19 | 05 | 2012
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agnelloAlla ricerca di un senso

«L’indomani [Giovanni] vede Gesù che viene verso di lui e dice: “Ecco l’agnello di Dio, colui che porta il peccato del mondo»
(Giovanni 1:29)

Sappiamo ormai molto bene che le Scritture annoverano spesso al loro interno passi o espressioni che non sono affatto di comprensione immediata. Questo è anche il caso dell’«agnello di Dio» su cui intendo soffermarmi quest’oggi insieme con voi. Prendere le mosse dalle nostre comprensibili difficoltà mi sembra più onesto che sbandierare certezza, come alcuni fanno – a mio avviso affrettatamente – quando si tratta della fede e della comprensione delle Scritture da cui essa prende forma e trae nutrimento. Chi si dice sicuro nelle cose in verità profondamente oscure ed incerte di questo mistero che è la vita, può farlo soltanto perché parte dal presupposto di aver già risolto tutti i suoi interrogativi: cosa che, come ricorda ironicamente Oscar Wilde, fa sospettare che non si sia posto le domande giuste. Io, insieme con voi, le domande preferisco pormele: non so se siano quelle giuste, non so nemmeno se ve ne siano di giuste.
Ma parto dagli interrogativi e mi lascio guidare da loro verso una comprensione più profonda di quanto non mi risulta del tutto chiaro ad una prima lettura o ad un primo ascolto. Non sempre – o meglio: quasi mai – la piccola luce che provo a gettare sull’oscurità si rivela capace di diradare tutte le tenebre: ma ho imparato che nulla di ciò che è umano è privo di zone d’ombra. Anche – anzi, forse soprattutto – la nostra comprensione di Dio e dell’esistenza, che comunque può compiere dei passi soltanto se torniamo a porci domande e, possibilmente, domande audaci.
Il nostro brano di oggi consiste in questo versetto tanto breve quanto carico di significato, in cui Giovanni il battista, vedendo venire Gesù verso di sé, esclama: «Ecco l’agnello di Dio». Ora – non certo per impersonare sempre il ruolo degli iper-critici – è opportuno ricordare che quest’espressione figura esclusivamente nella cosiddetta «letteratura giovannea»: vale a dire che nessun altro autore del Secondo Testamento la utilizza mai per riferirsi a Gesù. Di qui dobbiamo trarre due prime conclusioni, che si riveleranno indispensabili ai fini di una migliore comprensione del nostro testo: in primo luogo, l’espressione non è riconducibile direttamente all’incontro reale e storico avvenuto tra Giovanni e Gesù; in seconda istanza il redattore del cosiddetto Quarto Vangelo, essendo l’unico a riportarla, la utilizza con una precisa intenzione, che è nostro compito – nella misura in cui ciò è possibile – individuare. Il vangelo secondo Giovanni è racchiuso interamente in quest’immagine dell’agnello: anche il processo a Gesù di fronte a Pilato, infatti, si svolgerà, in maniera estremamente significativa, nel giorno detto della «parasceve», ovverosia della preparazione della Pasqua e si concluderà con un verdetto di condanna che verrà emesso «intorno all’ora sesta», ovverosia a mezzogiorno, ora in cui incominciava nel tempio di Gerusalemme il sacrificio pasquale degli agnelli.

La domanda che sorge, pertanto, è la seguente: che cosa significa, nella tradizione ebraica, questo sacrificio? E il fatto che il redattore del Quarto Vangelo vi alluda è casuale? No, non lo è affatto: chi scrive il testo del vangelo secondo Giovanni è un profondo conoscitore della tradizione religiosa e culturale ebraica e non lascia nulla al caso; siamo noi cristiani «moderni», piuttosto, ad ignorare le nostre stesse origini.
Ma, quel che è peggio, siamo noi cristiani moderni a non interrogarci più sul significato complesso e profondo di quest’immagine, identificandola in maniera immediata ed  esclusiva con Gesù e credendo che tale identificazione ne risolva l’enigmaticità. Secondo il Quarto Vangelo l’agnello è Gesù, non c’è alcun dubbio: ma la scelta di quest’immagine affonda le proprie radici nella storia del popolo d’Israele ed è legata, non certo per caso, alla vicenda dell’Esodo, che Israele continua a ricordare proprio attraverso la celebrazione di Pesah, la Pasqua. Anche quest’ultimo evento è stato presto interpretato dalle chiese come una sorta di «esclusiva» appannaggio della tradizione cristiana, legata alla vicenda della passione e crocifissione di Gesù: ma se essa non viene messa in relazione al contesto entro cui è sorta e si è sviluppata (la celebrazione della Pasqua ebraica), non può essere compresa in tutta la sua pregnanza.
L’istituzione del sacrificio pasquale dell’agnello è narrata al capitolo dodici del libro dell’Esodo, prima che Israele incominci la sua disperata e annosa peregrinazione nel deserto del Sinai: è memoria della liberazione del popolo dalla schiavitù per mano di Dio. Emblema di questa liberazione è il sangue innocente che verrà sparso, sofferenza incomprensibile che racchiude in sé la promessa di un futuro di speranza.
Il profeta Isaia, nei canti detti del «Servo sofferente», rielaborerà l’immagine dell’agnello e la riferirà alla figura del messia atteso da Israele, il quale non sarà una figura trionfante ma sconfitta, umiliata, tolta di mezzo con l’inganno e la violenza. Il cristianesimo delle origini scorgerà in questa figura i tratti di Gesù, il quale andò consapevolmente incontro ad un destino di annientamento brutale stabilito di comune accordo dal potere politico e da quello religioso.
Troppo grandi, difatti, erano lo sconforto e lo sconcerto dei primi discepoli, che avevano assistito, impotenti ed increduli, alla disfatta del loro maestro e al fallimento del suo annuncio. La tentazione dell’abbandono dev’essere stata forte, in certi momenti deve aver costituito l’unica strada all’apparenza percorribile: Gesù era stato vittima di un tremendo abbaglio, di un’illusione catastrofica, riguardo alla quale era opportuno che almeno i suoi discepoli, ormai disincantati, aprissero gli occhi. Se non si voleva desistere totalmente, non c’era che un’alternativa: trovare un senso a ciò che era accaduto. L’unico appiglio, in questa direzione, era rappresentato dai testi sconvolgenti riportati nel rotolo del profeta Isaia: si trattava, però, di radicare una fiducia già vacillante nelle parole del più grande visionario che il popolo d’Israele avesse mai conosciuto, un profeta le cui pagine non avevano mai smesso di scandalizzare, quell’Isaia dalla logica incomprensibile e abissale, che riprendeva la tematica –  inaccessibile all’intelligenza umana – della sofferenza del giusto come riscatto dei molti che, si sa, giusti non sono.

Il redattore del vangelo secondo Giovanni si volgerà proprio alle parole di Isaia per trovare un senso ad una vicenda che sembra non averne e dichiarerà: il messia sofferente annunciato dal profeta Isaia possiede la storia e il volto di Gesù di Nazareth, l’agnello di Dio, ovverosia, l’agnello che Dio ha sacrificato perché molti fossero riscattati attraverso il suo sangue innocente. Siamo letteralmente affacciati sull’orlo dell’abisso, posti su quel confine instabile e perennemente mobile che insieme separa ed unisce il senso e l’insensatezza: che cosa vuol dire che quest’uomo, quest’innocente, porta il peccato del mondo?
L’espressione è significativamente al singolare e ha dato adito alle interpretazioni più disparate. Tutta una tradizione ecclesiastica ha qui voluto vedere il cosiddetto «peccato originale», quello che, pur senza che ne abbiamo una responsabilità e – meno ancora – una consapevolezza diretta, ci marcherebbe e macchierebbe inesorabilmente tutti e ciascuna, in maniera, a dire il vero, più incomprensibile che misteriosa.
Sono del parere che chi ha scritto il Quarto Vangelo avesse in mente tutt’altro che questa realtà così sovente fraintesa: l’autore di questo testo, più verosimilmente, usa il singolare per riferirsi non tanto ad una condizione umana innata e, non si comprende bene perché, irrimediabilmente perduta, quanto, piuttosto, per indicare un gesto preciso e consapevole, compiuto con freddezza e premeditazione: l’omicidio dell’innocente. Questo, ancora oggi, è il peccato del mondo, quello che il mondo non ha ancora cessato di compiere. Gesù lo assume su di sé, lo incarna, potremmo dire «se lo accolla»: e spera che in questa disposizione non priva di timori, incertezze e tensioni possa esservi redenzione.

Negli ultimi tempi gli studiosi della tradizione religiosa ebraico-cristiana si sono concentrati sull’affascinante interpretazione psicologica che l’antropologo René Girard ha elaborato riguardo alla nozione di sacrificio e alla sua funzione salvifica. Assai prima di lui, però, il grande romanziere Feodor Dostoevskij aveva scandagliato, con straordinaria sensibilità, questo mistero denso di contraddizioni insanabili. Un fine lettore e acuto interprete di Dostoevskij, il filosofo Luigi Pareyson, ci regala queste parole che provano a fornirci un barlume di senso nell’insensatezza custodita nel cuore della sofferenza dell’innocente:
«La vastità e la profondità del male esistente nel mondo sono tali che, anche ammessa la sofferenza come espiazione e riscatto, a liberare l’umanità non basta la sofferenza dei peccatori, ma è richiesta anche la sofferenza degli innocenti, il che è tanto più sconcertante e terribile se si pensa che fra gli innocenti bisogna contare anche i bambini, e che quindi è necessario ricorrere al temuto e deplorato principio della reversibilità delle sofferenze degli innocenti in favore dei peccatori. È a questo punto che si raggiunge la radice profonda del nesso tra il male e il dolore (…) Se il peccato trascina nella sofferenza anche gli innocenti, allora il dolore trascina nella sofferenza anche la divinità (…) Lo scandalo della sofferenza degli innocenti diventa tollerabile solo sullo sfondo d’uno scandalo maggiore (…): la realtà di un Dio sofferente (…) L’idea del Dio sofferente è l’unica che possa resistere all’obiezione della sofferenza inutile come dimostrazione dell’assurdità del mondo, e che anzi possa capovolgere l’intera problematica della sofferenza, nel senso di trarre dalla stessa incomprensibilità del dolore la possibilità che esso dia un senso alla vita dell’uomo (…) Col Cristo sofferente nasce il concetto d’un Dio (…) che per amore è coinvolto nella morte, secondo la sublime e insieme profonda espressione di Angelo Silesio: Che Dio sia crocifisso! Che lo si possa ferire! Che Egli tolleri l’affronto fattogli e sopporti simile angoscia e possa morire! Non trarne meraviglia: tutto ciò l’ha inventato l’amore»

[Tratto da: Pareyson, Luigi Ontologia della libertà,
Einaudi, Torino, 1995, pp. 196-201]

Trapani, Domenica 22 Gennaio 2012 - Pastore Alessandro Esposito

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