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21 | 09 | 2017

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 gamalieleIl principio di Gamaliele

Quando si può dire che la storia dà ragione a qualcuno? La frase è comune. Eppure attribuire agli accadimenti o alla semplice capacità di durare nel tempo il ruolo di verifica del giusto e dell’ingiusto comporta non tutelare l’irrinunciabile distanza esistente tra l’essere e il dover essere.  Questo principio, che pare dar sempre torto agli sconfitti, ai perdenti, alle vittime è perciò circonfuso da qualcosa di oscuro e persino di crudele. Tuttavia, qualcuno potrebbe obiettare, cosa sarebbe stato di Gesù se alla morte in croce non fosse seguita la resurrezione?

A costui però si potrebbe controbiettare che la resurrezione non può essere intesa come un evento storico paragonabile a tutti gli altri. Se lo sfolgorio della domenica di Pasqua si presentasse come fatto tra i fatti sarebbe un trionfo troppo basso, anzi sarebbe ingiustificato privilegio nei confronti degli infiniti morti mai storicamente risorti.

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bibbia moveAntico Testamento o Bibbia ebraica?

Quale sia la natura storica e culturale del corpus delle scritture giudaiche è questione che la storiografia, la storia delle religioni e le scienze sociali sembrano avere già da tempo determinato: si tratta di un corpus di scritti prodotti in ambito giudaico, che vanno compresi secondo le categorie che hanno presieduto alla loro produzione e che sono quelle delle culture giudaiche del tempo. Oggi si cerca di ricostruire quel significato storico e culturale giudaico in base alle conoscenze che le scienze dell’antichità permettono e con i limiti che esse sempre comportano necessariamente. Da questo punto di vista, che è quello che interessa le scienze storiche e le scienze umane in genere, il corpus delle scritture giudaiche non presenta problemi diversi da quelli che presentano i corpora degli scritti di Nag Hammadi o di Qumran o degli scritti di Platone o di Aristotele.

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teologia queerPer una Teologia “Queer”

Per capire cos’è la “Teologia Queer”, occorre innanzitutto comprendere il significato di entrambi questi termini. Per quanto riguarda il primo di essi, due affermazioni contrastanti, contenute l’una nell’evangelo di Giovanni e l’altra nella Prima Lettera di Giovanni, ci consentono di coglierne il senso: “Dio nessuno l’ha mai visto” ( Gv 1,18) e  “… colui che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita” (1 Gv 1,1).

La teologia parla di qualcosa che non conosce, la cui esistenza oggettiva non è in grado di dimostrare, ma di cui è possibile fare esperienza, forte e tattile. Pertanto, chi può parlare autorevolmente di Dio? Nella storia di Israele c’erano due figure che parlavano di Dio: il sacerdote e il profeta. L’uno stava al centro e trasmetteva la dottrina, l’altro stava ai margini e sfidava la dottrina partendo dalla sua esperienza.

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paoloIl viaggio celeste di Paolo

Nella seconda Lettera ai Corinzi Paolo parla di un viaggio celeste di cui egli stesso ha fatto esperienza. Per comprendere di cosa si sia effettivamente trattato, bisogna considerare che una simile esperienza faceva parte di una pratica religiosa fondamentale per l’uomo religioso antico, aperto al contatto con un mondo soprannaturale celeste. Il viaggio celeste era infatti ampiamente diffuso nelle culture antiche quale forma religiosa ricca di significati e di effetti. Chi lo praticava era indotto a una tale esperienza da un habitus culturale. Gli antichi avevano una percezione della vita normale come se in essa fosse possibile l’inserimento costante di forze, soggetti e fenomeni  soprannaturali. Nel mondo antico uomini e donne cercavano di mettersi in una determinata disposizione, una sorta di divisione corpo-anima, in grado di produrre il viaggio celeste. Era una caratteristica culturale che molti uomini avevano in comune, un’esperienza religiosa normale e ampiamente praticata.

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