La divisione della chiesa: come è possibile?
Sono un cristiano evangelico. Pongo due domande le quali nascono da una fondata preoccupazione personale.1. È possibile dinanzi alla conoscenza di crisi e divisioni che si manifestano oggi nelle chiese, che una causa sia quella di non considerare a sufficienza «l’essere nati di nuovo»?
2. Quali valori si prendono in considerazione dinanzi all’evidenza di una divisione in atto in una chiesa di credenti in Cristo? Vincenzo Battista
2. Quali valori si prendono in considerazione dinanzi all’evidenza di una divisione in atto in una chiesa di credenti in Cristo? Vincenzo Battista
Confesso di non essere sicuro di aver capito bene le due domande, formulate (soprattutto la seconda) in termini che a me paiono un poco sibillini. Cerco comunque di rispondere, sperando di interpretare correttamente il pensiero, anzi «la fondata preoccupazione personale del nostro lettore». Questa preoccupazione riguarda le «divisioni che si manifestano oggi nelle chiese». In realtà – lo sappiamo – le divisioni non sono solo di oggi, sono sempre esistite fin dall’inizio della storia della Chiesa. Nella chiesa di Corinto, a esempio, si crearono ben presto dei partiti religiosi tra loro contrapposti, tanto che l’apostolo Paolo rimprovera quei cristiani e li esorta a «non avere divisioni tra voi» (I Corinzi 1, 10). Ma anche nella chiesa di Filippi, tanto cara all’Apostolo, c’era un problema analogo, e qui Paolo chiede ai fratelli di avere «un medesimo sentimento, un medesimo amore» e di essere «di un unico sentire», seguendo tutti l’esempio di Gesù (Filippesi 2, 2-5): vuol dire che c’era un divisione latente o già in atto. Persino tra gli apostoli ci fu divisione: ad esempio, a un certo punto, nacque tra Paolo e Barnaba «un’aspra contesa, tanto che si separarono» (Atti 15, 39): uno prese una strada, l’altro ne prese un’altra. Non si separarono da Cristo, si separarono uno dall’altro. Dunque, la divisione è antica come la Chiesa stessa, la cui storia è costellata da tante divisioni, malgrado il fatto che nel loro Credo i cristiani hanno sempre confessato e confessano ancora oggi di credere che la Chiesa è una e indivisa, e che in Cristo non c’è divisione, ma comunione.
«Cristo è forse diviso?» chiede retoricamente l’apostolo Paolo (I Corinzi 1, 13). Evidentemente no! Anzi, in lui «non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù » (Galati 3, 28). Ecco allora la domanda, ecco la «fondata preoccupazione personale» del nostro lettore: come possono i cristiani essere divisi tra loro, se – credendo in Cristo – sono uniti a lui e in lui? Come si può spiegare la divisione della Chiesa – supponendo che la si possa spiegare – Chiesa che peraltro continua imperterrita a credere e a confessare la sua unità? È possibile dire con intima convinzione: «La Chiesa è una!» e poi continuare tranquillamente a vivere nella divisione? I cristiani divisi tra loro sono ancora veramente uniti a Cristo, oppure la loro unione a Cristo, benché sinceramente creduta e confessata, è poco più che un’illusione? Non potrebbe essere così, che i cristiani sono divisi tra loro perché sono divisi da Cristo? La loro divisione non potrebbe essere la cartina al tornasole che rivela che non sono affatto così uniti a Cristo, come pretendono di essere? Stando così le cose, si impone una domanda radicale: una Chiesa divisa dalle altre può ancora essere considerata una Chiesa? Non è piuttosto una setta, piccola o grande finché si vuole, ma pur sempre una setta? Se così fosse, la cristianità odierna globalmente considerata non sarebbe altro che un insieme di sette, grandi e piccole, nessuna delle quali sarebbe degna di chiamarsi «Chiesa», perché la Chiesa può sussistere soltanto nell’unità, non nella divisione.
Come si vede, si tratta di interrogativi molto seri, che non possono non preoccupare tutti coloro che hanno a cuore la causa cristiana nel mondo. Ora il nostro lettore, confrontandosi con questi interrogativi, avanza un’ipotesi, contenuta nella prima domanda, e che, più o meno, è questa: non potrebbe darsi che la divisione delle chiese e nelle chiese (c’è infatti divisione tra le chiese, ma anche all’interno di ciascuna chiesa) dipenda da una insufficiente considerazione dell’«essere nati di nuovo»? Cioè: oltre a tutte le divisioni che conosciamo,interne ed esterne, vecchie e nuove, di natura dottrinale o di natura etica, ce ne sarebbe un’altra, di cui si parla poco, che non coinciderebbe con nessuna di queste e al tempo stesso le attraverserebbe tutte, e cioè la divisione di cui Gesù parlò a Nicodemo: quella tra chi è «nato di nuovo» e chi non lo è. La vera divisione, dunque, non sarebbe quella – poniamo – tra cattolici e protestanti, tra liberali e conservatori, tra battisti e pedobattisti, tra quelli che leggono la Bibbia secondo il metodo storico- critico e quelli che la leggono in modo più letterale, così via. Tutte queste divisioni sono reali e importanti, ma non sarebbero decisive: decisiva sarebbe quella tra i «nati di nuovo» e quelli che non lo sono. Ora il nostro lettore ha l’impressione che nei discorsi che facciamo sulla crisi e la divisione della Chiesa, si trascuri troppo questo tema di fondo, e quindi non si vada alla radice del problema, che non è: sei cattolico o protestante, liberale o conservatore, e così via, ma è: sei nato di nuovo, sì o no? Che cosa pensare di questa ipotesi? Penso che il nostro lettore abbia ragione. È vero che la radice del problema è quella ed è vero che in generale, nelle nostre chiese, il tema della nuova nascita e soprattutto dell’imperativo di Gesù: «Bisogna che nasciate di nuovo» (Giovanni 3, 7), non sono posti, o non abbastanza, al centro dell’attenzione. Il problema però, che il nostro lettore non pone, ma che deve essere posto, è: chi può stabilire chi è «nato di nuovo»? Chi può tracciare la linea di confine tra chi è nato di nuovo e chi, pur appartenendo alla chiesa, non lo è? Chi può separare, oggi, le pecore dai capri? La parabola del grano e della zizzania che crescono nello stesso campo (Matteo 13, 24-30) significa, tra le altre cose, che soltanto alla fine, al tempo della mietitura, sarà chiaro qual è il grano e quale la zizzania, e allora avverrà la divisione. È vero,dunque: la divisione fondamentale è quella tra chi è «nato di nuovo» e chi non lo è, e questo va sempre di nuovo ricordato e tenuto presente, ma non esiste, a mia conoscenza, una chiesa di soli «nati di nuovo»; ogni chiesa è, come dicevano gli antichi, un «corpo mescolato» (corpus permixtum), nel quale cioè si mescolano veri credenti, mezzi credenti, mezzi increduli e finti credenti.
«Cristo è forse diviso?» chiede retoricamente l’apostolo Paolo (I Corinzi 1, 13). Evidentemente no! Anzi, in lui «non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù » (Galati 3, 28). Ecco allora la domanda, ecco la «fondata preoccupazione personale» del nostro lettore: come possono i cristiani essere divisi tra loro, se – credendo in Cristo – sono uniti a lui e in lui? Come si può spiegare la divisione della Chiesa – supponendo che la si possa spiegare – Chiesa che peraltro continua imperterrita a credere e a confessare la sua unità? È possibile dire con intima convinzione: «La Chiesa è una!» e poi continuare tranquillamente a vivere nella divisione? I cristiani divisi tra loro sono ancora veramente uniti a Cristo, oppure la loro unione a Cristo, benché sinceramente creduta e confessata, è poco più che un’illusione? Non potrebbe essere così, che i cristiani sono divisi tra loro perché sono divisi da Cristo? La loro divisione non potrebbe essere la cartina al tornasole che rivela che non sono affatto così uniti a Cristo, come pretendono di essere? Stando così le cose, si impone una domanda radicale: una Chiesa divisa dalle altre può ancora essere considerata una Chiesa? Non è piuttosto una setta, piccola o grande finché si vuole, ma pur sempre una setta? Se così fosse, la cristianità odierna globalmente considerata non sarebbe altro che un insieme di sette, grandi e piccole, nessuna delle quali sarebbe degna di chiamarsi «Chiesa», perché la Chiesa può sussistere soltanto nell’unità, non nella divisione.
Come si vede, si tratta di interrogativi molto seri, che non possono non preoccupare tutti coloro che hanno a cuore la causa cristiana nel mondo. Ora il nostro lettore, confrontandosi con questi interrogativi, avanza un’ipotesi, contenuta nella prima domanda, e che, più o meno, è questa: non potrebbe darsi che la divisione delle chiese e nelle chiese (c’è infatti divisione tra le chiese, ma anche all’interno di ciascuna chiesa) dipenda da una insufficiente considerazione dell’«essere nati di nuovo»? Cioè: oltre a tutte le divisioni che conosciamo,interne ed esterne, vecchie e nuove, di natura dottrinale o di natura etica, ce ne sarebbe un’altra, di cui si parla poco, che non coinciderebbe con nessuna di queste e al tempo stesso le attraverserebbe tutte, e cioè la divisione di cui Gesù parlò a Nicodemo: quella tra chi è «nato di nuovo» e chi non lo è. La vera divisione, dunque, non sarebbe quella – poniamo – tra cattolici e protestanti, tra liberali e conservatori, tra battisti e pedobattisti, tra quelli che leggono la Bibbia secondo il metodo storico- critico e quelli che la leggono in modo più letterale, così via. Tutte queste divisioni sono reali e importanti, ma non sarebbero decisive: decisiva sarebbe quella tra i «nati di nuovo» e quelli che non lo sono. Ora il nostro lettore ha l’impressione che nei discorsi che facciamo sulla crisi e la divisione della Chiesa, si trascuri troppo questo tema di fondo, e quindi non si vada alla radice del problema, che non è: sei cattolico o protestante, liberale o conservatore, e così via, ma è: sei nato di nuovo, sì o no? Che cosa pensare di questa ipotesi? Penso che il nostro lettore abbia ragione. È vero che la radice del problema è quella ed è vero che in generale, nelle nostre chiese, il tema della nuova nascita e soprattutto dell’imperativo di Gesù: «Bisogna che nasciate di nuovo» (Giovanni 3, 7), non sono posti, o non abbastanza, al centro dell’attenzione. Il problema però, che il nostro lettore non pone, ma che deve essere posto, è: chi può stabilire chi è «nato di nuovo»? Chi può tracciare la linea di confine tra chi è nato di nuovo e chi, pur appartenendo alla chiesa, non lo è? Chi può separare, oggi, le pecore dai capri? La parabola del grano e della zizzania che crescono nello stesso campo (Matteo 13, 24-30) significa, tra le altre cose, che soltanto alla fine, al tempo della mietitura, sarà chiaro qual è il grano e quale la zizzania, e allora avverrà la divisione. È vero,dunque: la divisione fondamentale è quella tra chi è «nato di nuovo» e chi non lo è, e questo va sempre di nuovo ricordato e tenuto presente, ma non esiste, a mia conoscenza, una chiesa di soli «nati di nuovo»; ogni chiesa è, come dicevano gli antichi, un «corpo mescolato» (corpus permixtum), nel quale cioè si mescolano veri credenti, mezzi credenti, mezzi increduli e finti credenti.
Ma solo Dio, che conosce i cuori, conosce i suoi. Nella sua disputa con Erasmo sulla volontà umana, se sia libera o asservita, Lutero ha scritto pagine indimenticabili sulla Chiesa, nelle quali, tra l’altro, afferma: «La Chiesa di Dio, mio caro Erasmo, non è qualcosa di così comune come le parole “Chiesa di Dio”, né i santi di Dio si incontrano tanto facilmente come le parole “santi di Dio”. Sono come perle e nobili gemme, che lo Spirito non getta dinanzi ai porci, ma – come afferma la Scrittura – le conserva nascoste, affinché l’empio non veda la gloria di Dio… Che cosa faremo dunque? La Chiesa è nascosta, i santi vivono inosservati [o: restano ignoti]» (abscondita est ecclesia, latent sancti).
Il secondo interrogativo del nostro lettore riguarda «i valori» – presumo quelli evangelici – da prendere in considerazione di fronte a una divisione in atto in una «chiesa di credenti in Cristo ». La richiesta, se capisco bene, è questa: come fronteggiare, in una comunità cristiana, l’insorgere di una divisione? Risponderei suggerendo quattro linee di azione: tempestività, discernimento, avvedutezza, intercessione. [a] Tempestività. Una divisione in atto, o anche solo minacciata, va presa molto sul serio e affrontata subito. Non bisogna temporeggiare o rimandare, sperando che le cose si sistemino da sole. Di solito accade il contrario: con il passar del tempo, peggiorano. Colpisce, leggendo le lettere degli apostoli, la frequenza e l’insistenza con cui le chiese sono invitate alla concordia, alla mansuetudine, alla pazienza, «sopportandovi gli uni gli altri con amore e sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito col vincolo della pace» (Efesini 4, 2- 3). L’unità è davvero un dono prezioso; quando è a rischio, bisogna intervenire. [b] Discernimento. È indispensabile individuare con la massima cura le cause della divisione. Possono essere meschine (ci si può contrapporre e anche dividere – anche nelle chiese «di credenti in Cristo» – per orgoglio, invidia, presunzione, alterigia, ignoranza, e altri sentimenti e atteggiamenti negativi), oppure possono essere nobili (amore per la verità, difesa della giustizia e dei diritti umani, affermazione e promozione della libertà, e così via; ci si può dividere anche a motivo dell’Evangelo; la Parola di Dio è anche una spada). Solo là dove si discernono chiaramente le cause della divisione, si possono anche predisporre i rimedi appropriati. Appelli generici alla fraternità servono a poco. Servono discorsi precisi a destinatari precisi. [c] Avvedutezza. L’apostolo Paolo afferma che nella chiesa coesistono fratelli «forti» e «deboli», ai quali dedica due importanti capitoli: Romani 14 e I Corinzi 8. Fratelli «forti» e «deboli» coesistono anche nelle chiese di oggi. Bisogna saperlo e tenerne conto. Il forte non deve scandalizzare inutilmente il debole, che a sua volta non deve imporre i suoi scrupoli al forte.
La vita di ogni comunità cristiana è retta da due leggi: la legge della libertà e la legge dell’amore. L’avvedutezza (virtù che Gesù loda a più riprese: Matteo 7, 24; 25, 4; Marco 12, 34; Luca 16, 8) consiste nel saper armonizzare l’ubbidienza a queste due leggi, in modo che la prima non vanifichi la seconda, e la seconda non soffochi la prima. [d] Intercessione. È fondamentale che le due parti in conflitto, intenzionate a dividersi, comincino a pregare una per l’altra. Non per chiedere la vittoria di una sull’altra, ma per chiedere e trovare la via di una vittoria comune. L’intercessione reciproca è un potente vincolo di comunione. Dove è seriamente praticata dalle due parti, la divisione, di solito, è scongiurata.
Paolo Ricca - da 'Riforma' del 4 giugno 2010







