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21 | 09 | 2017

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dieciragazzeLA PARABOLA DELLE DIECI RAGAZZE

Il regno dei cieli è simile a dieci ragazze che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo.  Cinque di esse erano stolte e cinque sagge;  le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio;  le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi.  Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle ragazze si destarono e prepararono le loro lampade.  E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.  Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.  Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le ragazze che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.  Più tardi arrivarono anche le altre ragazze e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici!  Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.  Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora. ( MATTEO 25,1-13)

Cari fratelli e care sorelle, io penso che queste dieci ragazze della parabola rappresentino bene la chiesa, composta da persone avvedute e da persone stolte, ma egualmente chiamate a essere presenti alla festa che farà il Signore nel giorno delle sue nozze spirituali con i suoi discepoli.

 

E il punto centrale di questa parabola non può essere il significato che possiamo dare alle lampade che tutte e dieci le ragazze avevano, né il fatto che si sono addormentate, perché tutte si sono addormentate nell’attesa... Il punto centrale di questa parabola ritengo possiamo individuarlo nel vasetto dell’olio di riserva che cinque di esse hanno dimenticato di portare con sé, e che denotava l’attenta preparazione alla festa, il sapersi organizzare per onorare al meglio lo “sposo”, che ovviamente raffigura il Signore. In termini aggiornati potremmo parlare del nostro cellulare che ha una carica limitata, ma che si puo’ organizzare con una carica esterna supplementare per alimentare il cellulare quando si sta spegnendo.

In ogni caso il sonno prevale e spesso la chiesa si addormenta. E’ il sonno della fede, il sonno dell’amore e il sonno della ragione che ottundono il cuore e la mente del credente. Il sonno della ragione genera mostri: una bella incisione di Goya rappresenta un uomo che dorme appoggiato al tavolo, mentre alle sue spalle volteggiano gli animali piu’ strani, fantasie che prevalgono quando la ragione si addormenta. E il sonno della ragione ha prodotto e produce guerre e violenza, terrorismo e razzismo. Bisogna svegliarci e riprendere a nutrire la nostra ragione con buone letture, con buone frequentazioni, pronti a tralasciare vecchie convinzioni che  ci possono rendere servi di ideologie poco umane e poco razionali.

E’ molto pericoloso anche il sonno dell’amore, quando coltiviamo il nostro io, il nostro egoismo, e diventiamo poco attenti ai bisogni del nostro prossimo. Siamo molto bravi a giudicare i comportamenti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, giudichiamo e condanniamo, come se noi fossimo perfetti e indenni da critiche, vediamo benissimo la pagliuzza nell’occhio del fratello e non vediamo la trave nei nostri occhi. E pretendiamo di aspettare cosí l’arrivo del nostro Signore: è il sonno dell’amore. Al nostro risveglio ci accorgeremo di essere fuori dalla festa, nessuno potrà darci quello che ci manca.

Un altro sonno che ci puo’ prendere è quello della fede. In ogni caso una fede nata o nutrita in assenza della ragione è solo un vuoto formalismo ammantato di religiosità. Io sono convinto che è mio dovere rivedere ogni giorno il contenuto della mia fede e distinguere mitologia e storicità del messaggio evangelico. Prima devo liberare la mia mente, rispettare le esigenze della mia ragione, in modo da rendere pura la mia fede e poterla condividere con razionalità e con convinzione.

Ritornando alla nostra parabola: se il Signore è lo sposo, noi a quale dei due gruppi di cinque ragazze potremmo appartenere? A quelle avvedute o a quelle disavvedute? Queste dieci ragazze erano state tutte invitate e tutte avevano risposto all’invito. Tutte avevano le lampade. Ma il gruppo delle ragazze sagge ha messo  in conto un ritardo nell’arrivo dello sposo, sono state invitate, ma non conoscono l’ora della festa. Sanno che lo sposo arriverà, non gli faranno recriminazioni di sorta, lo amano e lo scusano. Per questo portano con loro dell’olio di riserva per accendere una luce nella notte. Cosa rappresenta quest’olio? Per me puó rappresentare sia la fede sia l’amore sia la ragione e sia la speranza. Se ne abbiamo a sufficienza, possiamo attraversare anche il buio di una notte…pronti a camminare e andare incontro al nostro sposo che rappresenta il nostro Signore Gesú. Facilmente questa parabola che ci riporta Matteo è stata inserita nel suo vangelo per consolare i primi discepoli che cominciavano a dubitare sul ritorno di Gesú che era stato annunciato come imminente. Ci si cominciava ad addormentare tutti a motivo del presunto ritardo dello sposo-

E’ proprio il ritardo che provoca la crisi!

Immaginiamo questa parabola con lo sposo che arriva puntuale. Tutte e dieci le ragazze sarebbero tranquillamente entrate alla festa; mentre il ritardo provoca le situazioni, fa da setaccio, mette in evidenza ciò che altrimenti sarebbe restato nascosto. Un proverbio dice che solo quando si scioglierà la neve si vedranno i buchi! E’ il ritardo che prova la nostra speranza, la nostra passione, e che rivela i veri motivi che si nascondono dietro l’accoglienza dell’invito alla fede.

Quante cose ritardano nella nostra vita lasciandoci sfiduciati e addormentati, rassegnati.  Quante cose sembrano non arrivare mai: un lavoro, una risposta, un figlio, una svolta, una persona... una guarigione!

Se tutto arrivasse in tempo, la fede sarebbe una cuccagna. Se tutte le nostre domande avessero una risposta, se tutti i problemi una soluzione e se non dovessimo mai aspettare troppo... il paradiso sarebbe già in terra!

Ma questa non è la nostra condizione. La nostra condizione, quella che provoca la fede e la speranza, è di dover aspettare un Dio che tarda nelle sue risposte. Cosa facciamo noi nel frattempo? Il Vangelo ci dice che nel frattempo noi ci addormentiamo. Ci siamo ancora, con le nostre lampade accese che pian piano si vanno spegnendo nell’attesa e nella notte, e ci siamo tutti e dieci, avveduti e disavveduti, credenti e non credenti, ferventi e tiepidi, “osservanti” e “occasionali”. Cosa sarà allora questo benedetto vasetto dell’olio di riserva che ci permetterà di entrare o di restare fuori?

...

La festa dell’ultimo giorno, di cui ci parla la parabola, la festa col Signore è una festa che comincia i suoi preparativi adesso, nel luogo e nelle situazioni in cui noi viviamo. Ci sono altre situazioni di festa che dobbiamo creare noi, situazioni e luoghi e persone a cui portare gioia, speranza, amicizia. Ci sono situazioni in cui il Signore vuole essere presente chiamandoci a vegliare, dove il Signore è presente come emarginato, come immigrato, come sfruttato, come ammalato o abbandonato in un letto o in una casa per anziani... situazioni che il più delle volte ci colgono impreparati e addormentati.

Grandi e piccoli avvenimenti e situazioni ci colgono spesso impreparati; dal nostro vicino vecchio,  solo e sconosciuto, al drogato che per strada ci chiede degli spiccioli, dall’amico invadente ai vecchi genitori che non abbiamo il tempo di andare a trovare; ma anche situazioni e avvenimenti come la guerra in Siria, in Libia, gli eccidi perpetrati in Nigeria, in Somalia... tante cose grandi e piccole ci hanno colto e ci colgono spesso impreparati per una nostra risposta pronta, chiara, di fede, di speranza, di solidarietà, di amicizia, di tempo da dedicare, di cose da fare “insieme a...”, di cose da fare “per...”. Ogni malattia ci coglie impreparati. Scoprire che nostra figlia o nostro figlio  si droga ci coglie impreparati...  Troppo tardi? Nella nostra parabola questo monito risuona tragico e disarmante: «Troppo tardi! Non sei pronto!».

Ma se risuona nella parabola, questo monito non è ancora risuonato né per l’ultima grande festa e neppure per la nostra vita e per le altre tante feste a cui noi siamo chiamati. La parabola di oggi non ci chiede conto della nostra fede semplicemente, ma della nostra capacità di resistenza, del nostro atteggiamento nei confronti della vita e della morte, del futuro e della speranza, del senso della nostra presenza nel luogo e nelle situazioni in cui noi viviamo, di prendere posizione. E se, mentre dormiamo riguardo alla fede, arriva il Signore? Siamo pronti?

 

Franco D'Amico - culto del 29 gennaio 2017

 

 

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