconoscere l' avversario
Un segno che rimane sul corpo di Giacobbe, un handicap
31-33 Dopo la benedizione il travaglio di Giacobbe cede; denomina il luogo dell’ incontro con un nome che esprime ai suoi occhi un grande miracolo: si e' trovato di fronte a Dio, faccia a faccia; questo incontro non lo ha fatto morire. La differenza fra le due forme del nome Penuel e Peniel e' insignificante. La seconda e' usata al v31 perche' mette in netta evidenza il gioco di parole col termine faccia (panim), frequente nel vocabolario del narratore. Anche questo racconto ebbe un tempo carattere eziologico per spiegare il nome di quella città che divenne in tempi piu recenti importante (Giudici 8,8; 1 Re 12,25). Forse era la leggenda di un santuario locale.
Il sorgere del giorno coincide col termine della lotta e col cedere del terrore di Giacobbe: “Spuntava il sole quando egli passo' in Penuel”. La nottata ha lasciato a Giacobbe un’infermità fisica, egli ci ha rimesso qualcosa della sua vitalità, e' uscito dal combattimento indubbiamente fiaccato.
Il sorgere del giorno coincide col termine della lotta e col cedere del terrore di Giacobbe: “Spuntava il sole quando egli passo' in Penuel”. La nottata ha lasciato a Giacobbe un’infermità fisica, egli ci ha rimesso qualcosa della sua vitalità, e' uscito dal combattimento indubbiamente fiaccato.
Cosi Israele appare sulla scena. E' fondato non sul successo o su un paese ma su un assalto di Dio. Forse e' una grazia, ma non quella che immaginiamo di solito. Giacobbe e' investito di una nuova identità, che gli e' imposta. All’alba lo sconosciuto e' partito e anche Giacobbe non c'è più. Rimane Israele, benedetto e battezzato. Israele nasce in un combattimento in cui chiedeva il nome di Dio.
II. Giacobbe
La storia di Giacobbe si fonda come un ponte tra due incontri con Dio, la storia di Bethel (Gen 28) e la storia di Penuel (Gen 32). Il paradosso dell’intervento divino e' marcato in entrambi i casi: nel momento in cui Giacobbe sembra aver perso tutto, Esau' pondera di ucciderlo, lui deve scappare da Laban in Haran per sfuggire all’ira del fratello, quando la benedizione sembra essersi trasformata in maledizione, Dio pronuncia una promessa di salvezza. Quando invece il racconto lo mostra ricco e in abbondanza, in un frangente in cui sembra solo dover affrontare Esau, Dio lo attacca di notte come un fantasma. Anche qui il tema centrale e' la benedizione.
A Betel Dio si rivela a Giacobbe in un sogno (Gen 28,10-22). Dal cielo aperto si mostra come al tempo ad Abramo: “Io sono il Signore.“(v13; vedi Gen 15,7 con Abramo). Durante la sua fuga Dio gli comunica una promessa (v13), che aveva gia' comunicato ad Abramo (Gen 13, 15) e ad Isacco (Gen 26,3): che gli darà un paese e gli farà diventare un popolo grande. Con la conferma: “Io sarò con te” (v15) il discorso divino include di preservare Giacobbe e di riportarlo e cosi intreccia la promessa con la storia personale di Giacobbe. Anche il ritorno di Giacobbe e' incentivato da un discorso diretto di Dio, in cui ripete di nuovo: “Io sarò con te. “(Gen 31,3)
Completamente diverso è l' incontro con Dio nel cap 32. Prima di rincontrare suo fratello Esau Giacobbe deve sostenere una lotta notturna al Jabboq ( 32, 23ss) – non con Esau, come aspettava, ma con un “uomo” che non rivela la sua identità (v30). Ma una volta felicemente sopravissuto alla lotta, Giacobbe riconosce chi ha lottato con lui in veste celata : “Ho visto Dio faccia a faccia (v31). Questo Dio lo benedice prima dell’incontro con Esau e cosi legittima la benedizione estorta con un inganno.
Il lettore sa dall’inizio della storia dei due fratelli, che Dio aveva dato priorità al più giovane (Gen 25, 23) Ma ora che Giacobbe ha attraversato l' ultima prova, nonostante le sua azioni di inganno il suo stato di prescelto gli è confermato esplicitamente.
Un'altra cosa ancora succede nell’incontro notturno: Dio dà a Giacobbe un nome nuovo: Israel. E' la prima volta nella Bibbia che compare questo nome, e viene interpretato in maniera misteriosa: “Perche' tu hai lottato con Dio e con uomini e hai vinto.“(32,29) Ha veramente vinto Giacobbe? Ha sopravissuto, ora zoppica (v32). Ma Dio gli ha dato la benedizione (v30), e il futuro e' davanti a lui, non solo il suo futuro individuale, ma il futuro di “Israel”. Quindi Giacobbe dedica un altare al “Dio d Israele”(33,20); questa formula si trova qui per la prima volta. Presto anche il narratore comincia a chiamare Giacobbe con il nome “Israele”, per esempio all’ inizio della storia di Giuseppe (37,3) E quando Israele/Giacobbe si appresta ad andare in Egitto, Dio lo interpella ancora una volta in veste notturna e ribadisce la sua promessa: Io scenderò con te..”(46,1-4).
Gen 32,23-33
L' episodio di Penuel interrompe il racconto dell’ imminente incontro con Esau. Giacobbe e' come agghiacciato in previsione di doversi trovare con il fratello: il prossimo evento ha messo in moto tutti i suoi pensieri – e qui sopravviene un altro incontro: del tutto diverso e per lui molto rischioso, al quale non era assolutamente preparato. Se si interpreta tutto l' accaduto come una risposta alla preghiera di Giacobbe rimasta finora senza evasione (Gen32,10, la preghiera preparativa all’ incontro con Esau) , questo evento notturno costituisce a titolo di esaudimento un presagio ancor più singolare.
23-29 Greggi e carovane camminano spesso di notte. Il trasporto di un gregge attraverso lo Jabboq che scorre in un burrone era un bel lavoro. Mentre tutti gli uomini sono al di la e Giacobbe per precauzione e' restato un po’ indietro, comincia la terrificante vicenda. Il termine “uomo” lascia intendere varie possibilità; ci pone nell’ottica di Giacobbe il quale ravvisa in chi gli sta di fronte e gli si getta addosso nient’ altro che un uomo. L' espressione “fino al sorgere dell’ aurora” fa capire che la lotta si protrasse a lungo, il combattimento rimase incerto fino a che il misterioso avversario non tocco l' anca di Giacobbe la quale resto' slogata come per magico potere. In questo testo traspare una forma più antica della nostra saga. Al v26 si potrebbe pensare che Giacobbe, vista l' inutilità della lotta, abbia avuto il sopravvento sul suo avversario; a questo si adatterebbe la richiesta dell’avversario di lasciarlo andare al v27 e anche la frase v29b dove si parla del trionfo di Giacobbe. Ma nella redazione attuale la mostruosa idea che Giacobbe abbia potuto quasi atterrare l' essere celeste e' mascherato dal chiaro tenore di 26b e 33b ( Giacobbe e' immobilizzato, il che sacrifica la logica del racconto). Tuttavia rimane della saga più antica il fatto che Giacobbe ha messo in serio imbarazzo l' avversario con la sua forza erculea. La forza di Giacobbe e' messa in evidenza anche in altri passi. La base antica e' quindi una saga in cui come nelle antiche saghe dèi, spiriti o demoni aggrediscono un uomo e a questi l'uomo carpisce qualcosa della loro forza e del loro mistero. Il tempo della notte e' tipico per queste saghe, l' attività di queste presenze e' limitato alle ore notturne; allo spuntar del giorno debbono scomparire. Cosi la richiesta del lottatore di essere lasciato libero a causa dell’aurora imminente e' per certo un elemento molto antico. Rimane benché nessun Israelita abbia mai anche solo lontanamente pensato che la potenza di Jahwe o dei suoi messaggeri fosse ridotta a quella di uno spettro notturno. Per giustificare questa richiesta il midrash del tardo giudaismo interpreta cosi: “Io debbo cantare nel coro mattinale dinanzi al trono di Dio”. Giacobbe in quel momento ha colto qualcosa di divino nel comportamento del suo avversario perche' in strano contrasto con la posizione di difesa nella quale si era fino allora tenuto, si afferra a lui per strappargli la benedizione, cioè la forza vitale di Dio.
Questo gesto e' la prima reazione dell’uomo quando si incontra con Dio. Io non ti lascerò prima che tu mi abbia benedetto. Un impulso verso Dio e la sua potenza di benedizione rappresenta forse il più elementare moto dell’uomo dinanzi alla divinità. E anche l' esperienza di non poter estorcere questa benedizione attraversa il vissuto della nostra fede. Alla richiesta non segue affatto l' esaudimento. Giacobbe deve lasciare che gli si domandi chi egli sia.
Giacobbe con la rivelazione del suo nome deve manifestare il suo essere: di fatto il nome designava Giacobbe come truffatore (vedi Gen27). Ora lo sconosciuto gli assegna un nuovo nome, un nome onorifico col quale Dio vuole riconoscerlo e qualificarlo dinanzi a se.
Giacobbe con la rivelazione del suo nome deve manifestare il suo essere: di fatto il nome designava Giacobbe come truffatore (vedi Gen27). Ora lo sconosciuto gli assegna un nuovo nome, un nome onorifico col quale Dio vuole riconoscerlo e qualificarlo dinanzi a se.
Il significato originario (“Dio regni”) e' interpretato piuttosto liberamente, come se Dio non fosse il soggetto ma l' oggetto del combattimento di Giacobbe. Un punto interrogativo e' la formula “ e con gli uomini”. Una possibilità sarebbe riferirla all’accomodamento con Labano e Esau, ma pare un po’ forzata. Forse “Dio e uomini” e' solo un’iperbole. Questa parola enigmatica fa parte di quelle locuzioni stranamente fluttuanti che sono caratteristiche di questo racconto. Racchiude lo stupore per un coraggio che rasentava il suicidio, un genio ostile al quale Giacobbe riesce a carpire una benedizione. Giacobbe più tardi in questo notturno assalitore vide Jahwe' stesso, il Dio del cielo e della terra. Ci si stupisce anche che Dio abbia ceduto di fronte alla prepotente impetuosità di Giacobbe.
L interpretazione del racconto deve partire dal posto che esso occupa nell’ insieme della storia di Giacobbe, in rapporto col racconto della frode. Anche qui si richiama una benedizione, ma qualcosa che non poteva restare senza soluzione davanti a Dio. Si vede dalla brusca interruzione che in vista della storia di Penuel subiscono i preparativi di Giacobbe all’incontro con Esau. L' azione di Dio nei riguardi di Giacobbe si manifesta dapprima in una sentenza di morte, per cui il portatore della promessa e' quasi annientato. Qui interviene il Dio che Giacobbe ha invocato. Secondo il senso del racconto quale si presenta oggi, Giacobbe ha vinto in quanto e' piaciuto a Dio di accondiscendere alla sua indiscrezione e di legare il suo piano storico a Giacobbe-Israele. La fede di Giacobbe e' composta tanto di disperazione quanto di sfrontatezza di fronte a Dio. L' intervento notturno può indicare una purificazione interiore di Giacobbe, ma rimane dubbio che egli sia stato in seguito come Dio voleva. L' accento e' messo non sulla catarsi di Giacobbe ma sull’ azione di Dio, sulla sua offensiva annientatrice e sulla giustificazione da lui operata.
III. per noi
Giacobbe diventa Israele. Dal singolo a una storia di popolo.
Il racconto non si esaurisce nella descrizione e interpretazione di un breve episodio della vita di Giacobbe; qui si manifestano le esperienze di fede che dai tempi più remoti giungono ai tempi del narratore. Vi sono iscritti parte dei risultati di tutta l' azione storica di Dio nella quale Israele e' stato introdotto. Traspare una significazione tipica: di ciò che Israele ha sempre sperimentato da parte di Dio. Si rappresenta questo rapporto in un combattimento che dura fino all’apparire dell’aurora. Attraverso il nome Giacobbe-Israele e' il racconto stesso a proporre questa interpretazione estensiva. Il nuovo nome resta qui stranamente isolato, i racconti che seguono immediatamente sembrano non tener conto. Nel profeta Osea si allude una volta a questo avvenimento. La brevità del cenno non permette di stabilire se si riferisce al racconto come lo leggiamo oggi. (Os12,5) Il paradosso del vincitore che piange e implora grazia risulta molto più forte. Lutero dice che in questo nobile capitolo si veda il meraviglioso consiglio di Dio che usa verso i suoi santi a nostra consolazione ed esempio, affinché lo abbiamo a tenere quotidianamente in memoria, e perche se agisse cosi anche con noi vi siamo preparati. Il racconto da' la prospettiva agli eventi che seguono.
Il racconto non si esaurisce nella descrizione e interpretazione di un breve episodio della vita di Giacobbe; qui si manifestano le esperienze di fede che dai tempi più remoti giungono ai tempi del narratore. Vi sono iscritti parte dei risultati di tutta l' azione storica di Dio nella quale Israele e' stato introdotto. Traspare una significazione tipica: di ciò che Israele ha sempre sperimentato da parte di Dio. Si rappresenta questo rapporto in un combattimento che dura fino all’apparire dell’aurora. Attraverso il nome Giacobbe-Israele e' il racconto stesso a proporre questa interpretazione estensiva. Il nuovo nome resta qui stranamente isolato, i racconti che seguono immediatamente sembrano non tener conto. Nel profeta Osea si allude una volta a questo avvenimento. La brevità del cenno non permette di stabilire se si riferisce al racconto come lo leggiamo oggi. (Os12,5) Il paradosso del vincitore che piange e implora grazia risulta molto più forte. Lutero dice che in questo nobile capitolo si veda il meraviglioso consiglio di Dio che usa verso i suoi santi a nostra consolazione ed esempio, affinché lo abbiamo a tenere quotidianamente in memoria, e perche se agisse cosi anche con noi vi siamo preparati. Il racconto da' la prospettiva agli eventi che seguono.
Un combattimento con Dio. Non ti lascerò finche non mi benedici. La vita del credente si colloca in questa lotta. Nell’incerto, nella notte, nella difficoltà. 'Io credo' e' sempre pronunciato quasi come un “voglio credere”. 'Io ho fiducia' racchiude il tremore della ricerca di fiducia.
Sfacciati, impertinenti, ci aggrappiamo a Dio. Non ti lascerò. Impietosi come Giacobbe e carenti di identità che viene da un nome nuovo.
Sfacciati, impertinenti, ci aggrappiamo a Dio. Non ti lascerò. Impietosi come Giacobbe e carenti di identità che viene da un nome nuovo.
V30 il nome e il relativo commento sembrano una conclusione, il punto culminante. La continuità si da' nel vedere chiaro di Giacobbe sulla natura divina dell’altro, la sua domanda sul nome esprime la sua umana situazione ancora più acutamente di quanto non avesse fatto la sua domanda sulla benedizione (v27b). L' uomo antico si sapeva circondato da potenze divine che determinavano la sua vita, ma che egli da solo non poteva spiegare. Se un nume entrava visibilmente e sensibilmente nello stretto cerchio della vita di un uomo, la più elementare domanda che gli saliva alle labbra era per conoscere il nome, cioè il suo essere e le sue intenzioni. C'era da tener duro poiché se si sapeva il suo nome, si poteva invocarlo, si poteva impegnarlo, magari con un sacrificio. In questa domanda del nome e' racchiusa tutta l' indigenza ma anche tutto l'ardire dell’uomo di fronte a Dio. Nulla potrà soffocare il primordiale impulso ad afferrare Dio e vincolarlo a se'.
Ma Dio è libero. E lo sconosciuto si sottrae alla presa di Giacobbe, non da' luogo a questa domanda, non lascia che il suo mistero e la sua liberta' siano violati. Una liberta' anche di benedire. Cosi viene legittimata la benedizione di Isacco carpita da Giacobbe, viene convalidato l' impegno di Bethel e promesso l' esaudimento della preghiera di Gen 32,10. Si deve pensare soprattutto alla preghiera di v27, dove Giacobbe chiede di essere benedetto, preghiera rimasta in un primo momento senza evasione. Ma quante cose accadono fra la preghiera e il suo esaudimento (v30b)!!!
Prima dobbiamo rispondere noi a Dio chi siamo. Chi sei, qual e' il tuo nome. Giacobbe ha dovuto manifestare il suo nome e la sua persona, ha dovuto ricevere un nuovo nome, ha dovuto veder rinviata la questione del nome dello sconosciuto.
Prima dobbiamo rispondere noi a Dio chi siamo. Chi sei, qual e' il tuo nome. Giacobbe ha dovuto manifestare il suo nome e la sua persona, ha dovuto ricevere un nuovo nome, ha dovuto veder rinviata la questione del nome dello sconosciuto.
Qui si vede come il racconto si allontana dalle antiche saghe che riferiscono il raggiramento di un essere divino da parte di un uomo e l' acquisto di una benedizione. Questo Dio non si fa raggirare, sul filo del rasoio il racconto preserva l'inquietante mistero di Dio, lo straziante desiderio dell’uomo che lo incontra e la liberta di Dio di benedire quando sceglie lui.
Julia Hillebrand – 28 GENNAIO 2012
Dim lights Download Embed Embed this video on your site






