Nemo profeta in patria
«Poiché dice il Signore alla casa d'Israele: “Cercate me e vivrete!” (...) Essi trasformano il diritto in veleno e gettano a terra la giustizia. Colui che ha fatto le Pleiadi e Orione, cambia il buio in chiarore del mattino e stende sul giorno l'oscurità della notte (...), Egli fa cadere la rovina sulle fortezze e fa giungere la devastazione sulle cittadelle. Essi odiano chi ammonisce alla porta e hanno in abominio chi parla secondo verità (...) Essi sono oppressori del giusto (...) Cercate il bene e non il male, se volete vivere: e così il Signore sarà con voi, come voi dite» (Amos 5:4-14)
Una tiepida notte di fine primavera, sul limitare dell'estate. Acque del mediterraneo, al largo della costa mediorientale, poco prima dell'alba. Una flotta composta da sette navi che, in segno di protesta, cerca di forzare l'embargo imposto alla popolazione civile della striscia di Gaza per portarvi aiuti umanitari e generi di prima necessità, viene prima intercettata e poi attaccata da militari dell'esercito israeliano che, nel corso dell'operazione, uccidono nove membri dell'equipaggio e ne feriscono altri trenta. Gli altri occupanti di cinque delle sette navi vengono scortati sino al porto di Ashdod e poi condotti presso il carcere militare di Beer-Sheva, all'imbocco settentrionale del deserto del Sinai. Qui vengono trattenuti per ventiquattr'ore, senza che le rispettive ambasciate possano inviare del personale per accertare le loro condizioni di salute e rilevare eventuali violazioni del diritto internazionale. Dopodiché, al termine di una giornata caratterizzata dal trapelare di notizie frammentarie ed ufficiose, gli atti compiuti dall'esercito israeliano vengono a galla e sono oggetto della reazione indignata della maggior parte dei governi stranieri.
Anche l'Assemblea dell'ONU, con nove astensioni e tre voti contrari (tra cui quello dell'Italia), ordina che venga condotta un'inchiesta internazionale sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
Fin qui, in maniera piuttosto asciutta e nella sostanza difficilmente contestabile, i fatti; ai quali, però, è necessario far seguire alcune considerazioni. Anzitutto, è opportuno sottolineare due elementi che hanno reso quest'azione di forza non soltanto discutibile ma scellerata. In prima istanza il fatto che l'equipaggio della Freedom Flottilla fosse composto da donne e uomini provenienti da numerosi Paesi, all'interno dei quali alcune ed alcuni tra loro rivestivano ruoli anche di prestigio: parlamentari, rappresentanti di organizzazioni non governative e, dall'Irlanda, addirittura un premio Nobel per la pace. Elementi che farebbero desistere chiunque possegga un po' di senno dall'attaccare il convoglio, poiché le controindicazioni di una simile azione paiono così lampanti da non dover nemmeno essere illustrate. Un uomo accorto e niente affatto sprovveduto come il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, peraltro membro dell'ala più moderata del governo, non avrebbe dovuto commettere quella che, se dal punto di vista umano rappresenta indiscutibilmente una violenza ingiustificata, sotto il profilo politico costituisce una palese ingenuità. Anche dando credito alle affermazioni secondo cui una parte dell'equipaggio aveva chiari intenti provocatori nei confronti dello Stato d'Israele, cadere nella trappola della provocazione è cosa da principiante, non da navigato esperto di questioni diplomatiche, quale Barak è.
Per cui l'aver comandato un'azione di attacco militare ai danni di persone (com'è poi stato dimostrato) inermi, è da considerarsi sotto ogni punto di vista un errore inescusabile da parte di una classe dirigente che voglia essere ritenuta avveduta e responsabile.
Ma internazionali, oltre all'equipaggio, erano anche le acque in cui l'aggressione si è verificata: elemento che aggiunge assurdità ad assurdità poiché, con quest'aggressione, Israele ha palesemente violato il diritto internazionale, portando a compimento un'azione militare extra-territoriale di estrema gravità ed arroganza.
Accanto a queste due scelleratezze, si profilano per Israele due rischi dalle conseguenze difficilmente calcolabili. In primo luogo, viene messo a repentaglio il rapporto con le democrazie occidentali, le quali, in osservanza dei diritti umani che si propongono (almeno formalmente) di tutelare, non possono esimersi dal condannare un gesto così grave.
In seconda istanza, l'azione dell'esercito israeliano rischia di compromettere irreversibilmente le relazioni fra il governo d'Israele e quello turco, esponente di un Islam moderato e possibile mediatore tra lo Stato ebraico e l'estremismo politico-religioso degli ayatollah iraniani. Insomma, un'azione sotto tutti i profili controproducente e sconsiderata, un danno d'immagine e di sostanza che, con un comportamento scriteriato, il governo israeliano ha arrecato al proprio Paese e al popolo ebraico intero.
Mi è già capitato di ascoltare, infatti, esternazioni nelle quali l'associazione tra il popolo d'Israele ed il suo governo viene effettuata senza operare alcun distinguo di sorta.
Si tratta -e, ahimè, non è affatto inutile sottolinearlo- di un'associazione non soltanto indebita, ma anche oltremodo pericolosa. Le responsabilità di un gesto vanno attribuite esclusivamente a chi lo ha voluto e comandato: in questo caso, al governo israeliano, al suo premier Netanyahu e al suo seguito di falchi, i quali hanno reso la politica ostaggio di una minoranza di ultra-ortodossi che la pace non la vuole e non l'ha mai voluta. Furono proprio gli ultra-ortodossi, infatti, ad affondare il processo di pace nel suo momento più alto, uccidendo il premier Isaac Rabin e, insieme con lui, le speranze legate ad una soluzione equa del conflitto israelo-palestinese.
Ma deve essere ribadito con forza che di una minoranza si tratta: il popolo d'Israele, da parte sua, ha soltanto la responsabilità di aver eletto questo governo con cui, in alcun modo, va identificato senza riserve. Le critiche più pertinenti ed acute al governo Netanyahu e alle sue decisioni, infatti, sono venute non a caso dallo stesso mondo ebraico: alcune si sono condensate intorno al quotidiano israeliano Ha-aretz; altre hanno preso forma già prima di questa tragedia nell'appello J Call, firmato da autorevoli intellettuali ed artisti ebrei europei ed estremamente critico nei confronti della linea che l'attuale governo israeliano ha seguito per far fronte alla cosiddetta «questione palestinese». Questo dissenso interno, che da sempre caratterizza la storia del popolo d'Israele, è di un'importanza fondamentale, poiché permette, a chi ebreo non è, di associarsi alle ragioni che sostanziano queste critiche, senza con ciò essere tacciati, pretestuosamente, di antisemitismo. Quanto sia antico il dissenso espresso in Israele nei confronti della sua classe dirigente ce lo dimostra il nostro passo di oggi, dove Amos si scaglia contro l'ingiustizia eretta a prassi all'interno di palazzi entro cui il potere si rifugia, sino a diventare abuso.
Ed è l'abuso a risultare indigesto ad Amos, a costringerlo a profetare, sia pure con l'amarezza nel cuore, contro il suo stesso Paese. Ma le profezie nefaste, si sa, suonano sgradite all'orecchio dei potenti, che le scongiurano tanto più, quanto più esse affermano il vero. Amos si sente parte del popolo d'Israele, in tutto e per tutto: e poiché ama il suo popolo, denuncia la corruzione della sua classe politica, gli abusi di chi occupa posizioni di responsabilità facendone luoghi dell'esercizio indiscriminato del potere e dell'uso dissennato della forza. Amos se ne addolora e non tace: viene ritenuto un traditore del suo popolo, mentre non fa che esprimergli un amore che non può mai accettare di tradursi in convenienza o, peggio, in connivenza. Un amore che, se necessario, denuncia e redarguisce anziché blandire falsamente gli animi dei potenti facendo appello alla loro inguaribile vanità.
Con lo stesso spirito, oggi, moderni profeti laici del popolo ebraico -come laico era lo stesso Amos, con sommo dispiacere degli ultra-ortodossi di ogni tempo e luogo- denunciano un'azione compiuta dal governo del loro Paese: un governo che credono non li rappresenti nel modo adeguato e che, anzi, ritengono che arrechi danno all'ebraismo tutto, israeliano come della diaspora. In questa denuncia non vanno lasciati soli, perché Israele possa avere un futuro fatto di speranza e di pace. Speranza e pace che si costruiscono nel dialogo e nel confronto, anche a muso duro, quando è necessario; ma che naufragano inesorabilmente quando alle ragioni del dialogo si sostituiscono le leggi del più forte. Il quale, normalmente, ricorre alla forza proprio quando si trova a corto di ragioni.
Domenica 6 Giugno 2010 - Pastore Alessandro Esposito







