«Cercate prima il Regno e la giustizia di Dio» (Matteo 6:33)
Amiche mie, quando mi avete proposto di predicare in occasione della benedizione del vostro amore, aggiungendovi l'esplicita richiesta di svolgere una riflessione «tematica», la memoria e il cuore, o, per meglio dire, la memoria del cuore, è andata subito a questo versetto del vangelo secondo Matteo. Apparentemente, la relazione tra queste parole e l'unione che stiamo celebrando potrebbe risultare piuttosto vaga. Il compito della riflessione che vorrei svolgere insieme con tutte e tutti voi è dunque quello di chiarire quale possa essere il rapporto che intercorre tra questa affermazione compiuta da Gesù e l'evento che stiamo vivendo e condividendo. Per brevità ed incisività, vorrei provare a chiarire tale rapporto tra Parola ed evento riassumendolo in tre punti.
Anzitutto, la ricerca: atteggiamento che Gesù non si limita a suggerire, ma che, piuttosto, comanda ai suoi e, di conseguenza, anche a noi. Il Regno e la giustizia di Dio vanno cercati: sono fonte di perenne inquietudine, stimolo costante al movimento, esortazione continua al cammino. E uno spirito di ricerca, si sa, richiede necessariamente creatività, capacità di uscire dai percorsi convenzionali, coraggio di osare sentieri nuovi. A questo compito delicato e difficile ci chiama il Dio biblico, attraverso l'invito alla scoperta -quotidiana e rischiosa- della novità, non mediante la rassicurante prudenza della ripetizione. Se vogliamo percorrere le strade di un Dio d'amore ci viene richiesto di osare: perché non c'è amore se non nella libertà e non può esserci libertà senza cambiamento.
In secondo luogo, il Regno: realtà che troppo spesso, nelle nostre chiese, predichiamo come un qualcosa di là da venire, ma che dovremmo imparare ad annunciare come evento ed avvento al quale Dio ci chiede di collaborare. Il Regno, secondo le Scritture e, con particolare insistenza, nella predicazione di Gesù e dei profeti prima di lui, è il frutto del reciproco venirsi incontro di Dio e di noi esseri umani: è realtà che è tanto più prossima a venire, quanto più trova in noi disponibilità all'annuncio e alla costruzione. Ed è proprio il Regno ad orientare ogni ricerca autentica, a conferire ad ogni percorso nuovo quel senso che non ha nulla a che spartire con uno sterile anticonformismo: su sentieri non ancora battuti cerchiamo il Regno di Dio e il Dio del Regno, non appena la concrezione di una visone liberale dell'essere chiesa. Celebriamo qui, oggi, questa unione perché crediamo che, come accoglienza e condivisione di un percorso d'amore, essa ci permette di compiere un passo nella direzione del Regno voluto da Dio e annunciato da Gesù.
Infine, una parola circa il sentiero su cui intendiamo incamminarci alla ricerca del Regno: questo sentiero, al quale è Dio a dare un nome, si chiama giustizia. Come chiese, non di rado ricorrendo ad interpretazioni teologiche che avevano il solo scopo di giustificare determinati orientamenti e di avallare consuetudini consolidate, abbiamo spesso contribuito alla limitazione -quando non addirittura alla soppressione- della giustizia, assai più che alla sua tutela e promozione: e ancora oggi la situazione, in molte realtà ecclesiastiche, fatica a cambiare.
In particolare per ciò che riguarda l'inalienabile diritto delle persone e delle coppie omosessuali a vivere in libertà e pienezza il loro percorso di fede individuale e comunitario, come chiese abbiamo praticato assai più un ostinato rifiuto anziché quell'accoglienza e quel rispetto che una maggiore sensibilità avrebbe consentito e che l'evangelo comanda.
A dispetto di quanto gli integralisti di ogni confessione sostengono, infatti, non sono certo le persone e le coppie omosessuali a dover compiere un cammino di conversione, quanto, piuttosto, le chiese. Ecco perché, come chiese, dobbiamo fare in modo che ciò che annunciamo sia accompagnato da gesti chiari e concreti, che testimonino, senza ambiguità, che la richiesta di benedire le unioni gay e lesbiche si situa nel solco dell'evangelo, il quale testimonia di un Dio che vuole l'amore e, al contrario di noi, non lo giudica. Soltanto così potremo sperare di ricevere da parte di questi nostri fratelli e di queste nostre sorelle, privati del giusto diritto e offesi nelle loro dignità, la grazia di una fiducia rinnovata e di un perdono accordato. Quello che compiamo quest'oggi, dunque, non è, in primo luogo, un gesto di rivendicazione e nemmeno di denuncia: è, molto più semplicemente, un atto di giustizia. Quella giustizia che, come chiese, abbiamo a più riprese negato e rinnegato e che adesso, pertanto, tocca a noi ristabilire con la nudità di un gesto di accoglienza e di conversione che l'evangelo ci domanda e ci comanda. Oggi non stiamo facendo null'altro, dunque, se non ciò che è dovuto, per il semplice motivo che ci limitiamo, appena, a fare ciò che è giusto: atto di riconoscimento e di restituzione di un diritto troppo a lungo violato. Ecco perché vorrei concludere questa riflessione con le parole di un anonimo, le quali, credo, riassumono assai bene il senso della benedizione che stiamo celebrando con gioia e convinzione.
Parole il cui contenuto intendo far mio nel condividerle con voi:
«Non è difficile fare ciò che è giusto: difficile è sapere ciò che è giusto fare. Ma una volta che sai che cosa è giusto fare -allora-è difficile non farlo» Amen
Alessandro Esposito in occasione della benedizione di una coppia omoaffettiva







