La controversia sulla resurrezione di Gesù
I racconti cristiani che narrano della resurrezione di Gesù rappresentano l’evento come qualcosa di straordinario, che contraddice l’esperienza umana, annullando la definitività della morte: un uomo, crocifisso, morto e sepolto, il terzo giorno è tornato letteralmente alla vita; coloro che lo hanno visto risorto hanno visto proprio un essere umano in carne e ossa e non uno spettro, non sono stati vittime di visioni o di allucinazioni.
Secondo l’evangelista Luca, gli stessi discepoli, stupiti e spaventati all’apparire di Gesù in mezzo a loro, credono di stare vedendo il suo fantasma. Ma Gesù mangia con loro e li invita a toccarlo per dimostrare che non è un «fantasma». (Luca, 24,36-43). Così negli Atti degli Apostoli (2,22-36) Pietro contrappone il re Davide, che morì e fu sepolto, e la cui tomba era ben nota, a Gesù che, benché ucciso, uscì dal sepolcro, « perché non era possibile che questa [ la morte] lo tenesse in suo potere». Secondo quanto attestato da Luca, Pietro sembra escludere un’interpretazione metaforica dell’evento, cui diceva di essere stato testimone: « [Noi] abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti». (At.,10,40-41)
Giovanni racconta una storia simile: Tommaso dichiara che non crederà che Gesù sia realmente risorto dalla tomba, a meno che non possa vederlo e toccarlo di persona. Quando Gesù appare, dice a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente». (Gv., 20,27)
Questa concezione letterale della resurrezione venne nel II secolo adottata dalla tradizione “ortodossa,” secondo la quale, come Cristo risorse col corpo dal sepolcro, così ogni credente deve attendere la resurrezione della carne. Non si tratta dell’immortalità dell’anima: « La salvezza dell’anima in cui credo non ha bisogno di discussioni: quasi tutti gli eretici, l’accettino in un modo o in un altro, almeno non la negano». (Tertulliano, De Resurrectione Carnis, 2) A risorgere sarà «questa carne, soffusa di sangue, strutturata di ossa, intessuta di nervi, intrecciata di vene, (una carne) che … nasce e … muore, indubitabilmente umana». Tertulliano insiste che «bisogna crederci, perché è assurdo!». (Tert., De Carne Christi, 5)
Ma i cristiani gnostici, quelli che chiama eretici, dissentono. Senza negare la resurrezione, ne rifiutano l’interpretazione letterale; alcuni la trovano «ripugnante, disgustosa e impossibile» e interpretano la resurrezione in vari modi. Secondo alcuni, la persona che ne fa esperienza non incontra Gesù tornato fisicamente in vita, bensì incontra Cristo su un piano spirituale. Può accadere in sogno, in trance estatica, in visioni, in momenti di illuminazione spirituale. Può essere letta così l’esperienza di Paolo in viaggio sulla via di Damasco. Egli difese, naturalmente, in seguito, la dottrina della resurrezione come fondamentale per la fede cristiana, ma descrive l’evento come «un mistero» (I Corinzi, 15,50-53), la trasformazione dell’esistenza da fisica a spirituale. Ma gli ortodossi condannano ogni simile interpretazione; Tertulliano dichiara che chiunque neghi la resurrezione della carne è un eretico, non un cristiano.
Se alcuni dei racconti del Nuovo Testamento sembrano offrire una concezione letterale della resurrezione, altri si prestano a interpretazioni differenti: sia Luca che Marco riferiscono che Gesù apparve «sotto altro aspetto» (Marco, 16,12; Luca 24,13-32) – non il suo precedente aspetto terreno – a due discepoli in cammino sulla strada di Emmaus. Luca narra che i discepoli, profondamente turbati dalla morte di Gesù, si misero a parlare con lo straniero, sembra per diverse ore. E lo invitarono a cena; quando si sedette con loro per benedire il pane, di colpo lo riconobbero come Gesù. Nello stesso istante «lui sparì dalla loro vista». (Lc., 24,31) Similmente in Giovanni, per due volte, Gesù appare all’improvviso, a porte chiuse, tra i discepoli riuniti in casa. (Gv.,20,19 e 26)
I racconti del Nuovo Testamento potevano quindi ammettere una varietà di interpretazioni, ma ad affermarsi fu la concezione letterale della resurrezione, fatta propria dai cristiani “ortodossi” del II secolo, poiché essa assolveva anche una funzione politica essenziale, legittimando l’autorità di quegli uomini che rivendicavano una posizione di preminenza esclusiva sulle chiese in quanto successori dell’apostolo Pietro, colui che, come altri discepoli, asseriva che la resurrezione fosse realmente avvenuta. A partire dal II secolo servì, dunque, a garantire la successione apostolica dei vescovi, base a tutt’oggi dell’autorità papale: le chiese ortodosse che fanno risalire la loro origine a Pietro svilupparono, infatti, la tradizione secondo cui Pietro fu il « primo testimone della resurrezione» e quindi il capo legittimo della chiesa. Secondo il racconto lucano, dopo l’esecuzione di Gesù i suoi discepoli si dispersero, sconvolti dal dolore e terrorizzati per le proprie vite, ma poi improvvisamente sentirono che «davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone! [Pietro]». (Lc., 24,34) Già nel II secolo i cristiani capirono le potenziali conseguenze politiche dell’ aver «visto il Signore risorto»: a Gerusalemme, dove Giacomo, fratello di Gesù, contendeva con successo l’autorità a Pietro, una tradizione sosteneva che era stato Giacomo, non Pietro, il «primo testimone della resurrezione».
Il Nuovo Testamento dice che Gesù apparve a molti altri oltre a Pietro: Paolo afferma che un giorno apparve a cinquecento persone in una volta. E i vangeli di Marco e Giovanni citano entrambi Maria Maddalena, non Pietro, come primo testimone della resurrezione. Ma a partire dal II secolo le chiese ortodosse svilupparono la concezione che solo certe apparizioni conferivano autorità: quelle a Pietro e agli «undici». Quando questi decisero che qualcuno dovesse prendere il posto di Giuda Iscariota, per reintegrare il gruppo dei dodici, Pietro dichiarò che “ tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, a partire dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato tra di noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua resurrezione.” ( At., 1,22). I cristiani del II secolo utilizzarono, quindi, il racconto di Luca per gettare le fondamenta di una struttura gerarchica valida per tutte le future comunità cristiane, in cui ogni potenziale capo doveva derivare, o pretendere di derivare l’autorità dagli stessi apostoli. Autorità che non poteva essere messa in discussione e i cui legittimi eredi soni i preti e i vescovi, che fanno risalire la loro ordinazione a quella eredità apostolica.
Ma i cristiani gnostici definivano la concezione letterale della resurrezione la «fede degli sciocchi». La resurrezione, sostenevano, non è un evento unico del passato, bensì il simbolo della possibilità di fare esperienza della presenza di Cristo nel presente. Quel che conta non è vedere in senso letterale, ma la visione spirituale: il vero discepolo può non aver mai visto il Gesù terreno, essendo nato nel tempo sbagliato, come Paolo dice di se stesso. (I Corinzi, 15,8) Ma questo può divenire un vantaggio spirituale: simili persone, come Paolo, possono incontrare Cristo a livello di esperienza interiore. L’autore del Vangelo di Maria interpreta, ad esempio, le apparizioni della resurrezione come visioni ricevute in sogno o in estasi. L’Apocalisse di Pietro racconta come Pietro, sprofondato in estasi, vide Cristo che diceva: «Io sono lo spirito intellettuale, pieno di luce radiante». (Apocalisse di Pietro, VII, 83,8-10)
Ma gli autori gnostici non respingono le visioni come fantasie o allucinazioni. Rispettano, venerano anzi, tali esperienze, tramite le quali l’intuizione spirituale permette di penetrare la natura della realtà. Un maestro gnostico, autore del Trattato sulla Resurrezione, scrive: «Non credere che la resurrezione sia illusione [phantasia]. Essa non è illusione, ma verità. Piuttosto», continua, « conviene dire che il mondo è illusione e non la resurrezione» (Trattato sulla Resurrezione, I,48,10-16). Come un maestro buddista, l’anonimo maestro prosegue spiegando che la comune esistenza umana è morte spirituale. La resurrezione è invece il momento dell’illuminazione: «Essa è… la rivelazione di ciò che esiste… e passaggio [metàbolé: mutamento, transizione] a novità». (Trattato sulla Resurrezione, I,48, 34-38) Chi la coglie diviene spiritualmente vivo. Il che significa, dichiara, che puoi venir «risuscitato da morte» immediatamente. Il Vangelo di Filippo esprime lo stesso concetto, mettendo in ridicolo i cristiani ignoranti che prendono la resurrezione alla lettera. «Coloro che dicono che prima si muore e poi si risorge, si sbagliano» (Vangelo di Filippo, 90, II,73,1-3) Invece si deve ricevere «prima la resurrezione, mentre si è vivi».
Da ciò risulta chiaro come ben più che gli eventi passati attribuiti al «Gesù storico», a questi gnostici interessasse la possibilità di incontrare il Cristo risorto nel presente. Il Vangelo di Maria illustra il contrasto tra il punto di vista ortodosso e quello gnostico. Agli apostoli in pianto per la morte di Gesù Maria Maddalena dice di avere appena visto il Signore in una visione percepita per mezzo della mente e prosegue narrando quello che le ha rivelato. Al termine della narrazione Pietro e Andrea mettono in ridicolo l’idea che Maria abbia davvero visto il Signore nella sua visione. Allora, prosegue il racconto, «Maria scoppiò in pianto e così si rivolse a Pietro: “Fratello mio Pietro, a che cosa pensi? Credi forse che io stessa abbia escogitato quelle cose nel mio cuore o che mentirei riguardo al Salvatore?“. Levi, prendendo la parola, rispose a Pietro: “Pietro, tu sei sempre collerico… Se il Signore l’ha fatta degna, chi sei tu per rifiutarla?“». (Vangelo di Maria, 18,1-12)
Pietro, che sembra rappresentare la posizione ortodossa, guarda gli eventi del passato, diffidando di quelli che «vedono il Signore» in visioni; Maria, che rappresenta gli gnostici, asserisce, invece, di continuare a sentire la sua presenza.
Gli gnostici, dal canto loro, erano perfettamente consapevoli delle implicazioni politiche della loro teoria, che insinuava che chiunque «vede il Signore» in visione interiore può affermare che la sua autorità è pari o superiore a quella dei Dodici – e dei loro successori. Dal punto di vista ortodosso, Maria non può aspirare a un ruolo di leader: non è uno dei Dodici. Ma, come Maria affronta Pietro, così gli gnostici che la prendono a modello sfidano l’autorità di quei preti e vescovi che pretendono di essere i successori di Pietro.
Per i cristiani gnostici, come il maestro e poeta Valentino (140 circa), il fatto che Gesù, quando parlava in pubblico, si esprimesse in parabole (Marco, 4,11), confermava che egli, di contro, facesse partecipi i suoi discepoli di certi misteri che teneva segreti all’esterno (Ireneo, Adversus Haereses, 3,4,1-2). Secondo questi cristiani, alcuni dei discepoli avrebbero, quindi, ricevuto da Gesù un insegnamento esoterico (Matteo, 13,11) che tennero nascosto e trasmisero solo in privato a persone che avessero dato prova di maturità spirituale e fossero quindi idonee per l’«iniziazione alla gnosi», cioè alla conoscenza segreta.
Dopo la crocifissione, il Cristo risorto, dichiarano, continuò a rivelarsi a certi discepoli, aprendo loro, per mezzo di visioni, nuove vie di penetrazione nei misteri divini. Stefano ebbe una visione di Gesù «alla destra di Dio» (At., 7, 56); Paolo, parlando di se stesso in terza persona, afferma di essere stato rapito in estasi e di avere udito «parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare». (II Corinzi, 12,2-4) Nella sua comunicazione spirituale con Cristo, egli dice di avere scoperto una «sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta» e che, dichiara, divide solo con quei cristiani che considera «perfetti», non con tutti. (I Corinzi, 2,6) E il maestro gnostico Valentino arrivò ad affermare che lui stesso aveva appreso l’insegnamento segreto di Paolo da Teoda, uno dei discepoli di Paolo.
I seguaci di Valentino sostengono che solo i loro vangeli e scritti dischiudono quegli insegnamenti segreti, rivelati dal Cristo risorto – l’essere spirituale che Gesù rappresenta – una figura che li affascinava ben di più del Gesù puramente umano. Per questo gli scritti gnostici non raccontano la storia di Gesù dalla nascita alla morte, iniziando, invece, dove i vangeli del Nuovo Testamento finiscono: dal racconto sul Cristo spirituale che appare ai suoi discepoli. Nel testo Sofia di Gesù Cristo Gesù appare ai discepoli radunati su un monte dopo la sua morte: « Allora il Salvatore apparve loro, non nel suo primo aspetto, ma nello spirito invisibile. La sua forma era quella di un grande angelo della luce». In risposta al loro terrore e stupore, sorride, e si offre di insegnar loro i «misteri della sacra economia» dell’universo e il suo destino. (Sofia di Gesù Cristo, III,2,1)
Il contrasto con la concezione ortodossa è evidente. Qui Gesù non appare nella normale forma umana che i discepoli riconoscono – e senza dubbio non in forma corporea. Appare come una presenza luminosa che parla dalla luce o si muta in molte forme. Come dice il maestro gnostico Teodoto, «ogni persona riconosce il Signore a suo proprio modo, non tutti allo stesso» (Clemente Alessandrino, Estratti da Teodoto, 23-4)
I capi ortodossi, tra cui Ireneo, vescovo di Lione, accusavano naturalmente gli gnostici di impostura, di far passare come «apostolici» scritti di loro invenzione. Ireneo dichiara che i seguaci del maestro gnostico Valentino, «assolutamente sconsiderati», «mettono in giro i loro propri scritti, e si vantano di avere più vangeli di quanti ne esistano realmente … In realtà non hanno un vangelo che non sia pieno di bestemmia. Poiché ciò che hanno pubblicato … non ha nulla di simile a ciò che ci è stato tramandato dagli apostoli». (Ireneo, Adv. Haer., III,11,9) Egli inoltre lamenta che «ognuno di loro produce qualcosa di nuovo ogni giorno, secondo le sue capacità; poiché nessuno è considerato iniziato [o «maturo»] tra loro se non sviluppa qualche enorme invenzione!» (Ireneo, Adv. Haer., 1,18,1) La cosa più oltraggiosa, dal suo punto di vista, è che gli gnostici ammettano che i loro scritti si fondano proprio sulla loro intuizione. Provocati, «o parlano di mere sensazioni umane, o fanno riferimento all’armonia visibile nella creazione»: «Bisogna biasimarli perché … descrivono sensazioni umane, e passioni, e tendenze mentali … e le cose che accadono a esseri umani, e qualunque cosa riconoscono di sperimentare loro stessi, ascrivono alla Parola divina. (Ireneo, Adv. Haer., 2,15,3 e 2, 13,3)
Convinti che chi riceve lo spirito comunichi direttamente col divino, gli gnostici esprimevano la propria capacità di penetrazione – la propria gnosi – creando nuovi miti, poemi, riti, «dialoghi» con Cristo, rivelazioni e racconti delle loro visioni. Secondo il maestro gnostico Eracleone (160 circa) allievo di Valentino, «dapprima si crede per testimonianza altrui … », ma poi «si arriva a credere per la verità stessa» (Eracleone, Framm. 39, in Origene, Commentarium in Johannes) Così, il suo maestro Valentino asseriva di aver appreso l’insegnamento segreto di Paolo, e poi di aver avuto una visione che era divenuta la fonte della propria gnosi: «Vide un bambino appena nato, e quando chiese chi poteva essere, il bambino rispose: “ Io sono il Logos” [il Verbo]». (Ippolito, Refutatio contra omnes Haereses, 6,42)
Marco, un altro allievo di Valentino (150 circa) e lui stesso in seguito maestro, racconta come arrivò alla conoscenza diretta della verità. Dice che una visione «scese sopra di lui … nella forma di una donna … ed espose a lui solo la sua propria natura e l’origine delle cose, che non aveva mai rivelato a nessuno divino o umano». Poi quella presenza gli disse: « Desidero mostrarti la verità stessa; poiché l’ho condotta giù dall’alto affinché tu possa vederla senza velo, e comprendere la sua bellezza». (Ireneo, Adv. Haer., 1,14,3)
Per un cristiano ortodosso come Ireneo, che crede nell’«una e sola verità apostolica, tramandata dalla chiesa», il fatto che i cristiani gnostici presumessero di essere andati ben oltre l’originario insegnamento apostolico, è una prova della loro arroganza: «Si considerano “maturi”, cosicché nessuno può essere loro paragonato quanto alla grandezza della loro gnosi, nemmeno se nomini Pietro o Paolo o chiunque degli altri apostoli … Si immaginano di aver scoperto più loro degli apostoli, e che gli apostoli predicassero il vangelo ancora sotto l’influenza di opinioni ebraiche, mentre loro sarebbero più sapienti e più intelligenti degli apostoli». (Ireneo, Adv. Haer., 1,13,6)
E coloro che si considerano «più sapienti degli apostoli» si considerano anche «più sapienti dei preti». Infatti, quel che gli gnostici dicono a proposito degli apostoli – e in particolare dei Dodici – manifesta il loro atteggiamento verso i preti e i vescovi, che pretendono di appartenere alla discendenza apostolica ortodossa. Gli autori gnostici, invece, rivendicano ascendenze apostoliche diverse da quelle comunemente accettate nelle chiese, attribuendo spesso le loro tradizioni a persone estranee al gruppo dei Dodici: Paolo, Maria Maddalena e Giacomo, fratello di Gesù. Il Dialogo del Salvatore, ad esempio, esalta Maria non solo come visionaria, ma come apostolo che eccelle su tutti gli altri. E’ la «donna che conosceva il tutto». L’ Apocrifo di Giacomo racconta che quando Cristo apparve, scelse Pietro e Giacomo e li trasse in disparte per dir loro quello che gli altri non dovevano sapere.
Ma quello che gli gnostici esaltavano come prova della raggiunta vitalità spirituale, gli ortodossi lo denunciavano come «deviazione» dalla tradizione apostolica. Per Tertulliano, il fatto che gli gnostici «dissentono su questioni specifiche anche dai loro stessi fondatori», significa che sono «infedeli» alla tradizione apostolica. Il vero marchio dell’eresia è, per Tertulliano e Ireneo, proprio la loro creatività e la varietà del loro insegnamento.
Per porre fine a ogni contrasto, Ireneo indica come unica fonte autorevole la tradizione, derivata dagli apostoli, dell’ ”antichissima” chiesa di Roma, fondata da Pietro e Paolo, e la fede tramandata tramite la successione dei vescovi, unici legittimi eredi degli apostoli. Alcuni cristiani gnostici reagirono aspramente, altri, tra cui i seguaci di Valentino, non misero in discussione l’autorità né il diritto dei vescovi e dei presbiteri di insegnare la tradizione apostolica comune. Ma l’insegnamento e i rappresentanti della chiesa non potevano avere, per loro, l’autorità definitiva che i cristiani ortodossi gli accordavano.
La controversia sulla resurrezione si rivelò dunque cruciale per la costituzione del movimento cristiano in religione istituzionale. Tutti i cristiani erano in teoria d’accordo sul fatto che solo Cristo – o Dio – poteva essere la fonte ultima dell’autorità spirituale, ma in pratica discordavano su chi potesse amministrare quell’autorità. Per Valentino e i suoi seguaci poteva farlo chiunque venisse in contatto diretto e personale col «Vivente». Solo l’esperienza personale, sostenevano, fornisce il criterio ultimo della verità, avendo la precedenza su ogni testimonianza indiretta e su ogni tradizione, compresa la tradizione gnostica. Di conseguenza, valorizzavano tutto ciò che era spontaneo, aperto, carismatico, libero.
A imporsi furono, come sappiamo, gli “ortodossi”, il cui insegnamento sulla resurrezione legittimava una gerarchia di persone nella loro pretesa di essere gli unici amministratori della verità divina. L’insegnamento gnostico, secondo Ireneo e Tertulliano, era, invece, potenzialmente sovversivo di quest’ordine: affermava di offrire a ogni iniziato accesso diretto a Dio, delegittimando in tal modo l’autorità dei preti e dei vescovi.
Ma le implicazioni politiche della dottrina ortodossa della resurrezione non bastano a spiegare la sua maggiore diffusione, sulla quale giocarono un ruolo anche lo straordinario impatto e la possente presa di tale dottrina sui cristiani: essa, che afferma l’esperienza corporea quale centro della vita umana, parla il linguaggio delle emozioni umane e, rivolgendosi a quella che è forse la nostra paura più profonda, sembra rispondere al nostro ardente desiderio di vincere la morte.
Violairis







