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22 | 11 | 2017

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GiobbeIl dubbio di Giobbe 

 11    Perché non sono morto alla nascita?... Perché non spirai appena uscito dalle viscere di mia madre?

 12    Perché trovai subito delle braccia che mi accolsero e dei seni che mi allattarono?

 13    Se fossi morto allora, a quest'ora avrei pace e dormirei tranquillo

 14    tra re e governanti che si sono costruiti magnifici mausolei,

 15    e con principi che hanno vissuto nello sfarzo e nel lusso

 16    oppure, come un aborto clandestino, non esisterei per niente, sarei come i feti che non hanno mai visto la luce.

 17    Sarei comunque là dove i malvagi finalmente la smettono di tormentare la povera gente; là dove finalmente gli stanchi possono riposare.

 18    Là i deportati hanno diritto alla pace come tutti gli altri e non sentono più sbraitare i loro aguzzini.

 19    Piccoli e grandi finalmente uguali, senza più né schiavi né padroni.

 20    E allora, perché far nascere un infelice, dare vita a chi avrà l'anima amara

 21    e che vivrà desiderando ogni giorno la morte più di un tesoro trovato per caso, più di una improvvisa ricca eredità,

 22    gente che solo la tomba può rendere felice.

 

 23    Perché mettere al mondo una persona che non riesce a capire il senso della sua nascita, che si sente buttata da   Dio in un vicolo cieco.

 24    Io sospiro tra un boccone e l'altro e con le mie lacrime potrei riempire intere damigiane.

 25    Le preoccupazioni sono incubi che si avverano puntualmente e appena ne supero una me ne cade addosso un'altra!

 26  Non ho più pace, non conosco né riposo né tranquillità... Mi dovete credere: non ce la faccio più! (Giobbe 3, 11-26)

         CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL' ASIA

          O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E' funesto a chi nasce il dì natale.  (Giacomo Leopardi)

SPESSO IL MALE DI VIVERE

Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. (Eugenio Montale)

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Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. (Michele, a 30 anni suicida a Udine il 31 gen 2017)

Dirtrich Bonhoeffer scriveva alla sorella: il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo piu’ veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che ci lascia vivere nel mondo senza l’ipotesi operante di Dio è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Di fronte a Dio e con Dio viviamo senza Dio. Dio è debole e senza potere nel mondo e questa è esattamente la via, la sola via, nella quale Egli è con noi e ci aiuta.

Cari fratelli e care sorelle, spero che abbiate in serbo dei motivi validi per superare lo sconforto che ci trasmettono i testi appena letti. Michele ci ha lasciato una lettera di denuncia: se la prende con la società, dalla quale si sente escluso e dalla quale ha ricevuto solo promesse vane che non gli permettono di vivere e di amare. Michele ha scelto di sottrarsi, la vita gli è sembrata troppo difficile, le relazioni umane troppo macchiate di ipocrisia. Colloqui di lavoro che premiano la furbizia e non la qualità: ne ha fatti tanti, precario per sempre. Non ce l’ha fatta, ha posto fine al suo precariato. Mi stupisce in questa lettera la mancanza di un barlume di fede, non viene nominato Dio, nemmeno come ipotesi esistenziale. Chiede scusa ai genitori e agli amici. Ma di quali amici parla? L’amicizia implica confidenza, partecipazione, condivisione….non so se ha avuto un vero amico. E’ cosciente fino alla fine del dolore che arreca ai suoi genitori, che ora di sicuro hanno un carico piú pesante da portare nella loro vita, nonostante ció recide il filo della vita…..che tristezza m’è venuta leggendo questa lettera-testamento di Michele.

E’ funesto a chi nasce il dí natale, dice Giacomo Leopardi, impietoso verso se stesso e verso la vita, nelle sue varie forme, umane e animali. Ma in Leopardi si puó notare un riferimento altro-da-sé, nel ‘Canto del pastore errante per l’Asia’ è la Luna, quasi una divinità che puó ascoltare i lamenti del pastore errante,e quindi del poeta, e quindi dell’uomo.

Dirtrich Bonhoeffer  scrive dal campo nazista, dove troverà presto la sua fine umana, e sperimenta sulla sua pelle e dentro il suo cuore che Dio non puo’ aiutarlo, ma puo’ solo consolarlo e dargli forza con la sua fede incrollabile, nonostante tutto. Ecco il punto: la fede è fede se va oltre il bisogno di un intervento divino. Noi dobbiamo vivere con Dio e per Dio, ma senza la pretesa di un suo intervento nella contingenza del nostro dolore e del nostro bisogno. Per me è una grande lezione, che mi incita a rivedere i vangeli per capire meglio la figura di Gesú, il messia.

E veniamo al testo di Giobbe.

E' molto angosciante questo testo... anche se rispecchia certi stati d'animo in cui un po' tutti, di tanto in tanto, ci veniamo a trovare. Ma la cosa opprimente di questo testo è l'assenza della resurrezione... manca una via d'uscita! Manca una luce che possa rischiarare il fitto buio di cui sono intrise tutte le parole di Giobbe... parole piene di sconforto e senza speranza. Questo brano inizia con la morte e con la morte finisce.

Il ragionamento di Giobbe è di una disarmante logicità: se la vita è un dono di Dio... che razza di dono è quando la vita sembra un girare a vuoto, quando è solo lavoro e doveri? Che ci sta a fare Dio in mezzo a tanta sofferenza? Che senso ha la sua presenza, il suo amore, la sua misericordia?

Chi possiede la risposta a queste domande? Ma non risposte generiche, non risposte che girano attorno al problema senza mai indicare la via d'uscita; non risposte che non hanno altro sbocco se non la rassegnazione o la ribellione. Ed è proprio questo tipo di risposte generiche che il Libro di Giobbe rifiuta e nasce dal tentativo di cercare una risposta diversa, una risposta che non termini con la rassegnazione alla morte ed alla sofferenza né con la ribellione alla vita.

Questo libro nasce nel periodo d'esilio di Babilonia, quando nel cuore del credente sincero nasceva la sete di una risposta che lo aiutasse a restare nella fede, una risposta vera al perché di tanta sofferenza dell'unico popolo di Dio, l'unico popolo credente nel vero Dio eppure umiliato da popoli pagani. Il popolo d'Israele era stato sconfitto dall'esercito di un popolo pagano,  era stato deportato in massa dopo aver assistito impotente alla distruzione di Gerusalemme ed allo sterminio non solo della famiglia reale e di tutta la classe dirigente della nazione, ma anche dei soldati, dei giovani che potevano difendere e ricostruire la nazione, delle famiglie più colte e più ricche che avevano i mezzi per poter risollevare l'economia e la riorganizzazione sociale. La risposta che davano i sacerdoti ed i maestri della legge si limitava a considerare quella sofferenza come il giusto castigo di Dio per i peccati loro e dei loro padri... ma c'era chi riteneva che tale risposta non rendesse giustizia a Dio stesso e nella speranza di trovare una risposta diversa si chiedeva perché bambini innocenti e vecchi che avevano trascorso tutta la loro vita a leggere la Bibbia e a lodare il Signore ora morivano di stenti, di malattie e di privazioni. E’ come se anche Giobbe avesse provato la depravazione di un lager nazista, o, meglio, chissà quanti Giobbe hanno sofferto in questi lager nazisti per il silenzio di Dio, che pure nelle sacre scritture si era rivelato liberatore del suo popolo!

Io penso personalmente, ma sono in buona compagnia, che bisogna rivedere qualche punto delle nostre convinzioni che crediamo siano articoli di fede non negoziabili. Persino il pastore Dietrich Bonhoeffer ha fatto questa terribile esperienza, come abbiamo ascoltato dalla lettera che ha scritto alla sorella: bisognava vivere con la fede in Dio, ma con la coscienza che Dio era assente in quel campo di concentramento. Forse questo ci turba, perché è consolante pensare e credere che c’è sempre Dio che vigila su di noi e che possiamo invocare nelle nostre difficoltà. Ma le cose non funzionano cosí. Sarebbe bello che si verificassero miracoli….ma un miracolo comporta la sospensione delle leggi fisiche e chimiche che sostengono tutto il creato, il vero grande miracolo a cui partecipiamo.

Cari fratelli e care sorelle, non intendo turbare la vostra fede se credete nell’intervento di Dio quando attraversate il deserto del dolore e dell’amarezza. In Matteo al capitolo 11 leggiamo questi due versetti, il 28 e il 29: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre. Questa mi sembra una buona via d’uscita al dramma della nostra esistenza, quando ne avvertiamo il limite e l’inconsistenza. Anche Gesú ha provato l’assenza di Dio sulla croce, ma la sua fede è stata grande abbastanza da ricevere in dono la gloria della risurrezione. Gesú vuole darci serenità e riposo, ci vuole umili e senza pretese, proprio perché molto male di vivere deriva proprio da grandi aspettative, a volte basta sapersi accontentare per vivere con gioia e serenità i giorni della nostra vita.

Nel più largo contesto dei nostri paesi europei la normalità sembra essere una pacifica vita fino ad ottanta novant'anni, senza malattie gravi, priva di lutti traumatici, con una buona possibilità di studio, di lavoro, di carriera, di guadagno e di rapporti umani carichi di soddisfazione. Quando all'interno di questo quadro, in cui si muovono i valori della società occidentale, qualcosa si inceppa ecco che allora ci si chiede il perché?... Perché una morte prematura o traumatica colpisce una giovane madre o dei bambini? Perché una malattia lunga, grave e forse mortale stronca l'onesta attività di un lavoratore coscienzioso? Perché la morte arriva proprio quando uno dovrebbe godersi serenamente negli ultimi anni della sua vita il frutto di un meritato riposo? Perché una inguaribile malattia inchioda all'immobilità il corpo di una persona giovane ancora nel pieno delle sue forze?

Ma è veramente in questi termini che si può parlare di normalità e di anormalità. La sofferenza e la morte sono veramente incidenti di percorso? o non è piuttosto questa la normalità dell’esistenza umana?

La nostra società ci abitua a vivere la vita in modo autonomo, rispetto a Dio, e riuscire nella vita indipendentemente da tutto ciò a cui il termine "Dio" possa richiamare. Cosa c'entra Lui con gli ideali, col divertimento, con il lavoro, nei rapporti umani, con l'impegno o con il disimpegno nella società? I valori reali della vita moderna (lavoro, salute, ricchezza e riuscita) non prevedono un posto per il rapporto con Dio, come non prevedono un posto per la sofferenza. Perché? Perché la vita dura poco e bisogna approfittare!  Il posto di Dio è quello del privato, dell'intimo, del religioso...

Ma tutto questo è l'Egitto, è Babilonia, è l'esilio... è  il paganesimo. Non a caso infatti il credente spesso è in imbarazzo con la sua fede in un Dio misericordioso di fronte alla morte ed alla sofferenza "immeritate" e disumane proprie e di tanta gente e che creano un grande vuoto dentro di noi: un vuoto che è soprattutto un vuoto di Dio! Ed è allora che si cerca di riempire questo vuoto con medicine, con lo yoga, con la magia o  con la religione (... qualsiasi religione, purché serva a far star meglio o a sopportare il dolore!). Tutte cose che riempiono dei buchi, ma che non colmano il vuoto; che tamponano delle ferite , ma che non ridanno la vita.

 La fede si riconosce nella speranza! La fede parte dalla Parola di speranza che viene da Dio e ci incammina in un esodo verso la promessa. La speranza cristiana è speranza di resurrezione ed afferma la fiducia in Dio affrontando la contraddizione del futuro di giustizia promesso contro il peccato, della vita contro la morte,  della gloria futura contro la sofferenza presente, della pace contro la lotta fratricida. La fede non riguarda se siamo riformati o cattolici, se siamo ebrei, cristiani o musulmani... ma se apriamo gli occhi scorgendo la presenza di Dio accanto a noi in qualunque situazione noi ci troviamo.

La fede che in noi prende vita dalla Parola di speranza incarnatasi ed annunciataci da Cristo, non sopprime né salta l’angosciosa realtà dell'umanità: la morte è veramente morte e la corruzione emana davvero fetore e disgusto; la colpa rimane colpa e la sofferenza rimane anche per la fede, come il brano di Giobbe ci fa vedere, un grido senza risposta. Ma la fede non ci spinge a scavalcare questa realtà rifugiando nel cielo e nell'utopia, non ci fa dimenticare i nostri limiti di creature umane, non sogna di vivere in una realtà paradisiaca diversa; la fede può superare il muro della sofferenza, del peccato e della morte soltanto nel punto in cui esso è stato veramente rotto: la resurrezione di Cristo! Soltanto a partire da lì, in un rapporto con Dio basato sulla fede nella misericordia di Dio, possiamo vedere aprirsi un'ampia prospettiva davanti a noi in cui non c'é più sofferenza, una prospettiva di libertà e di gioia. Dove la resurrezione di Colui che è stato crocifisso ha infranto quel limite contro cui si infrangono tutte le speranze umane. Soltanto a partire da lì la fede può e deve espandersi alla speranza.

Una fede senza speranza non può esistere, Perché non tocca la nostra vita, ma solo la nostra appartenenza religiosa, non diventa passione gioiosa per l'esistenza, ma aiuto alla sopportazione dell'esistenza.

...

Tornando alla figura di Giobbe:  c'é una cosa che ci rivela la sua fede di Giobbe e l'unica possibilità di uscita: Giobbe non confida ai suoi amici il suo desiderio di morte, ma a Dio. Nella disperazione, nella ribellione e nell'abbattimento disdegna la rassegnazione e si sfoga con Dio, che rimane per Giobbe, per il credente, per il popolo di Dio, l'unico punto di riferimento ultimo. Malgrado il silenzio di Dio, Giobbe rivolge a Lui il suo grido e l'attesa di una liberazione. Questa è la direzione, l'unica direzione che ci porta ad una via d'uscita, in cui indirizzare le nostre depressioni. Là risiede la speranza. Con la fede noi abbiamo avuto conoscenza della misericordia di Dio e abbiamo trovato il sentiero della vera vita, ma soltanto con la speranza vi camminiamo dentro.

Termino raccontandovi una vecchia storia che narra di un bue  che un giorno si lamentò col buon Dio per la sua vita monotona e inconcludente. Pensava infatti fra sé: «Che senso ha la mia vita: la mattina molto presto mi portano a lavorare sui campi, mi mettono il giogo e cammino, cammino tutto il giorno finché la sera non mi riportano nella stalla sfinito, mangio, mi addormento e la mattina seguente mi riportano di nuovo sui campi. Che vita è questa? Non realizzo nulla, non valgo nulla... il mondo e la storia vanno avanti senza di me e quando morirò non sarà rimasto nulla di me». Allora il buon Dio - continua la storia - portò fuori quel bue e gli chiese: «Cosa vedi?», ed il bue rispose: «Vedo campi coltivati, orti irrigati e frutteti in fiore». «Tutta questa è opera tua - gli disse il Signore - tu hai portato il giogo per seminare, tu hai tirato l’acqua dai pozzi per irrigare e tu porterai il carro carico di frutta al mercato. Tu ti alzi e ti corichi, lavori e ti riposi, ma la vita scorre grazie a te!».

Cari fratelli e care sorelle, con questa certezza di lavorare per migliorare l’ambiente dove viviamo, invito voi e invito me stesso ad avere fiducia in Dio, che ci sta accanto col suo amore sempre, nonostante tutto…Amen.

Franco D’Amico – culto del 19 febbraio 2017 

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