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16 | 12 | 2017

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studio biblicoIl buon pastore legittimo

Care sorelle e cari fratelli,

è sempre un grandissimo piacere per me tornare a predicare su questo brano, uno dei miei preferiti in assoluto.

Il testo si apre subito con un dialogo tra Gesù e i giudei; un modo particolare in cui Gesù entra subito nel vivo della questione, introducendo all’improvviso la parabola del buon pastore con la formula: “In verità, in verità vi dico”.

Parte subito la bella metafora pastorale con l’utilizzo di immagini simboliche: in un recinto munito di porta e custodito da un guardiano entra il pastore per fare uscire le sue pecore al pascolo, segni distintivi del pastore legittimo. Egli entra nel recinto attraverso la porta ed è accolto e riconosciuto dal guardiano. Invece il ladro e bandito non entra attraverso la porta, ma scavalca il recinto. Un dettaglio questo che ne rivela il carattere abusivo e pericoloso.

La legittimità del pastore delle pecore è data soprattutto dal rapporto quasi filiale che egli ha con le pecore stesse, un rapporto di reciprocità e corrispondenza assolute: il pastore chiama le proprie per nome, le conduce fuori, le spinge fuori tutte e cammina davanti ad esse; in pratica le conosce abbastanza bene. Le pecore ascoltano la sua voce, lo seguono proprio perché riconoscono quella voce.

E questo rapporto di appartenenza reciproca salta ancora di più agli occhi nel contrasto con la figura di un estraneo, un estraneo che, se si presentasse, le pecore non seguirebbero poiché riconoscono la voce degli estranei, fuggirebbero da lui.

I giudei non comprendono le parole enigmatiche di Cristo ed egli si spiega meglio ricorrendo ad un’altra immagine, la porta.

Gesù si presenta come la porta delle pecore e quindi come mediatore per realizzare la promessa della salvezza e per garantire l’idea di protezione a quanti entrano attraverso di lui. Un ruolo positivo che si oppone a quello negativo di ladri e briganti, tutti quelli venuti prima di lui, il cui unico obiettivo è quello di rubare, uccidere e distruggere.

Il binomio ladri-banditi ricorre in due testi dell’AT per indicare la categoria dei rapinatori violenti che minacciano le proprietà e le cose; nel vangelo di Giovanni il termine “ladro” è riferito a Giuda e quello di “bandito” a Barabba.

A questi si oppone la missione salvifica di Cristo di offrire ai fedeli il dono permanente della vita, una vita abbondante e completa.

E il confronto continua con un’altra immagine, quella del buon pastore, opposto al mercenario. Il pastore Gesù è buono perché egli offre un impegno totale, una dedizione assoluta alle sue pecore. Egli mette a repentaglio la sua vita per salvare le sue pecore. Il mercenario, alla vista del lupo, scappa e abbandona il gregge.

Il pastore Gesù è buono perché in forza della comunione di amore dona la sua vita per le pecore; modello di questa comunione profonda, in cui fiducia e dono si fondono, è quel rapporto di totale appartenenza che esiste tra Gesù e il Padre.

Gesù porta a compimento la promessa biblica del pastore messianico che libera, salva, guida, protegge e raduna in unità il popolo disperso.

Se il vero pastore è colui che raccoglie in unità le pecore disperse e ricerca quelle perdute, allora Gesù annuncia il suo progetto per il futuro.

Il dono della sua vita per le pecore ha come obiettivo e risultato la raccolta in unità dei dispersi.

Le altre pecore che non appartengono al recinto non sono solo i samaritani ma neppure solo i giudei della diaspora; in una prospettiva universale di evangelizzazione emerge già la missione verso i pagani.

La funzione salvifica del vero pastore si scontra con quella del falso pastore, di quel lupo che troviamo nel testo e che richiama la situazione della comunità dei credenti, esposta alle tensioni interne e alle ostilità esterne.

Appartenere al gregge di Gesù buon pastore significa essere salvati, amati e protetti dai lupi, dai mercenari, dai banditi e dai ladri; significa riconoscere il significato vero del messaggio di Cristo che ha sacrificato la sua stessa vita per il suo gregge.

Anche noi spesso brancoliamo nel buio e siamo in pasto ai falsi pastori perché vittime delle nostre debolezze e delle nostre miserie ma è sempre possibile tornare a Cristo e ripristinare un rapporto di amore autentico e comunione fraterna.

L’immagine del pastore ideale, del buon pastore è un monito per tutti noi, è un richiamo ed è un modello, un modello di servizio e impegno pastorale dei responsabili della comunità.

Il pastore accompagna le sue pecore, le guida, le pasce, le chiama una per una col proprio nome, le conosce bene fin nel profondo; e così anche i membri delle comunità devono adempiere al servizio cristiano di guida, di dedizione e di costanza nel portare avanti la vita del gregge dei fedeli.

Nella libertà e totale disponibilità a dare la sua vita Gesù ha anche il diritto di riprenderla; questa libertà è radicata nel suo rapporto di amore col Padre che consente a Gesù di disporre della propria esistenza, un potere, se vogliamo, che gli viene direttamente conferito dal Padre in un rapporto di amore appunto e di obbedienza.

Come Gesù è amato dal Padre così le pecore sono amate dal buon pastore.

Noi, fratelli e sorelle, riconosciamo la voce di Gesù pastore, lo sentiamo quando ci chiama, quando ci rimprovera, quando ci consola, quando ci ama; continuiamo dunque a portare avanti questa relazione tra genitore e figli, crediamo nell’autenticità di questo rapporto, entriamo ed usciamo attraverso la porta di Cristo, la porta della verità, della fede, della salvezza, dell’amore, della grazia, della carità.

Poiché vi è un solo gregge così vi è un solo, vero ed unico pastore. Amen

 

Angelita Tomaselli - culto del 27 agosto 2017

 

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