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22 | 10 | 2017

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AngelitaIl fico sterile Mt 21,18-22

Mai più nasca frutto da te, in eterno”, dice Gesù.

E’ stata proprio questa frase ad essermi rimasta particolarmente impressa dopo aver letto la parabola la prima volta.

Ciò che mi ha colpito, ciò che mi ha turbato, è stato che una sentenza così dura e fulminante sia stata pronunciata proprio da Gesù.

La sentenza suona come una punizione, suona come una maledizione e, di fatto, lo è.

E’ una condanna senza una prescrizione limitata nel tempo, è una condanna che dura in eterno. Una maledizione che non consente appello alcuno. Una maledizione pronunciata dalla bocca di Gesù, il figlio di Dio, fa un certo effetto. Sembra quasi di vedere Gesù che, con sguardo tagliente, scaglia la maledizione.

Gesù, di fatto, compie un miracolo: rende sterile un fico che non ha frutti ma solo foglie. Nel Vangelo di Matteo Gesù compie diversi miracoli che hanno carattere positivo, sono miracoli a fin di bene, miracoli che portano un rinnovamento nell’esistenza di chi li ha ricevuti.

Rendere sterile un fico che non ha frutti non ha nulla di positivo anzi, è in contraddizione con lo spirito d’amore di Gesù.

Si potrebbe pensare ad un miracolo al contrario, poiché l’azione compiuta da Gesù non rende il fico immediatamente carico di frutti ma privo di frutti per l’eternità.

Gesù aveva fame, incontra per caso lungo il suo cammino un albero di fico e gli si accosta, certo che la pianta abbia i frutti desiderati. L’aspettativa di Gesù viene disattesa e questo ne provoca la sua indignazione, che culmina con una formula di giudizio inappellabile che trova compimento nel momento esatto in cui viene pronunciata.

“E subito il fico si seccò”.

Gesù s’indigna di fronte ad un albero che ha solo foglie e non frutti. Nell’albero di fico gli esegeti, secondo la tradizione antica, hanno riconosciuto il popolo d’Israele che si è macchiato d’infedeltà agli occhi di Cristo.

Nella Bibbia gli alberi che inaridiscono sono un’immagine comune del giudizio, lo stesso giudizio che Gesù non risparmia ad Israele, a quel popolo che ha dubitato della parola di Cristo pur vedendo coi propri occhi i miracoli compiuti da Gesù, come la guarigione di un ragazzo indemoniato o la guarigione di ciechi e zoppi nel tempio.

L’immagine del fico poi, prepara il terreno per l’ingresso in scena dei discepoli. I discepoli si meravigliano di fronte ad un’azione così straordinaria e si stupiscono di come il fico possa essere diventato subito sterile. S’interrogano, dubitano di come una cosa impossibile sia diventata possibile.

E la risposta di Gesù, che da profeta annunciante un giudizio tremendo torna ora a vestire i panni del buon Maestro, risponde ai discepoli che se non fossero così pieni di dubbi ma credessero, sarebbero in grado di fare ciò che Gesù stesso ha fatto al fico. Anzi, getterebbero un monte nel mare, se solo glielo ordinassero.

“Una fede che sposta le montagne” è una fede vera, una fede in grado di togliere gli ostacoli che stanno lungo il cammino della venuta del regno di Dio. E questa fede deve tenere presente che Gesù si attiene alla propria promessa di salvezza, a patto che la fede, espressa nella preghiera, non sia insidiata da dubbi. Nella comunità dei discepoli tale fede garantisce il perdurare della presenza e dell’azione di Gesù.

Il piano negativo rappresentato dal fico seccato, immagine dell’incredulità, trova quindi uno sbocco positivo nel dialogo con i discepoli sulla fede.

L’operazione compiuta da Gesù in questo testo è particolarmente interessante perché l’immagine metaforica del fico con foglie soltanto e senza frutti ben rappresenta la condizione di una fede sterile, di una fede non viva, non vivace, una fede spenta, una fede morta.

E Gesù col suo giudizio tremendo condanna una fede simile ad una morte eterna.

Gesù ha presente la condizione di chi non ha creduto alla sua Parola, di chi ha dubitato, di chi ha messo in discussione la sua autorità.

E’ bene ricordare il contesto in cui la parabola in questione si trova nel Vangelo di Matteo.

Gesù va verso Betania dopo essere uscito da Gerusalemme e dopo aver scacciato mercanti e cambiavalute dal tempio; dopo essersi apertamente scontrato con le autorità giudaiche della sinagoga che hanno messo in dubbio la sua autorità.

Ebbene, Cristo non ha bisogno di chi mette in dubbio la sua autorità, di una fede sterile; non ha fame di chi frutti non produce e di chi non è in grado di avere una fede tale “da spostare le montagne”.

Cristo si aspetta, diremmo quasi che esige, che pretende, di trovare una fede viva, una fede che produce i frutti dello Spirito, una fede che si affida a Cristo soltanto e all’incredibile potere della sua Parola.

Il frutto è una vita cambiata, una vita incentrata su Cristo, una vita in cui non siamo più noi che viviamo, ma è Cristo che vive in noi. Una vita che cerca di soddisfare Dio piuttosto che se stessi o gli altri.

Una vita il cui tema centrale, attenzione e priorità, è Dio.

Partendo dalla condizione di incredulità rappresentata dal fico, Gesù ammonisce i suoi discepoli e si pronuncia sullo stato di salute della loro fede, una fede incerta, che s’interroga, che diffida e non comprende il miracolo da lui compiuto.

Il giudizio punitivo sul fico è lo spunto per parlare alla fede dei discepoli e per parlare alla nostra fede, alla fede di noi credenti.

Tutte le cose che domanderete in preghiera, se avete fede, le otterrete”, dice Gesù.

Solo una condizione di fede vera ed autentica, certa e sicura, ottiene ciò che desidera chiedendolo in preghiera e la preghiera, la preghiera di fede, diventa il canale principale tra la nostra fede e Cristo.

Avere fede significa porsi con un atteggiamento di fiducia del cuore, come diceva Lutero, un affidarsi totale e completo a Cristo con la certezza di ricevere da lui l’aiuto sperato.

Cristo esige da noi una fiducia assoluta in lui anche quando le circostanze e le situazioni che viviamo nella nostra quotidianità non lo permettono.

Ci sono momenti della nostra vita in cui ci sembra di non avvertire la presenza di Dio, ci sembra che Dio non ci ascolti perché le cose non vanno nel verso giusto, non vanno come noi speriamo e siamo inquieti. Perseverare nella fede anche quando sembra che le cose prendano una piega sbagliata significa avere davvero fede, credere che Dio è con noi comunque vadano le cose, perché Dio non abbandona i suoi figli e le sue figlie anzi, Dio ha progetti migliori di quelli che siamo in grado di concepire per noi stessi.

Gesù, in questo testo, interroga anche noi, come i discepoli, sullo stato di salute della nostra fede e c’incoraggia, forse in modo brusco, ad avere fede, sempre, perché avendo fede anche ciò che ci sembra impossibile, viene reso possibile.

Alla fine della parabola vediamo un Gesù che apre una speranza ai suoi discepoli e che prende le distanze da quel giudizio che inizialmente ha condannato una fede sterile.

Da un lato abbiamo avuto timore dell’azione punitiva compiuta da Gesù sul fico, che si rivela alla fine un miracolo della fede, ma dall’altro è Gesù stesso che c’invita a non avere paura, a non avere timore perché una fede autentica non conosce la paura, non conosce il timore ma si rallegra di godere della grazia ricevuta in dono da Dio.

Signore Dio nostro noi ti chiediamo di renderci sempre saldi nella fede e di allontanare dubbi e paure. Facci avvertire la tua presenza e vicinanza nella nostra vita quotidiana e sostienici quando siamo traballanti.

Noi vogliamo offrirti i fiori e i frutti della nostra fede, non le foglie che il vento porta via. Desideriamo che tu ci trovi vivi e gioiosi nella nostra fede. Offrirti la nostra fede è tutto ciò che siamo in grado di fare per testimoniare la nostra gratitudine per il tuo meraviglioso operato nelle nostre esistenze. Amen.

 

Angelita Tomaselli - culto del 20 agosto 2017 a Marsala

 

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