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22 | 10 | 2017

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AlessandroMigliore predicazione dell'anno

È il pastore valdese Alessandro Esposito uno dei tre vincitori della seconda edizione del premio dedicato alla miglior predicazione dell'anno indetto dalla Federazione delle chiese protestanti svizzere (FEPS). Il premio, che quest'anno ha come motto "Osar pensare, poter agire, amare credere", desidera riaffermare la centralità della predicazione nella tradizione riformata: nei templi elvetici, infatti, domenica dopo domenica oltre duemila predicatori e predicatrici salgono su un pulpito per proclamare la parola di Dio e condividere riflessioni sull'importanza dell'Evangelo nei nostri tempi. La predicazione è anche, a suo modo, un'opera d'arte in cui convergono teologia, espressione orale e esperienza di vita.

Come ricorda Gottfried Locher, presidente del Consiglio della FEPS «l'obiettivo non è quello di favorire la concorrenza, ma di rendere merito e onore ai predicatori cui è concessa l'opportunità di mettere in luce il proprio lavoro». «Attraverso le loro parole - prosegue Locher - è Dio stesso a interpellare l'essere umano. Ecco perché oggi, forse più che mai, la predicazione è un'opportunità per la chiesa e per la società». Tre le categorie previste: una denominata "premio speciale", una per le lingue tedesca e romanza, l'altra per il francese e l'italiano.

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Aprire i nostri sensi

«Condussero da lui (da Gesù) un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: “Effetà!” che vuol dire: “Apriti!” E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: “Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare”» (Marco 7: 32-37)

Noi tutti abbiamo cinque sensi che ci permettono di rapportarci col mondo esterno. Eppure nei testi biblici spesso vengono messi in risalto solo la vista e l’udito. Nel nostro testo di oggi incontriamo un uomo sordo che non sente e, quindi, non riesce a parlare bene. Spesso un individuo sordo è anche un individuo muto, in quanto non può apprendere il funzionamento del linguaggio se non è in grado di sentire. Il nostro testo non ci informa su chi fossero coloro che lo portano davanti a Gesù, implorandolo di intervenire con l’imposizione delle sue mani. Certamente erano degli amici che volevano aiutarlo, conducendolo da questo strano maestro, di cui si narravano interventi di liberazione e di guarigione. Non conosciamo nemmeno il nome di questo sordomuto, anonimo rappresentante di tutti i sordomuti bisognosi di aiuto.

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EFFATÀ! = APRITI!

«Condussero da lui (da Gesù) un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: “Effatà!” che vuol dire: “Apriti!” E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: “Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare”» (Marco 7: 32-37)

Leggendo questo passo dell’evangelo di Marco o ascoltandone la lettura, forse pensiamo alla non felice condizione dei sordi, che li isola, impedendo la comunicazione con altri mediante parole dette e udite. Essi stessi non parlano bene perché non riescono a sentire le loro stesse parole. Però tutte le altre persone sono ben liete di avere un udito buono o almeno sufficiente, e quando questo si indebolisce usano i moderni apparecchi acustici che lo migliorano. Eppure tutti, in certe condizioni, siamo sordi verso la Parola di Dio. Quest’affermazione può sembrare non vera o per lo meno esagerata, perché noi ascoltiamo e riceviamo con piacere la Parola di Dio.

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Chiesa e missione (1° Corinzi 1,10-13)

 
L'apostolo, dunque, avendo sentito che nella comunità vi sono delle divisioni e dei partiti che si rifanno a dei predicatori che sono passati per Corinto (Paolo, Apollo e Cefa), sta mettendo davanti ai suoi interlocutori il fatto che l'oggetto (e il soggetto) della predicazione è Cristo e non il predicatore stesso.
Infatti, egli dice, nessuno è stato battezzato nel suo nome, ma tutti sono stati battezzati nel nome di Cristo.
È chiaro che qui sta estremizzando in modo polemico il concetto, però è significativo che egli rimarchi il fatto che vi è una differenza notevole fra chi predica (che può essere uno o un altro) e ciò che viene predicato (la salvezza ricevuta per grazia in Gesù Cristo): è in Cristo, infatti, e in lui soltanto che noi arriviamo alla fede e conosciamo la salvezza.
Di qui Paolo prende lo spunto per approfondire il tema della predicazione: «io non sono stato mandato da Cristo a battezzare, ma a evangelizzare» o, come traduce la TILC, «ad annunciare la salvezza».
Chiesa e missione (partecipazione-evangelizzazione) non sono due termini tra loro estranei.
La missione è certamente una parte importante per un credente, per colui o colei che preso dalla fede in Cristo volge la sua attenzione all'esterno per portare la sua parola... certamente questa è la nostra missione... ma questo non ci porta ad abbandonare il gregge... a non venire in chiesa la domenica oppure venire quando non ho altro da fare... perché si ha un'ora di buca... allora vado in chiesa.

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DUBBIO E FEDE: STORIA DI DUE GEMELLI

1. Giovanni: un vangelo da imparare a leggere

Prima di accingerci a commentare insieme il nostro passo di oggi, è necessario svolgere una premessa: l’evangelo giovanneo (chiamato anche quarto vangelo per il fatto di essere il più recente tra i cosiddetti vangeli canonici che sono entrati a far parte del Secondo Testamento) è un testo estremamente complesso in cui imparare ad orientarsi, poiché si tratta di uno scritto che fa ricorso ad un linguaggio ricco di simboli che è necessario imparare a riconoscere e a decodificare.

All’evangelo giovanneo è pertanto necessario accostarsi attraverso una serie di studi articolati ed approfonditi, che consentano di entrare progressivamente in confidenza con il ricco e complesso linguaggio utilizzato dal suo redattore. Oggi, naturalmente, non disponiamo del tempo necessario per compiere questo percorso: dovremo pertanto avventurarci all’interno di un breve brano dell’evangelo senza ancora disporre degli strumenti necessari ad effettuarne una lettura approfondita. Anche avventurarsi con audacia e consapevolezza dei propri limiti rappresenta, ad ogni modo, un percorso affascinante: inauguriamolo, dunque, incominciando dalla lettura del nostro brano, di cui offro qui di seguito la traduzione che ne ho svolta, cercando di mantenermi il più possibile fedele al testo nella sua forma originaria.

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     diritto IL DIRITTO DEL GIUSTO   

  1.  Ancora un brevissimo tempo e il Libano sarà mutato in un frutteto, e il frutteto sarà considerato come una foresta.In quel giorno i sordi intenderanno le parole del libro e, liberati dall'oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno.19 Gli umili potranno ancora gioire nell'Eterno e i poveri dell'umanità esulteranno nel Santo d'Israele.20 Poiché il tiranno sarà scomparso, lo schernitore sarà distrutto, e saranno sterminati tutti quelli che tramano iniquità,21 che condannano un uomo per una parola, che tendono tranelli a chi giudica alla porta, pervertono il diritto del giusto per un nulla.22 Perciò cosí dice alla casa di Giacobbe l'Eterno che riscattò Abrahamo: «D'ora in poi Giacobbe non dovrà piú vergognarsi e la sua faccia non impallidirà più;23 ma quando vedrà i suoi figli, l'opera delle mie mani nel suo mezzo, essi santificheranno il mio nome, santificheranno il Santo di Giacobbe e temeranno il DIO d'Israele.24 I traviati di spirito giungeranno ad avere intendimento e i mormoratori, impareranno la sana dottrina. (Isaia 29,17-24)

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studio biblicoIl buon pastore legittimo

Care sorelle e cari fratelli,

è sempre un grandissimo piacere per me tornare a predicare su questo brano, uno dei miei preferiti in assoluto.

Il testo si apre subito con un dialogo tra Gesù e i giudei; un modo particolare in cui Gesù entra subito nel vivo della questione, introducendo all’improvviso la parabola del buon pastore con la formula: “In verità, in verità vi dico”.

Parte subito la bella metafora pastorale con l’utilizzo di immagini simboliche: in un recinto munito di porta e custodito da un guardiano entra il pastore per fare uscire le sue pecore al pascolo, segni distintivi del pastore legittimo. Egli entra nel recinto attraverso la porta ed è accolto e riconosciuto dal guardiano. Invece il ladro e bandito non entra attraverso la porta, ma scavalca il recinto. Un dettaglio questo che ne rivela il carattere abusivo e pericoloso.

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chiesaDiamo congedo alla sorella Matilde

Isaia 40:27-31

Caro Franco, cari parenti e amici, care sorelle e cari fratelli

ho scelto questi versetti del profeta Isaia in questo giorno in cui dobbiamo dare congedo alla sorella Giovina Matilde Leone perché, leggendoli, mi hanno subito richiamato alla mente le parole affettuose con cui Franco ieri mi ha parlato della sua cara mamma.

Il profeta Isaia dice al versetto 31:”ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano”.

La forza e la tenacia, il non arrendersi e il non abbattersi sono qualità che, insieme alla grande generosità e disponibilità, hanno sempre contraddistinto la sorella Matilde, come veniva chiamata da tutti coloro che la conoscevano.

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