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22 | 10 | 2017

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de VergasPer la riconciliazione delle confessioni e delle religioni

 

Non dobbiamo confondere testo biblico e Parola di Dio. La “scomoda evidenza” delle contraddizioni interne alla Bibbia può condurci a riconsiderare il nostro modo di comprendere le Scritture e Dio e questo può far cadere i dogmatismi.

La disputa sugli universali, che ha nutrito buona parte della vita intellettuale del Medio Evo, non è certo terminata: esistono ancora, nella nostra epoca, i “realisti” (o “essenzialisti”), discepoli di Platone, e i “nominalisti” (o “strumentalisti”), eredi di Aristotele. Per i realisti le parole “uomo” o “Dio” designano dei concetti essenziali, vale a dire la realtà ultima ed universale dell’uomo e di Dio. Per i nominalisti, invece, tali parole non sono che degli strumenti che permettono allo spirito umano di riflettere e agire. 

La maggior parte dei catechismi e dei trattati di teologia in uso nelle nostre Chiese si basano sul Simbolo di Nicea, la confessione di fede del IV secolo alla quale aderiscono tutte le Chiese membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese, più la Chiesa Cattolica.

Quando leggo questi testi ho l’impressione di essere immerso in un realismo che non si presenta come tale. Dio, Trinità, Incarnazione, Redenzione, Salvezza, Perdizione: questi termini, tra gli altri, sono troppo spesso investiti e adornati di attributi che li definiscono con precisione e proposti (o imposti) ai fedeli come articoli di fede che distinguono l’ortodossia dall’eresia. Ecco quindi che la maggior parte della Chiese propone, con più o meno convinzione, alcune definizioni apparentemente senza appello: eccone riassunta qualcuna. 

– Dio è eterno, onnisciente, onnipotente, al tempo stesso perfettamente giusto e perfettamente buono. 

– La Trinità è composta da tre persone distinte, Dio (il Padre), Gesù Cristo (il Figlio) e lo Spirito Santo, che uniti formano il Dio unico. Queste tre persone hanno tra loro, da tutta l’eternità, un legame d’amore infinito e mettono in opera la salvezza dell’umanità. 

– L’Incarnazione è quel miracolo per cui, durante la sua breve vita terrestre, il Figlio increato diventa interamente uomo, senza cessare di essere interamente Dio. 

– La Redenzione è il “riscatto” dell’umanità peccatrice attraverso il sacrificio del Figlio senza peccato, sacrificio con il quale Dio concilia la sua perfetta giustizia, punendo il peccato con la morte, con il suo perfetto amore, offrendo la salvezza agli uomini. 

– La Salvezza e la Perdizione sono articolate in maniera complementare. Se la Salvezza è offerta a tutti gli uomini, ne beneficia unicamente chi confessa Gesù Cristo come unico Salvatore; gli altri sono condannati a espiare le loro colpe nella sofferenza eterna. 

Gli autori di tali formulazioni hanno generato e portato avanti innumerevoli dispute e conflitti, dimenticando di seguire l’ingiunzione dell’apostolo Paolo a Timoteo: “… che non facciano dispute di parole; esse non servono a niente e conducono alla rovina chi le ascolta” (2 Timoteo 2:14). Ma se esaminiamo attentamente e impietosamente queste affermazioni, ci accorgiamo che cozzano contro due grandi obiezioni:

Sono infirmate da inestricabili contraddizioni 

I filosofi-teologi che le hanno enunciate, l’hanno fatto senza applicare il principio di non contraddizione, pur sostenendo che la Ragione e la logica che le puntellano siano state date all’uomo perché apprendesse i misteri della fede. Troviamo contraddizioni sia all’interno (Dio unico e plurale – Dio che retribuisce con giusta severità e Dio di bontà e amore – Cristo al tempo stesso interamente divino e interamente umano) che all’esterno (l’onnipotenza di Dio pare inconciliabile con il regno del Male e la libertà umana).

Non sono biblicamente fondate 

Più precisamente: esse estraggono dalla Bibbia solamente i passi che vanno nel loro senso e ignorano il resto. Sarebbe troppo lungo analizzare tutti i testi che contraddicono le definizioni precedenti, per esempio affermando la debolezza e l’impotenza di Dio, la subordinazione del Figlio al Padre, l’elevazione del Messia (che è un uomo) al rango di Dio… Mi limito alla questione della salvezza, sia quella universale che quella riservata ai fedeli. 

La Bibbia contiene numerosi testi che descrivono il Giudizio ultimo come la separazione dei “salvati” e dei “dannati”. Basterà citarne due: il primo si trova nello straordinario capitolo XXV del vangelo secondo Matteo: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo… Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!”; il secondo nel capitolo XX dell’Apocalisse: “Poi la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco”. Questi due testi, assieme a molti altri, paiono solidi puntelli alla concezione “ortodossa” della salvezza riservata a chi l’accetta nella fede (o lei cui opere sono state riconosciute buone). 

Ma ecco alcuni testi che dicono il contrario: “Io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo” (Giovanni 12:47); “E io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12:32); “Egli [Gesù Cristo] è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2); “Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati” (1 Corinzi 15:22); “Abbiamo riposto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini, soprattutto dei credenti” (1 Timoteo 4:10). 

Bisogna dunque ammettere che la Bibbia dice cose diverse e talvolta contraddittorie. Questa scomoda evidenza ha spinto alcuni a fabbricarsi una Bibbia a proprio uso e consumo, epurata da tutte le idee da loro rifiutate: un’azione evidentemente pericolosa ed erronea, in quanto ogni fazione potrebbe fare lo stesso e pretendere così di giustificare il suo credo. Invece di cadere in questa trappola, non sarebbe meglio rivedere il modo in cui leggiamo la Bibbia e il ruolo che le riconosciamo? 

Io vedo due spiegazioni possibili alle contraddizioni della Bibbia. La prima si fonda sulla distinzione tra Bibbia e Parola di Dio: la Bibbia può al massimo essere una collezione di parole d’uomini ispirati da Dio, che traducono e talvolta travestono la sua Parola; di qui le numerose divergenze. Ma la seconda spiegazione mi sembra andare più lontano: se Dio è veramente Dio, la sua natura, le sue azioni e il suo progetto per l’umanità sfuggono necessariamente alla nostra comprensione e alle categorie della nostra ragione, come anche alle leggi della nostra logica. Da questo punto di vista le “contraddizioni” della Bibbia possono risolversi in una verità più alta, che ci sfugge. 

In ogni caso, mi sembra che per il nostro raziocinio sia giocoforza abdicare. Il senso del mistero ritrovato può così condurre a una teologia leggera, liberata dal suo orgoglio e dalla sua pretesa di dire la Verità, capace di maneggiare l’et-et al posto dell’aut-aut e di accedere a una comprensione della Bibbia e dei suoi commenti non più esclusiva, bensì inclusiva. Potremmo allora scoprire che tutto ciò che la Bibbia dice ha un senso, ma che nulla di ciò che vi troviamo scritto esaurisce tale senso. Nessuna formula può enunciare totalmente Dio o la fede: la verità sta al di là di ciò che noi possiamo dire di essa. 

Così crollano le pretese dei dogmatici e al tempo stesso emerge una visione aperta della Verità, libera dall’asservimento alle formule, rispettosa delle convinzioni altrui, disponibile ad approcci comunitari con cui costruire insieme una lettura e una fede più umili e profonde. 

La prima tappa, irrinunciabile, consiste nel modificare il nostro rapporto con le parole, riconoscere assieme ai nominalisti che le parole non dicono la realtà, sono piuttosto semplici strumenti del nostro pensiero e dei nostri dialoghi. In questo modo, la maggior parte delle dispute teologiche non avrà più ragion d’essere, aprendo così una via larga per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso!

Philippe de Vargas, laureato in Lettere, preside in pensione, teologo dilettante, è membro della Chiesa Evangelica Riformata del Cantone di Vaud (Svizzera), all’interno della quale ha assunto diverse funzioni.

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