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17 | 08 | 2017

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pgLa signoria di Cristo Gesù

1 Se dunque v'è qualche consolazione in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 2 voi riempitemi di gioia, avendo un orientamento comune, un medesimo amore, essendo [tra voi] uniti nello spirito e di un unico sentimento. 3 Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 4 cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio come qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 7 ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha donato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre. (Fil. 2, 1-11)

Fratelli e sorelle,

in queste ultime righe cha abbiamo letto c’è, passatemi l’espressione, un vero e proprio “arsenale teologico”, e per giunta è tutta roba – per così dire, di calibro pesante… Ma “no panic”, non spaventiamoci, proviamo invece – come si sarebbe detto negli anni ’60 – a mettere dei fiori in questi “cannoni teologici”.

Questi versetti di cui dicevo, gli ultimi 6 o 7, sono noti come un “inno”, e con ogni probabilità si tratta di un inno pre-paolino, che l’apostolo dunque ha appreso in precedenza e che ora vuole “trasmettere” ai Fillippesi. È allora legittimo, anzi quasi doveroso, provare a capire perché l’apostolo abbia scelto di inserire questo inno proprio lì, dove ancora oggi lo troviamo.

Per adesso lasciamo questa domanda aperta e proviamo a dare una lettura diversa di questo meraviglioso inno, che - in quanto tale - oltre che un portato teologico, ha anche un portato poetico.

Proviamo a concentrarci sulla “storia” che quest’inno racconta, perché in fondo si tratta proprio di quello, della narrazione di una vicenda, anche se con protagonisti e dinamiche alquanto “stra-ordinari”:

questa storia racconta di Gesù il Cristo, il quale, ancor prima della sua vita umana (ecco uno dei “cannoni teologici” di cui accennavo all’inizio, la sua pre-esistenza), decise di non “aggrapparsi gelosamente” al suo essere in “forma di Dio”, uguale a Dio. No, il Cristo fece una scelta diversa, una scelta non subita, ma consapevolmente e - oserei dire - responsabilmente assunta. La scelta di Cristo fu di “svuotare” (o “spogliare”) sé stesso. Questo “svuotamento” significò prendere “forma di servo” e divenire “simile” a noi esseri umani. E questa scelta fu portata fino in fondo, con umiltà e obbedienza, fino alle estreme conseguenze della croce. A questo punto, siamo al versetto 9, la nostra storia vede un cambio di protagonista, o quasi… Adesso è direttamente Dio Padre il soggetto. Troviamo l’avverbio “perciò”, come a dire “in conseguenza” di quella che io ho chiamato la “scelta” di Gesù… “Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato” e gli ha dato, “donato un nome”… E in un certo senso anche qui siamo di fronte a una scelta, questa volta del Padre, che fece questo dono con uno scopo ben preciso, “affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio...”

Quindi, riassumendo, la storia di quest’inno sono due “percorsi: c’è il percorso di Gesù Cristo, che si abbassa umilmente, che si fa servo… E c’è il percorso di Dio, che, come “apprezzando” questo abbassamento, innalza il figlio e gli dona un nome che è “il” nome. In virtù di questo nome, tutte, ma proprio tutte, le creature dovranno inginocchiarsi dinnanzi a Lui e confessarlo, riconoscerlo come il loro “Signore”, Kyrios in greco, che ha un valore simile al nostro “Sovrano”, anzi in questo caso direi proprio “monarca assoluto”.

Fin qui la storia raccontata da questo celebre inno… Ora però torniamo alla domanda di prima: perché Paolo sceglie di inserirlo proprio qui? Qual è il suo scopo?

Riguardiamo allora i generalmente tanto bistrattati versetti che precedono l’inno: qui Paolo si sta rivolgendo direttamente ai Filippesi, gli dice “rendete perfetta la mia gioia” o, come ho preferito tradurre io “riempitemi di gioia”… E “gioia” è un vocabolo che ricorre molto spesso in tutta la lettera, dettaglio non da poco considerate le circostanze in cui si trovava l’apostolo al momento della stesura. Paolo infatti è “in catene”, in carcere…

Quindi nel brano di oggi abbiamo più di una trama, di una storia. C’è quella “alta” dell’inno, ma c’è anche una storia più bassa, più umana: è quella dell’apostolo Paolo di Tarso, che seppur in carcere a causa dell’evangelo di Gesù Cristo da lui annunciato, scrive “con gioia” a dei fratelli e delle sorelle che conosce personalmente, con cui ha condiviso parte della sua vita, speranze, preghiere, agapi, pasti comunitari… Quella della città di Filippi è una chiesa che egli stesso ha fondato, è una comunità di cui Paolo è, o almeno è anche… pastore. Se il nome non fosse già “occupato” da altre epistole, quella ai Filippesi potrebbe forse essere definita una lettera “pastorale”: una lettera in cui il “pastore Paolo” scrive alla sua “ex-chiesa”, a volte facendo anche nomi e cognomi di alcuni membri della comunità, e gli scrive innanzitutto per ringraziarla di alcuni non meglio specificati doni ricevuti in carcere. Oltre ai ringraziamenti però, tutta la lettera è attraversata da uno spirito, per l’appunto, “pastorale”, nel quale abbondano le raccomandazioni fraterne alla comunità che, a differenza di altri casi, l’apostolo non “bacchetta”, non accusa di chissà quali nefandezze... Troviamo poi un tema che ricorre molto spesso in questa epistola: questo tema si traduce in un invito, e l’invito rivolto ai Filippesi è quello all’unità.

Paolo vuole “essere riempito di gioia” nel sapere che all’interno della comunità di Filippi c’è “un medesimo pensare, un medesimo amore, un animo solo, etc…”. Questo non vuol dire che l’apostolo inviti i suoi fratelli e le sue sorelle ad un “pensiero unico”, che escluda ogni dialettica. Il suo invito invece è a non affermare sé stessi a scapito degli altri, e per farlo, occorre, almeno un po’, almeno ogni tanto, svuotare sé stessi…

E proprio pensando a questo “svuotarsi da sé stessi” come condizione necessaria per l’unità, la domanda che personalmente mi pongo da un po’ di tempo si potrebbe riassumere anche così: quale e quanto senso di “unità” tra esseri umani è possibile oggi, nell’epoca dell’I-Phone, dell’I-Pad, dei Selfie?

Si potrebbe obbiettare che la rete, che connette miliardi di persone in tutto il mondo, unisce, non divide, e naturalmente è verissimo anche questo. Il web è (anche) una meravigliosa e democraticissima opportunità di conoscenza, scambio e, perché no, svago, per quegli stessi miliardi di persone di cui sopra. Ciò a cui mi riferisco io più nello specifico è quella che potremmo definire la “coscienza social” contemporanea, che oramai è talmente pervasiva da influire, e non poco, sui giornali, sulla tv, e su qualunque altro mezzo di comunicazione di massa.

E quella che chiamo “coscienza social” è essenzialmente basata su un’incessante proiezione, ovviamente virtuale, dei nostri “Io”, oppure dell’“Io” di qualcun altro, attraverso (poche) parole e molte, infinite immagini. Ma il convivere perennemente con la nostre immagini digitali, con i nostri e gli altrui selfie, come può non influire sulla nostra identità individuale e collettiva più profonda? Non rischiamo di non essere più capaci di vedere la realtà da una prospettiva più ampia, o quantomeno diversa dai nostri singoli “Io”? Non rischiamo di non sapere più guardare e interpretare né passato né futuro, visto che siamo quasi costretti a vivere in un eterno presente, come perennemente davanti a uno specchio? Se la nostra realtà è sempre filtrata da un “Io”, quale è la percezione che avremo di essa?

Diceva il filosofo ebreo-tedesco Martin Buber: “L’uomo diventa io a contatto con il tu”. Ma come facciamo a entrare in contatto con il “tu” del nostro prossimo se siamo sempre così ossessionati dal definire il nostro Io? Se ogni tanto non abbiamo anche l’umiltà di svuotarci, di abbassarci, di arretrare da noi stessi e, in questo modo, di provare a vedere la realtà da un punto di vista diverso, magari con gli occhi del nostro vicino? Se insomma, non siamo capaci di fotografare la realtà partendo da un punto di vista diverso dal nostro?

Come ho provato a spiegare prima, lo spirito che attraversa tutta l’epistola ai Filippesi è lo spirito “pastorale” dell’apostolo Paolo. E questo spirito permette a chi legge di far incontrare la narrazione “alta” del nostro inno mistico-teologico con la narrazione “bassa” dei primi versetti, degli umanissimi sentimenti di una comunità e del suo “pastore”. Questa comunità è una chiesa di Cristo che, come tale, per essere unita, in armonia, ha bisogno non solo di un “Io” e di un “Tu” “bassi” che si incontrano. Quella della chiesa infatti è una relazione “triangolare”, il cui “vertice alto” è il nostro “Signore” Gesù Cristo.

Ma, non dimentichiamocene mai che - se confessiamo la signoria del Cristo - dovremmo anche, come sua chiesa, provare a non perdere mai di vista le altre “signorie”, le “potenze di questo mondo”, che a volte possono essere anche un bel po’ subdole, come alcuni modi di usare ed abusare della “rete”, del web.

Se confessiamo la signoria del Cristo, la nostra stessa identità più profonda, sia singolare che collettiva, è plasmata dalla Sua scelta di abbassare, di svuotare sé stesso e di farsi servo. Servo non solo del Padre, ma anche e soprattutto nostro, perché il suo abbassarsi ha significato la nostra salvezza e la nostra liberazione. Ecco perché ancora oggi noi proclamiamo questo servo nostro “Signore”.

Solo svuotandoci ogni tanto da noi stessi come Lui, Figlio di Dio, ha fatto, solo allora potremo farci riconoscere dall’altro e riconoscere l’altro come nostro fratello e nostra sorella. Solo con questo nostro “servo-Signore” che è stato ed è Gesù Cristo, solo in Lui e con Lui tutti e tutte noi potremo trovare la nostra vera identità e, con essa, la nostra unità. Amen

Pier Giovanni Vivarelli  - culto del 23 luglio 2017

 

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