Quando indignarsi è un obbligo
Capita ormai sempre più sovente di rimanere sconcertati ed increduli di fronte alle dichiarazioni dei rappresentanti della Santa Sede: le esternazioni al limite del vaneggiamento non si contano più e vanno dalle neanche troppo tacite indicazioni di voto in occasione delle elezioni amministrative, all'ipotesi inammissibile ed offensiva del complotto sionista in ordine alla denuncia di casi di pedofilia in seno ad istituzioni educative cattoliche. Eppure il Vaticano, nella persona del suo segretario di Stato, monsignor Tarcisio Bertone, è riuscito nell'impresa di passare il segno, cercando di dar parvenza di senso e persino di scientificità a ciò che, invece, altro non è se non un inqualificabile sproloquio che non ammette giustificazioni. L'illustre cardinale, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Santiago del Cile, ha infatti inteso renderci edotti circa la presunta fondatezza di una tesi piuttosto ardita, secondo cui -cito- «molti sociologi e molti psichiatri hanno dimostrato (...) che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia». Affermazioni come questa alimentano un pregiudizio che si radica nell'ignoranza e sono, a parere di chi scrive, di una gravità inescusabile. Di fronte ad esse, l'unica replica possibile è un'indignazione profonda, accompagnata da una presa di distanza che deve trovare espressione anche istituzionale, da parte di chi, come noi, ritiene che l'omosessualità non sia altro che una modalità naturale e legittima di declinare l'amore e di viverlo, tra persone adulte e consenzienti. Speriamo vivamente, altresì, che ad indignarsi sia anche il mondo cattolico, il quale, ci auguriamo, vorrà dar prova di maturità etica e dimostrarsi insofferente a quell'acritica sudditanza che le gerarchie auspicano dinanzi a qualsivoglia pronunciamento dei porporati. Per quel che ci riguarda, esimio cardinale, non v'è dubbio: una relazione tra omosessualità e pedofilia c'è. Ed è di totale, reciproca estraneità.
15 aprile 2010







