Lo scandalo dell'accoglienza
Ed avvenne che, mentre Gesù sedeva a tavola in casa di Levi, molti pubblicani e peccatori sedevano a tavola con lui e con i suoi discepoli: erano infatti molti e lo seguivano. E gli scribi dei farisei, avendo visto che mangiava con i peccatori e pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia con i pubblicani e peccatori?». E, avendo udito, Gesù dice loro: «Non i forti hanno bisogno di un medico, ma coloro che hanno male. Non sono venuto a chiamare giusti, ma peccatori» (Marco 2:15-17)
Ci troviamo in Galilea, regione contadina a nord di Gerusalemme in cui, con ogni probabilità, Gesù era nato e cresciuto. Più precisamente il nostro breve racconto, stando a quanto ci racconta l'evangelo secondo Marco, è ambientato nei pressi del villaggio di Capernaum, sulle sponde del lago di Galilea e a poca distanza dal fiume Giordano, dove Gesù aveva ricevuto il battesimo per mano di Giovanni. All'epoca di Gesù si trattava di un luogo di confine tra le provincie romane della Galilea e della Betanea: in questi luoghi era piuttosto consueto imbattersi in funzionari pubblici dell'impero che riscuotevano le tasse, in particolare sulle merci che transitavano da una regione all'altra. Questo, a quanto pare, era ciò che facevano i cosiddetti «pubblicani» che, ogni tanto, figurano nei racconti evangelici: e questa era anche l'occupazione di Levi, che Gesù incontra e chiama proprio mentre lo trova seduto al banco delle imposte. Come è facile immaginare, allora come oggi, non si trattava di un mestiere così ben visto: occuparsi della riscossione dei tributi, da che mondo è mondo, è un compito soggetto a critiche di ogni genere da parte di quanti (e sono la maggioranza) devono versarli.
Ma, all'epoca di Gesù, questo ingrato mestiere presentava un'altra «controindicazione», se così possiamo chiamarla: si trattava, infatti, di svolgere un lavoro stando a libretto paga dei romani, ovvero, della potenza militare straniera percepita, dalla maggioranza degli israeliti, come «occupante». Oltretutto, nel caso di Levi, ci troviamo in presenza di un'ulteriore aggravante: come rivela chiaramente il suo nome, Levi è un israelita. In sostanza, dai più egli viene additato come traditore del proprio popolo al soldo del nemico: uno che spremeva i suoi propri fratelli lavorando al servizio dell'invasore romano. Uno da disprezzare, in definitiva, soprattutto a parere di quanti intendono dichiarare, in maniera che risulti credibile, il proprio amore per il popolo oppresso. Ecco che, nel nostro racconto di oggi, Gesù si trova seduto a tavola presso la casa di uno di questi traditori: e, insieme con lui, siedono anche i suoi discepoli, molti dei quali, del resto, sottolinea quasi senza vergogna il nostro testo, erano a loro volta pubblicani e peccatori. I due termini, sebbene il secondo di essi abbia un significato un po' più ampio, erano quasi sinonimi: chi estorce tributi al proprio fratello per riempire le tasche dell'invasore, infatti, non può che essere un peccatore, e dei peggiori, per giunta. Pertanto l'uomo di Dio, colui che intenda esserlo veramente, deve condannare senza appello individui come questi: mischiarsi a loro è da considerarsi una vergogna, farsi vedere in loro compagnia costituisce un'implicita ma eloquente dichiarazione di connivenza. Bisogna emarginarli, piuttosto, perché si rendano conto che il loro atteggiamento rappresenta un oltraggio non soltanto al fratello, ma a Dio stesso.
Qui il termine «fratello» è utilizzato nella versione familistica piuttosto in voga nella nostra Sicilia, che lo sintetizza in maniera eccellente nella domanda: “A cu apparteni?” (“A chi appartieni?”). Ma, più in generale, si tratta di una sindrome da cui sono affette tutte le identità costruite su presupposti autoreferenziali, tutte le realtà identitarie «chiuse», caratterizzate da un'appartenenza che ama definirsi e consolidarsi per opposizione a tutto quanto è percepito come esterno a sé. Fratello è il tuo compatriota o correligionario: prendere le sue difese, quindi, significa immancabilmente tutelare il tuo stesso interesse. E di interesse, infatti, sarebbe più opportuno parlare in questi casi, non certo d'amore, che è atteggiamento più serio, impegnativo e, soprattutto, disinteressato: o, per meglio dire, interessato all'altro e non, almeno primariamente, a sé. Gesù questo interesse per l'altro sembra mostrarlo: di più, sembra disinteressarsi dell'opinione di quanti, immancabilmente, criticheranno il suo atteggiamento. Si tratta, dice il nostro testo, degli scribi di tendenza farisaica: uomini che si occupavano di trascrivere la legge e di conseguenza, si capisce, di tutelarne l'applicazione. «Fariseo» è termine che deriva, probabilmente, dalla radice ebraica פרר (parar), che significa, propriamente, «separarsi»: ancora una volta, dunque, sostenitori di un'identità ben definita che si costruisce e si cristallizza per opposizione. E la «separatezza», infatti, è la caratteristica che deve contraddistinguere l'uomo di Dio, che, in quanto tale, «non si mescola» e, grazie a ciò, si mantiene puro.
Chiaramente, l'uomo di Dio è visto così perché, prima di lui, è visto così Dio: uno che rifugge l'impurità con sdegno; di più: uno che la condanna recisamente, che ne ha orrore e, pertanto, ne prende fermamente ed irrevocabilmente le distanze. Un Dio tanto perfetto quanto lontano: ecco ciò che predicano gli scribi di tendenza farisaica. Un Dio al quale tanto più si assomiglia quanto più si è capaci di rimanere distanti dalle donne e dagli uomini e dalle loro bassezze, che addolorano Dio ed imbarazzano i suoi inflessibili e inappuntabili fedeli. Uomini (rigorosamente maschi, si capisce) tutti d'un pezzo, acuti osservatori di ogni comportamento, preferibilmente altrui, del quale rivelano puntualmente l'inadeguatezza, l'imperfezione, le storture. Questi soffocatori della vita e della sua incontenibile pienezza, sono sempre indaffarati a porre argini allo straripare dell'umanità dell'uomo, eternamente preoccupati che l'etichetta venga rispettata, costantemente pronti all'indignazione di fronte al gesto sconveniente, sempre solerti nel segnalare ogni sconfinamento in cui sia possibile scorgere un'avvisaglia di creatività e, quel che è peggio, di libertà. In tutto questo ravvisano soltanto inequivocabili segnali di protervia, restando ciechi, però, di fronte alla propria arroganza. Uomini dal cuore rattrappito per il lungo letargo della sensibilità, dalle vedute ristrette ai cui orizzonti limitati vorrebbero costringere e restringere la gittata di ogni altro sguardo. Miope come e più di loro è anche il Dio in cui credono, giudice implacabile ed estremamente facile all'offesa, del quale è opportuno guadagnarsi la benevolenza attraverso l'irreprensibilità della propria vita ed il continuo appello al ravvedimento rivolto a quanti, cocciutamente, si ostinano ad obbedire a perverse abitudini umane.Peggiore fra tutte quella di pensare, peggio ancora se praticata lasciando spazio alle vicende e alle domande dell'altro. Rinunciare all'impeccabilità degli atteggiamenti, significa offendere la volontà di Dio e causarne la conseguente e inevitabile indignazione.
Gesù se ne assume il rischio e provoca i suoi interlocutori; prima che con le parole, però, lo fa attraverso il gesto: siede a tavola con gli impuri e all'ossessione «separatista» del pio fariseismo oppone la pratica disarmante ed oltraggiosa della contiguità, della vicinanza gomito a gomito, della promiscuità. Agli occhi dei suoi accusatori, quello che fa è semplicemente vergognoso: più che di una provocazione si tratta di un insulto. Se mai fosse possibile, però, le parole che egli pronuncia alla fine sono ancora peggio del gesto: egli, dice, è venuto per chiamare dei peccatori e non dei giusti. «Coloro che hanno male», li chiama: quelli che avvertono un dolore, la cui sensibilità, ancora, non è del tutto inibita da una pretesa perfezione. Quelli un po' meno impeccabili, forse, ma, proprio per questo, un po' più umani: quelli che magari non se la sentono di sentenziare circa ciò che è «puro» e ciò che non lo è, ma che, quantomeno, sono ancora capaci di slanci e di sconsiderate, benedette imprudenze.
Di donne e uomini così sembra andare in cerca Gesù: e a uomini e donne così intende dare accoglienza, semplicemente, senza se e senza ma. Ed è questo, a ben guardare, ciò che sconcerta e indispettisce di più i suoi detrattori. Lo sottolinea, con l'acume e la sensibilità che gli sono proprie, il teologo della liberazione salvadoregno Jon Sobrino, il quale, commentando questa narrazione biblica, annota:
«Nel nostro brano si deve parlare di accoglienza dei peccatori più che di perdono dei peccati (...) ed è proprio questa accoglienza a causare scandalo. L'accoglienza del peccatore, qui, avviene contro i criteri sanciti religiosamente (...). Dio si offre come grazia a coloro che erano ritenuti peccatori: questa nuova immagine di Dio è ciò che causa scandalo»
[Tratto da: Jesucristo librador. Lectura histórico-teológica de Jesúd de Nazaret, Trotta, Madrid, 1991, pp. 132-134 -traduzione mia-]
L'uomo accettato per come è, nella pienezza della sua umanità contraddittoria, è chiamato, cercato, accolto da Gesù e dal Padre che egli è venuto ad annunciare. Non vi sono condizioni: l'amore le annulla. Perché l'amore è gratuito, non esige una causa né un comportamento che lo propizi o che ce ne renda degne e degni. L'amore soltanto, infatti, redime.
Il cuore di chi giudica il cammino altrui, senza comprenderne il dolore, è un cuore impermeabile all'amore. Di questa ostinata durezza soltanto, non del nostro continuo sviarci, il Dio di Gesù e Dio nostro si addolora.
Pastore Alessandro Esposito - Domenica 4 Luglio 2010







