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22 | 11 | 2017

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Aprire i nostri sensi

«Condussero da lui (da Gesù) un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: “Effetà!” che vuol dire: “Apriti!” E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: “Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare”» (Marco 7: 32-37)

Noi tutti abbiamo cinque sensi che ci permettono di rapportarci col mondo esterno. Eppure nei testi biblici spesso vengono messi in risalto solo la vista e l’udito. Nel nostro testo di oggi incontriamo un uomo sordo che non sente e, quindi, non riesce a parlare bene. Spesso un individuo sordo è anche un individuo muto, in quanto non può apprendere il funzionamento del linguaggio se non è in grado di sentire. Il nostro testo non ci informa su chi fossero coloro che lo portano davanti a Gesù, implorandolo di intervenire con l’imposizione delle sue mani. Certamente erano degli amici che volevano aiutarlo, conducendolo da questo strano maestro, di cui si narravano interventi di liberazione e di guarigione. Non conosciamo nemmeno il nome di questo sordomuto, anonimo rappresentante di tutti i sordomuti bisognosi di aiuto.

  Ma l’agire di Gesù non è ostentazione del suo potere taumaturgico, è invece la ricerca dell’uomo, il contatto col suo spirito malato assieme ai suoi sensi. Gesù lo porta in disparte, lontano dalla folla, quasi a sottolineare la necessità di un rapporto personale diretto, intimo, tra lui e il malato. I miracoli, infatti, a differenza di quel che superficialmente si crede, non avvengono in un clima di esaltazione e di magia, ma nell'ambito di un'amicizia profonda e fiduciosa in Dio. In disparte….questo miracolo non ha testimoni, i particolari li avrà narrati lo stesso sordomuto. Gesù gli pone le dita sulle orecchie e poi con la saliva gli tocca la lingua. Scocca come una corrente di amore mentre Gesù tiene le mani di questo malato. Lo stesso avviene quando qualcuno ci prende la mano nelle difficoltà di una malattia, o quando noi diamo la nostra mano a qualcuno.

Poco importa sapere se questo è un miracolo realmente avvenuto. Certamente un sordomuto che riacquista l’udito non è cosa da poco conto, significa riacquistare dignità e socialità. Oggi la tecnologia mette a disposizione apparati uditivi che ridanno vita e relazione sociale a chi sembrava esserne escluso. Ma fino a pochi decenni fa non c’era soluzione alla sordità. Tuttora vediamo tante persone parlare col linguaggio dei segni, la loro sordità non ha permesso lo sviluppo del linguaggio natuarale. Comunue è’ importante, secondo me, capire cosa vuole dirci l’evangelista Marco, attraverso questo racconto. Anzitutto nessuno che si sia avvicinato a Gesù è rimasto deluso. L’incontro con Gesù porta sempre a un incontro col suo amore, si vede Dio all’opera attraverso di lui.

Dio abita in Cristo, come dirà Paolo, e come sperimenteranno i suoi discepoli dopo la resurrezione. Mi chiedo: che relazione ci può essere fra noi e questo sordomuto? E allora il problema non è il funzionamento dei nostri sensi, del nostro udito in questo caso. Il problema è la solitudine che attraversa l’esistenza di chi non sente o di chi non vuole sentire.

Fratelli e sorelle nella fede, siamo cittadini di questo mondo, dove si incontrano e si scontrano tante ideologie e tante religioni. Tutti gli uomini e tutte le donne, se vogliono adempiere al compito primario della propria esistenza, sono alla ricerca della verità sulla propria origine, sul mistero dell’amore, sul perché del dolore, sul destino della morte. Riusciamo a sentire l’ansia, la fatica di questa ricerca? E noi come partecipiamo a questa ricerca di senso? La tentazione di tante chiese e di tanti cristiani è quella di vivere nella solitudine del proprio cerchio, con la pretesa di avere trovato risposte valide per tutti e per sempre sul mistero della vita. Il rischio è di perdere il contatto con validi pensatori che osano esporsi, avanzando ipotesi nuove per la ricerca della verità, parole nuove per presentare la figura di Gesù.

Voglio ricordarvi solo la figura di Galileo Galilei, ottimo discepolo cristiano, che partecipa alle ricerche scientifiche del suo tempo, trova e avalla il fatto che la terra gira intorno al sole, una briciola di verità che illumina il sapere umano. Eppure la chiesa del suo tempo lo condanna, non è permesso dubitare delle sacre scritture, interpretate da particolari addetti ai lavori teologici. Povero Galileo, chiuso in prigione….penso che nessuno abbia voluto condividere apertamente il suo pensiero, per paura, per viltà, per ignoranza travestita da fedeltà. Ancora oggi vivono ai margini delle chiese ottimi pensatori, che osano sfidare dogmi obsoleti che hanno imprigionato la verità in schemi fissi e preordinati. Vogliamo restare sordi ai loro richiami, facendoci forza sul fatto che le nostre sacre scritture dicono ‘altro’, scambiando spesso l’interpretazione di una pagina biblica, provvisoria per definizione, come verità permanente e indiscutibile?

Fino a poco tempo fa anch’io pensavo fosse mio dovere opporre i nostri dogmi alla libera ricerca di qualche fratello più avveduto e così coraggioso da esporsi alla critica degli altri fratelli. Intanto le nostre chiese si svuotano. E’ vero che ci sono chiese fondamentaliste che richiamano molti aderenti, ma permettetemi di dire che sono troppi quelli che amano il fumo e che hanno messo sotto terra la propria capacità razionale di distinguere e di capire davvero. Noi non dobbiamo alimentare questo fumo, ma abbiamo il dovere di rendere comprensibile all’uomo di oggi il messaggio evangelico. Gli evangelisti hanno trovato il modo di portare il messaggio di Gesù nella cultura greca del loro tempo. Ma oggi questo linguaggio dice poco, c’è bisogno di rivederlo e renderlo comprensibile nel XXI° secolo. Una sfida enorme, che non ci esime da rischi ed errori.

Gesù oggi dice anche a noi ‘Effeta’, apriti. Non possiamo continuare a vivere da sordi, apriamo le nostre orecchie, il nostro cuore, la nostra mente, la nostra razionalità. Cresciamo in conoscenza, apprendendo il linguaggio delle ipotesi virtuose, delle soluzioni provvisorie, dei metodi umani perché razionali e razionali perché umani. Torniamo al nostro episodio biblico. Il sordomuto non parla correttamente finché Gesù interviene col suo ‘effeta’. E noi come parliamo? Cosa diciamo? Un detto latino recita così: os loquitur ex abundantia cordis, la bocca parla secondo quello che abbonda nel cuore. Proprio così, possiamo constatarlo di persona. Spesso i nostri discorsi riguardano la nostra pensione, se siamo pensionati. Riguardano il calcio, le tasse, la scuola, i figli, i genitori anziani. Ma dei problemi che riguardano la nostra esistenza di esseri umani sappiamo parlarne? Se ci poniamo prima all’ascolto maturiamo la capacità di parlare, di intervenire, di partecipare alla ricerca della verità che riguarda sopratutto il rapporto con Dio. Perchè è da Lui che ritorneremo prima o poi. Trovando un corretto rapporto col Signore avviene un cambiamento dell’essere…perché c’è qualcosa che buca il muro della nostra sordità.

Nel libro del profeta Isaia si dice “ hanno orecchi ma non odono”, “ hanno occhi e non vedono”… cioè si sottolinea come l’uomo abbia difficoltà nel gestire i propri sensi…qualcosa deve rompere la sordità dell’uomo … qualcosa che colpisca il cuore. Spero che queste mie semplici riflessioni possano servire a recuperare il valore dell’ascolto e quello della testimonianza attiva. Forse avrei potuto anche approfondire la necessità di porci all’ascolto di Dio, che nel silenzio ci parla, bussa alla nostra porta e ci chiede di entrare. Confido nella capacità di ognuno di proseguire da solo nello studio di questo meraviglioso rapporto. Vi auguro e mi auguro che si apra il nostro udito e che si sciolga la nostra lingua, in modo da poter testimoniare con parole nuove la fede dei nostri padri. Amen.

Franco D’Amico – culto del 15 ottobre 2017

 

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