05 | 09 | 2010
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Regno di Dio, regno per l'uomo

Interrogato, poi, dai farisei, su quando venga il Regno di Dio, [Gesù] rispose loro e disse: «Non viene il Regno di Dio attraverso l'osservazione. Né diranno: “Ecco(lo) qui, o là!”. Ecco, infatti: il Regno di Dio sta in mezzo a voi» (Luca 17:20-21)

Molte sono le realtà di cui le Scritture ci parlano, anche a più riprese, rispetto alle quali non sappiamo dire precisamente di che cosa si tratti.

Questo non avviene soltanto con termini o tematiche in fin dei conti marginali, di secondaria importanza: accade piuttosto, non di rado, con espressioni la cui comprensione è essenziale per la fede e, prima ancora, per la vita, alla quale la fede dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) sempre essere rivolta. Una di queste realtà, alla quale Gesù si riferisce costantemente nell'arco della sua predicazione itinerante, è quella del Regno di Dio: espressione, di per sé, apparentemente chiara, se non persino evidente; eppure, al contempo, nozione che si è fatta via via sempre più astratta nella predicazione ecclesiastica, fino a sfumare nell'indefinitezza. Al punto che, provando a interrogarci oggi su che cosa significhi Regno di Dio, l'imbarazzo ed il disorientamento di fronte a questa domanda sarebbero, con ogni probabilità, diffusi e le risposte divergerebbero sensibilmente.

C'è da dire, in primo luogo, che Gesù, stando a quanto ci narrano i vangeli,  fece del Regno di Dio il centro di tutta la sua predicazione: eppure, anche se ciò può apparire paradossale, non giunse mai a definirlo esattamente, così come si farebbe con un concetto o un'idea. Decise, piuttosto, di descriverlo attraverso immagini tratte, il più delle volte, dalla vita rurale.

In una circostanza lo descrisse come il più piccolo dei semi che, una volta cresciuto, diviene un albero sotto i cui rami gli uccelli trovano riparo [Mt 13:31-32; Lc13:18-19]; un'altra volta come l'attività stessa del seminatore, il cui seme (l'annuncio della Parola di Dio come parola liberatrice e rigenerante) cade sui diversi tipi di terreno (che rappresentano i cuori più o meno disposti ad accoglierla e a farla germogliare). [Mc 4:3-9; Mt 13:3-9; Lc 8:4-8] Gesù decide di adottare questo linguaggio semplice  e diretto perché il Regno che egli annuncia è un Regno che ha al centro i poveri, non appena come destinatari, ma come soggetti: come viene specificato chiaramente nelle cosiddette «beatitudini» (Lc 6:20), infatti, il Regno di Dio non è appena per i poveri, ma dei poveri.

Così come viene detto che il Regno è di Dio, allo stesso modo viene detto  che è dei poveri, che Dio stabilisce, irrevocabilmente, quali eredi del Suo Regno. Di qui possiamo già ricavare un ulteriore dato che, solitamente, viene lasciato (volutamente) in ombra: il Regno di Dio, mentre è senza alcun dubbio buona notizia rivolta agli oppressi, sembra essere meno buona agli occhi e alle orecchie di chi li opprime. Troppo spesso come chiese abbiamo predicato un evangelo neutrale, equidistante, garante dello status quo: mentre dovremmo ricominciare ad annunciare un evangelo che si riveli capace di provocare chi l'ascolta, di mettere in discussione l'alibi della comodità, di scardinare un'interpretazione funzionale all'esercizio del potere e del controllo sociale come delle coscienze. L'evangelo del Regno non può essere buona notizia per tutti: mentre una sua interpretazione ecclesiastica ha finito, talvolta, per annacquarlo, quando non, addirittura, per stravolgerlo e per tradirlo, facendone un messaggio innocuo.

Questa predicazione, per così dire, «inoffensiva» del Regno di Dio, è stata portata avanti, anzitutto, attraverso l'accentuazione esasperata quando non addirittura univoca del suo aspetto «celeste»: in questa interpretazione, il regno è un qualche cosa al di là da venire, una prospettiva che riguarda la fine dei tempi e che, in fin dei conti, coinvolge soltanto Dio e la sua libera sovranità sul mondo e sulla storia. Nel nome di questa (nemmeno troppo indiretta) esortazione alla passività, quando non addirittura alla rassegnazione contrabbandata per fede, immancabilmente accompagnata dalla raccomandazione all'obbedienza, si sono giustificati sistemi di ingiustizia fondati sull'ignoranza e sul mantenimento forzato degli uomini e, ancor più, delle donne in uno stato di minorità e di subordinazione.

Eppure Gesù, parlando del Regno di Dio, sembra annunciare qualcosa di diverso da ciò che la predicazione ecclesiastica ha, il più delle volte, proposto. La ragione principale di questa differenza, la sottolinea assai bene il teologo della liberazione centro-americano Jon Sobrino che, a questo proposito, annota:

«Per comprendere adeguatamente che cosa Gesù intendesse quando annunciava il Regno e al fine di evitare ogni distorsione al riguardo, va sottolineata la dimensione della sua reale incidenza nella storia delle donne e degli uomini: in sostanza, va sempre messo in rilievo il fatto che il Regno è una realtà storica, non ultra-mondana»

[Tratto da: Jesucristo liberador. Lectura histórico teológica de Jesús de Nazaret, Trotta, Madrid, 1991, pag. 101 -traduzione mia-]

Un Regno celeste, senza relazioni dirette con la vita delle donne e degli uomini, si è spesso rivelato strumento al servizio di una chiesa alleata con il potere, incarnazione di quel meccanismo, proprio di ogni struttura religiosa, che Karl Marx ha opportunamente definito alienazione, vera e propria estraneità alle vicende, spesso cariche di sofferenza, della storia.

Un Regno puramente ultraterreno sarebbe specchio di un Dio indifferente, soluzione magica e, in fin dei conti, tardiva, alle contraddizioni evidenti ed insanabili di un'esistenza troppo spesso ingiusta.

Alla domanda, in ultima analisi, «dottrinale» dei pii farisei, su quando sarebbe venuto il Regno, Gesù risponde in maniera sorprendente e senza dubbio, dal loro punto di vista, irriverente. L'inizio della sua risposta costituisce già un'indicazione, per così dire, di metodo: la sua traduzione letterale, che non ho riscontrato in nessuna delle bibbie in lingua italiana da me consultate, suona, propriamente, così: «Non viene il Regno di Dio attraverso l'osservazione». Che è un po' come dire: non dovete trascorrere il vostro tempo con il naso all'insu, in attesa di un segno dall'alto, come se Dio solo sia il responsabile dell'instaurazione del Suo Regno. Compito di quanti questo Regno intendono prepararlo, è un altro: quello, come si espresse efficacemente il filosofo Nietzsche, di «rimanere fedeli alla terra». Non è in alto che bisogna indirizzare lo sguardo, ma accanto a sé: per incontrare il volto dell'altro, dell'altra, con la sua storia, che ci interpella e che, se ascoltata, incontrata, accolta, ci trasforma, trasformando, insieme con noi,la nostra stessa fede che, attraverso l'altro soltanto, può diventare più umana, come il Dio di Gesù e Dio nostro vuole che diventi.

Ma l'osservazione soltanto, sembra dire Gesù, non può bastare: il Regno va preparato, non solamente atteso; e noi siamo coloro che Dio chiama perché cooperiamo alla sua costruzione. Questo avviene attraverso la riscoperta della relazione, dimensione che la nostra società del benessere ha via via relegato nel perimetro angusto entro cui confina ogni cosa: quello della pura utilità, del continuo ed esclusivo riferimento a noi stessi, a noi stesse. Di modo che l'altro diviene, come scriveva quasi un secolo fa il filosofo Heidegger, un «utilizzabile», oggetto e non più soggetto, da considerare esclusivamente in funzione dei benefici che la sua funzione, più ancora che la sua persona, può portare alla mia vita. Resi in tutto e per tutto dei consumatori, siamo diventati «consumisti delle relazioni», che viviamo in superficie e che assumono sempre più la dimensione ristretta delle nostre vite auto-centrate, il respiro corto dei nostri orizzonti entro i quali tutto è sostituibile. Eppure, anche nel deserto della nostra emotività inaridita, Gesù viene a dirci chela possibilità del Regno esiste ancora in mezzo a noi: si tratta soltanto di tornare a farla sgorgare dalle fenditure della roccia che, per quanto dura, non è mai impenetrabile. Ma perché ciò avvenga dobbiamo tornare ad educare le nostre sensibilità, rendendole capaci di percepire, ancora, il dolore dell'altro ed il suo appello alla nostra umanità: senza questo divenire più umani e, per questo soltanto, più vicinia Dio, il seme del Regno non potrà trovare terreno fertile su cui attecchire. E a Dio stesso non rimarranno, tra le mani e nel cuore, se non dolore ed impotenza.

Alessandro Esposito - 25 luglio 2010

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