19 | 05 | 2012
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Chiesa Valdese di Trapani e Marsala
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spiritosanto«Fuoco dal cielo» - Pentecoste ieri e oggi

Nel n. 16 del 20 aprile scorso questa rubrica ha ospitato una lettera di Fiore Consoli, abitante a Isernia (Molise), che terminava con tre domande. Alla prima, sul fenomeno della glossolalia (il «parlare in lingue»), risposi su quel numero; alla seconda («L’essere cristiani è compatibile con il non frequentare alcuna chiesa?») ho risposto nel n. 18 del 4 maggio; alla terza, molto personale («Qual è la Sua opinione sul movimento pentecostale? ») rispondo oggi. Nella sua lettera, l’autore, di famiglia pentecostale ed egli stesso battezzato a vent’anni in una chiesa pentecostale dalla quale si è poi allontanato, formula in ben 12 punti una serie di critiche al movimento pentecostale, di cui qui mi limito a riportare le maggiori: (1) interpretazione troppo letterale del testo biblico; (2) scarsa importanza attribuita alla preparazione culturale e teologica dei pastori; (3) spiritualità attenta al lato emotivo della fede a scapito di altri aspetti; (4) forme di culto troppo «esuberanti»; (5) eccessiva frammentazione del movimento in tante comunità separate, talvolta in concorrenza tra loro; (6) disinteresse in campo ecumenico. Il mio compito non è, ovviamente, di commentare queste critiche, ma di rispondere alla domanda che mi è stata posta: che cosa penso del movimento pentecostale.

Co n fe s so che dire che cosa penso del m0vimento pentecostale mi mette in un certo imbarazzo per almeno due  ragioni. La prima è che non parlo volentieri di altre chiese cristiane, soprattutto per dire «che cosa ne penso», come se questo fosse importante. Se parlo di una chiesa diversa da quella alla quale appartengo, cerco piuttosto di chiedermi  che cosa quella chiesa mi può insegnare, quali aspetti della fede o della vita cristiana essa coltivi più e meglio di quanto  non accada nella mia chiesa, se e come essa mi possa eventualmente aiutare a essere un cristiano migliore o  meno insufficiente. Se nella mia risposta adottassi questo criterio nella valutazione del movimento pentecostale, direi  diverse cose, ma non risponderei alla domanda molto diretta che mi è stata posta, che non è: «Che cosa posso  imparare dal movimento pentecostale? », ma: «Qual è la mia opinione del movimento pentecostale?». Domanda che  mi imbarazza per un secondo motivo, che è questo: una cosa è il movimento pentecostale nella sua storia, nella sua  ispirazione e motivazione originaria, nei suoi principi costitutivi (il pentecostalismo, diciamo così, ideale), un’altra cosa  sono le chiese pentecostali concrete che possiamo incontrare nel nostro cammino, di cui possiamo anche far parte o  aver fatto parte e che, tra l’altro, possono essere tra loro molto diverse (il pentecostalismo, diciamo così, reale).
 
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chiesaCristiani senza chiesa: è possibile?

Nell’ ultimo «dialogo» (Riforma del 20 aprile 2012) è stata pubblicata la sintesi di una lettera di Fiore Consoli, cristiano battezzato in una chiesa pentecostale, da cui ha poi preso le distanze per una serie di motivi che egli espone  nella lettera, troppo lunga però per poter essere pubblicata integralmente. La lettera terminava con tre domande. Alla prima, sulla glossolalia (o «parlare in lingue») ho risposto nel numero del 20 aprile. La seconda domanda era questa: «L’essere cristiani è compatibile con il non frequentare alcuna chiesa?». Questa è infatti la condizione attuale  del nostro lettore. La terza domanda era personale, rivolta a me direttamente: «Qual è la sua opinione sul movimento  pentecostale? ». Speravo, lo confesso, di poter rispondere in questo numero, a entrambe queste  domande. Ma la risposta alla seconda ha preso più spazio di quanto all’origine avevo immaginato, e questo mi obbliga a rimandare alla prossima puntata la risposta alla terza domanda. Confido che i lettori comprenderanno: tutte e tre le  domande in questione (che tra l’altro mai erano state poste a questa rubrica) sono assai impegnative ed esigono  risposte meditate, articolate e non troppo sbrigative.

Ri s p o n d o dunque alla seconda delle tre domande poste da Fiore Consoli. La domanda è: «L’essere cristiani è compatibile con il non frequentare alcuna chiesa?», cioè, in altri termini: È possibile essere cristiani senza chiesa?  Proprio questa è l’esperienza che molti cristiani oggi fanno. Delusi, per tanti motivi diversi, dalle chiese di  appartenenza, se ne allontanano (per lo più silenziosamente) e non ne cercano un’altra oppure, pur cercandola, non la  trovano, perché non c’è, o perché quella che c’è non corrisponde alle loro attese.
 
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emorroissaLa figlia di Giàiro e la donna che toccò il mantello di Gesù
 
Il brano evangelico oggetto del presente studio compare in tutti e tre i vangeli sinottici, dei quali quello di Marco (5, 21-43) ne riporta una versione più lunga, più ricca di particolari, cosa che ne agevola una migliore comprensione e, di conseguenza, rende possibile un maggiore approfondimento del suo significato.
Il brano è formato da due episodi: l’episodio della figlia di Giàiro e quello della donna che toccò il mantello di Gesù, episodi strettamente legati tra loro, che non è assolutamente possibile separare, essendo uniti da un legame che va al di là della mera successione temporale.
Si tratta di un brano dalla struttura particolare, nel quale un episodio si inserisce dentro un altro: l’episodio della donna che toccò il mantello di Gesù è inserito infatti all’interno dell’episodio della figlia di Giàiro, che viene così interrotto per poi proseguire alla fine di quello. Per tale motivo, il tutto può essere visto come una sorta di trittico, quell’opera pittorica consistente in un quadro formato da un pannello centrale, il più importante, e due pannelli laterali, i quali assumono il loro pieno significato in funzione del primo. In questo caso, il pannello centrale è costituito dal racconto della donna che toccò il mantello di Gesù, e i due pannelli laterali dalle due parti dell’episodio della figlia di Giàiro. 
Gesù è da poco ritornato da Gerasa, località sull’altra riva del lago di Genezareth, in territorio pagano, dove ha guarito un uomo indemoniato. Si trova quindi adesso sulla sponda opposta, in terra di Israele, dove tanta gente si è radunata ad aspettarlo. E’ appena sceso dalla barca e sta camminando sulla riva, quando uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, gli si avvicina supplicandolo che venga a guarire la sua figlioletta che sta per morire. Gesù subito va con lui, mentre molta folla lo segue e gli si stringe intorno. E’ a questo punto che entra in scena una donna. E’ anonima. Da dodici anni soffre di continue emorragie e nessuno è riuscito finora a guarirla. Nella cultura ebraica il sangue era la stessa vita della persona e la perdita del sangue significa la perdita della vita.
 
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galileiUna fede adulta
«Perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Luca 12:57)
 
Come ho avuto modo di anticipare ieri a quante e quanti hanno partecipato alla bella riflessione sul tema del diritto ad una morte dignitosa, il libro di Federica[1] ha costituito per me un’occasione di arricchimento umano e, pertanto, anche spirituale. Nei giorni in cui ho studiato con passione quelle pagine, altri due eventi concomitanti hanno sollecitato la mia meditazione: anzitutto la lettura che ho svolta, per così dire, “in parallelo”, di un altro testo, l’ultimo scritto dal teologo Vito Mancuso, significativamente intitolato: «Obbedienza e libertà»[2]; in seconda battuta la visione dello spettacolo teatrale allestito dall’attore Marco Paolini, dedicato alla figura e al pensiero di Galileo Galilei[3]. Queste le tre fonti alle quali ho avuto il piacere ed il privilegio di abbeverarmi nelle ultime settimane: che cos’hanno esse in comune? Una cosa su tutte: la riflessione che propongono ai lettori e alle spettatrici sulla dimensione della libertà dell’individuo. Nel suo spettacolo, Paolini metteva in risalto l’ingegno e l’irriverenza dell’astronomo pisano che, costretto dall’inquisizione romana ad abiurare alla veneranda età di settant’anni, in tutta risposta riprese i suoi esperimenti di fisica, riuscendo a diffonderli clandestinamente e spianando così la strada alla rivoluzione scientifica dei tre secoli successivi.
Mancuso, da tempo ormai oggetto delle reiterate accuse mossegli dalle gerarchie vaticane, propone al lettore un interessante itinerario attraverso le figure che furono considerate eretiche dalle istituzioni ecclesiastiche e che, in forza delle ragioni del loro argomentare, si dimostrarono capaci di sopravvivere alla morte fisica inflitta dalla violenza del pensiero unico. Voglio condividere con voi un passo contenuto in questo testo profondo e refrattario all’ossequio e al pensiero allineato tanto auspicati Oltretevere:
 
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