07 | 09 | 2010
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La vera chiesa

Sul finire del II secolo le comunità cristiane “ortodosse”, quelle, cioè, rette da una gerarchia a tre ordini – vescovi, preti e diaconi – che si definivano custodi dell’unica «vera fede», iniziarono a stabilire criteri obbiettivi per divenire membri della chiesa. Chiunque professasse il credo, accettasse il rito del battesimo, prendesse parte al culto e obbedisse al clero, veniva accolto come fratello cristiano.

Ciò suscitò vive proteste da parte dei cristiani gnostici, per i quali una siffatta chiesa, in cui alcuni membri cercavano di dominare sugli altri, non era altro che una contraffazione, una «confraternita» che imitava la vera fratellanza cristiana.

Pretendendo entrambi di rappresentare la «vera chiesa», ortodossi e gnostici cominciarono, quindi, ad accusarsi a vicenda di esserne fuori.

Secondo Ireneo, vescovo di Lione, autore dei cinque libri intitolati Denuncia e confutazione della pseudognosi (opera che si suole designare Adversus Haereses) l’unica vera chiesa è quella che “mantiene la stessa forma di costituzione ecclesiastica”:« La vera gnosis è quella che consiste nella dottrina degli apostoli e nell’antica costituzione della chiesa nel mondo intero, e nel carattere del corpo di Cristo secondo la successione dei vescovi, cui quelli hanno tramandato la chiesa che esiste ovunque». Solo questa chiesa offre un «sistema di dottrina davvero compiuto» (Ireneo, Adv. Haer., 4,33,8), al di fuori di essa non c’è salvezza: «Essa è l’ingresso alla vita; tutte le altre rubano e predano». (Adv. Haer., 3,4,1). Solo i suoi membri sono cristiani ortodossi (letteralmente: che «pensano rettamente»). Parlando a nome della chiesa di Dio, Ireneo afferma che tutti quelli che rifiutano la sua versione della fede cristiana sono eretici e dunque fuori della chiesa; sono «persone false, malvagi seduttori, e ipocriti» che «parlano alla moltitudine riguardo a coloro che appartengono alla chiesa, che chiamano cattolici, o ecclesiastici ». (Adv. Haer., 3,15,2)

E come Pietro è il capostipite della vera successione, così Simon Mago incarna la falsa successione degli eretici, ispirata dal demonio: «Tutti coloro che in qualunque modo alterano la verità, e nuocciono all’insegnamento della chiesa, sono discepoli e successori di Simon Mago di Samaria … Mettono avanti, effettivamente, il nome di Cristo come una specie di esca, ma introducono in molteplici modi le empietà di Simone … diffondendo su chi li ascolta l’amaro e maligno veleno del gran serpente (Satana), il grande creatore di apostasia». (Adv. Haer., 1,27,4)

Ma l’autore dell’opera gnostica Il Secondo Trattato del Grande Set polemizza col cristianesimo ortodosso opponendogli, a sua volta, la «vera chiesa» degli gnostici. Parlando a nome di quelli che chiama i figli della luce, scrive: «Eravamo odiati e perseguitati non soltanto da coloro che sono ignoranti, ma anche da coloro che ritengono di promuovere il nome di Cristo, sebbene siano inconsapevolmente vuoti: simili a muti animali non sanno essi stessi chi sono». Tali persone, continua l’autore, perseguitano coloro che hanno raggiunto la liberazione tramite la gnosi, tentando di traviarli dalla «verità della loro libertà». (Secondo Trattato del Grande Set, 59,22-29 e 61,20)

Allo stesso modo, l’autore dell’ Apocalisse di Pietro afferma che i cristiani ortodossi, nella loro cieca arroganza, pretendono l’esclusiva della legittimità: « Alcuni che non capiscono il mistero parlano di cose che non capiscono, ma vanteranno che il mistero della verità appartiene a loro soltanto». La loro obbedienza a vescovi e diaconi indica che «s’inchinano al giudizio dei capi». (Apocalisse di Pietro, 76,27-34 e 79,28-29) Inoltre, «non cercano Dio», accettano la predica e il culto offerti loro, senza far domande, e opprimono e calunniano coloro che hanno raggiunto la gnosi. Questi sedicenti cristiani sono «peggio che… i pagani», i quali hanno una scusa per la loro ignoranza. (Insegnamento autorevole, 33,16-17 e 34,12-13)

Così, il Testimonio di Verità attacca i cristiani ecclesiastici come coloro che dicono «noi siamo cristiani», ma  «[non sanno chi] è Cristo»; essi vivono nell’illusione che la sofferenza assicuri loro la vita eterna, poiché «non hanno la Parola che dà [la vita]. (Testimonio di Verità, IX,31,24-32,2 e 33,25-34,26)

Come Ireneo, anche Tertulliano, presbitero di Cartagine, lamenta il rifiuto da parte degli eretici di accettare e credere semplicemente alla regola di fede come facevano gli altri: anzi, gli eretici sfidavano gli altri a sollevare questioni teologiche, mentre essi stessi si mostravano piuttosto sicuri di sé, «essendo pronti a dire, e sinceramente, di certi punti del loro credo: “questo non è così “ e “Io intendo questo in un senso diverso” e “Io questo non lo ammetto”». (Tert., Adversus Valentinianos, 4)

Egli avverte che un simile sollevar problemi conduce all’eresia. Accusa inoltre gli eretici di non limitarsi alle Scritture del Nuovo Testamento, di aggiungere altri scritti, e di mettere in dubbio l’interpretazione ortodossa dei testi sacri. (Tert., De Praescriptione Haereticorum, 13) Infine li condanna perché sono «una colonia di ribelli» che rifiutano di sottomettersi all’autorità del vescovo. Parlando a favore di una rigida regola di obbedienza e sottomissione, conclude che «l’evidente più stretta disciplina che esiste tra noi è una prova di verità in più». (De Praescr. Haeret., 38 e 44)

Ma quando, sul finire della sua vita, Tertulliano ruppe violentemente con la comunità ortodossa per aderire al movimento Montanista, cominciò a non identificare più la chiesa con l’organizzazione ecclesiastica, bensì con lo spirito che santifica i singoli membri: «Infatti la chiesa in se stessa è propriamente e prima di tutto spirito, in cui c’è la trinità d’una sola divinità, Padre, Figlio e Spirito Santo … La chiesa si riunisce dov’è nei disegni del Signore – una chiesa spirituale per persone spirituali – non la chiesa d’una quantità di vescovi!» (Tert., De Pudicitia, 21)

Analogamente, per gli gnostici la chiesa non si identificava nella comunità reale e visibile, mera chiesa d’imitazione, e ciò che distingueva la falsa chiesa dalla vera non era il rapporto col clero, ma il grado di maturità spirituale dei suoi aderenti e la qualità dei loro rapporti reciproci, l’unione di cui essi godono con Dio e l’un l’altro, «uniti nell’amicizia di amici per sempre, che mai conoscono ostilità, né male, ma sono uniti dalla mia gnosis… (in) amicizia l’uno con l’altro». La loro è l’intimità del matrimonio, uno «sposalizio spirituale», poiché vivono «in paternità e maternità e ragionevole fraternità e sapienza», come coloro che si amano da «spiriti compagni». (Secondo Trattato del Grande Set, 67,32-68,9; 67,2-5 e 70,9) Per questi cristiani Cristo era stato mandato dal Padre di Verità per rivelare a essi che la loro natura è identica alla sua – e a quella di Dio.

I cristiani gnostici, che sostenevano di rappresentare solo «i pochi», puntavano, quindi, su criteri qualitativi, affermando, ad esempio, che il battesimo non fa un cristiano: secondo il Vangelo di Filippo, molti scendono «nell’acqua» e ne escono «senza aver ricevuto nulla», eppure si pretendono cristiani (Vangelo di Filippo, II,64,23-24), ma in realtà la loro fede nel battesimo, quale rito che garantisce loro «una speranza di salvezza», testimonia un pensiero ingenuo e magico (Testimonio di Verità, 69,9-10). Per dimostrare che una persona apparteneva alla vera chiesa chiedevano, quindi, citando un detto di Gesù («Dai loro frutti li conoscerete»), una prova di maturità spirituale.

I vescovi, al contrario, volti a unificare le varie chiese sparse per il mondo in un unico sistema, e a creare una chiesa veramente cattolica – universale – aperta a più persone possibili, eliminarono i criteri qualitativi d’appartenenza alla chiesa, respingendo ogni forma di elitismo che, dal loro punto di vista, avrebbe portato a escludere molti che avevano assai bisogno di quello che la chiesa poteva dare. Inoltre, ritenevano che l’insegnamento della chiesa dovesse essere semplice, unanime e accessibile a tutti.

Gli scrittori ortodossi descrivevano quindi la chiesa in termini concreti, sostenendo che essa corrispondesse alla comunità reale formata da coloro che si radunavano per il culto.

I cristiani gnostici, invece, di fronte a quei membri delle chiese che giudicavano ignoranti, arroganti o egoisti, si rifiutavano di accettare che la comunità dei credenti nel suo insieme costituisse «la chiesa».

I dissidenti dal cristianesimo cattolico erano dunque convinti che la «chiesa visibile» - l’insieme delle comunità ortodosse – o era in errore dall’inizio o era caduta in errore. La vera chiesa, invece, «ha un corpo invisibile, spirituale» – che comprende cioè solo coloro che sono spirituali. Solo Cristo, e loro stessi, sanno chi sono. (Insegnamento autorevole, 32,30-32)

Spinti dalla loro visione pessimistica del mondo e tutti tesi nello sforzo di trascendere sé, gli gnostici vedevano nella conoscenza interiore (gnosi) l’unica via per comprendere le verità universali - «chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo». Conoscere la natura e il destino umani era possibile solo attraverso un processo intuitivo di conoscenza di sé, il quale, secondo il Vangelo di Verità, aveva inizio dallo smarrimento che segue all’esperienza dell’ «angoscia e terrore» della condizione umana. (Vangelo di Verità, I,17,10-11) Non stupisce, allora, che, nel loro desiderio di concentrarsi sulla felicità interiore, essi percorressero una strada solitaria. Secondo il Vangelo di Tommaso, Gesù predica questa solitudine: «Beati voi, solitari ed eletti, perché troverete il Regno! Infatti da esso voi siete usciti e in esso tornerete di nuovo». (Vangelo di Tommaso, 41,27-30)

Per il maestro Teodoto, lo gnostico è quindi colui che è arrivato a capire «chi eravamo, e che cosa siamo divenuti; dove eravamo … verso dove ci stiamo affrettando; da cosa veniamo affrancati; cos’è nascere e cos’è rinascere». (Clemente Alessandrino, Excerpta ex Theodoto, 78,2)

Ma conoscere se stesso, al livello più profondo, è allo stesso tempo conoscere Dio; questo è il segreto della gnosi.

Monoimo, un altro maestro gnostico, affermava:«Abbandona la ricerca di Dio e la creazione e le altre questioni dello stesso genere. Cercalo prendendo te stesso come punto di partenza. Impara chi è dentro di te a rendere ogni cosa sua propria e a dire: “ Mio Dio, mia mente, mio pensiero, mia anima, mio corpo.” Conosci le fonti del dolore, della gioia, dell’amore, dell’odio … se indaghi attentamente queste questioni lo troverai in te stesso». (Ippolito, Refutatio contra omnes haereses, VIII,15,1-2)

«Questa, quindi, è la vera testimonianza: quando l’uomo conosce se stesso, e Dio che è oltre la verità, sarà salvo». (Testimonio di Verità, 44,30-45,4)

Solo quelli che giungono a riconoscere d’aver vissuto nell’ignoranza, e imparano a lasciare se stessi scoprendo chi sono, ricevono l’illuminazione come nuova vita, come «resurrezione», e diventano simili a «Gesù il Vivente», che dichiara: « colui che berrà dalla mia bocca diventerà come me, nello stesso modo che io diventerò come lui, e le cose nascoste gli saranno rivelate». (Vangelo di Tommaso, 50,28-30)

Tertulliano, avvertendo che «gli eretici e i filosofi» ponevano entrambi le stesse domande, esortava i credenti a respingerle: «Alla larga da ogni tentativo di produrre un cristianesimo intessuto di stoicismo, platonismo o dialettica! Non vogliamo nessuna avida disputa, avendo Gesù Cristo, nessuna indagine, godendo del vangelo! Con la nostra fede, non desideriamo altro credo». (Tert., De Praescr. Haeret., 7)

Ma gli gnostici, al contrario, non vedevano nel messaggio di Cristo l’offerta di una serie di risposte, bensì lo stimolo a impegnarsi in un processo di ricerca: «ricerca e indaga sulle vie da prendere, poiché niente è meglio di questo». (Insegnamento autorevole, 34,20-23)

Lo stesso Tertulliano riconosceva che gli eretici asserivano di seguire l’esortazione di Gesù («cerca, e troverai; bussa e ti sarà aperto»). Ma questo significa, dice, che Cristo ha insegnato «una cosa determinata» - il contenuto della regola di fede. Una volta che l’ha trovata e vi crede, il cristiano non ha altro da cercare: «Basta con la persona che cerca dove mai troverà; poiché cerca dove nulla può essere trovato. Basta con colui che sta sempre a bussare; poiché non gli sarà mai aperto; infatti bussa dove non c’è nessuno che apra. Basta con chi sta sempre a chiedere, poiché non sarà mai udito; infatti chiede a chi non sente». (Tert., De Praescr. Haeret.,11)

Dello stesso avviso è Ireneo: «Secondo questo mio modo di procedere, si starebbe sempre a cercare, senza mai trovare, poiché s’è rifiutato l’autentico metodo di scoperta» (Adv. Haer., 2,27,2), consistente nell’accettare per fede ciò che insegna la chiesa, riconoscendo i limiti della comprensione umana.

Ma gli gnostici, per i quali chi raggiunge la gnosi «non è più un cristiano, ma un Cristo» (Vangelo di Filippo, 67,26-27), difficilmente potevano riconoscere le strutture istituzionali della chiesa – vescovi, preti, credo, canone o rito – come portatrici dell’autorità definitiva.

Tra essi i più temuti dagli ortodossi erano i seguaci del maestro Valentino, che i suoi ammiratori onoravano come un poeta e un maestro spirituale e di cui persino i suoi nemici parlavano come di un uomo brillante ed eloquente.

A preoccupare Ireneo era soprattutto il fatto che la maggioranza dei cristiani non riconosceva i seguaci di Valentino come eretici. Né avrebbe saputo spiegare la differenza tra l’insegnamento valentiniano e quello ortodosso; dopo tutto, dice, la maggior parte delle persone non sa distinguere neppure tra pezzi di vetro e smeraldi. Ma, dichiara, «benché il loro linguaggio sia simile al nostro», le loro concezioni «non solo sono molto diverse, ma in ogni punto piene di bestemmie». (Ireneo, Adv. Haer., 3,16,8) Ma a rendere i valentiniani così pericolosi era anche il loro minore estremismo: a differenza, infatti, di molti gnostici che predicavano la rinuncia al mondo, rifiutavano i rapporti sessuali e il matrimonio e praticavano un rigoroso ascetismo, i seguaci di Valentino si sposavano e attendevano alle normali attività, anche se consideravano tutto ciò secondario di fronte al percorso interiore e solitario della gnosi. Essi, inoltre, diversamente dagli gnostici radicali che rifiutavano le istituzioni religiose come ostacoli al loro progredire, accettavano volentieri di farne parte, pur vedendo nella chiesa più un incentivo alla propria scoperta di sé che la necessaria «arca della salvezza».

Così, nello scontro sulla «vera chiesa», mentre i cristiani cattolici e molti gnostici assunsero posizioni opposte, rivendicando entrambi di rappresentare la chiesa, e accusandosi a vicenda di eresia, i valentiniani presero, ad esempio, una posizione intermedia, discutendo animatamente tra loro sul problema opposto: se cioè i cristiani cattolici facevano parte della chiesa, del «corpo di Cristo». Le loro divergenze a questo proposito furono così profonde da generare una spaccatura dei seguaci di Valentino in due distinte fazioni: per il ramo orientale dei valentiniani il corpo di Cristo, la chiesa, era «puramente spirituale», composta unicamente da coloro che sono spirituali, che hanno ricevuto la gnosi. La loro salvezza era assicurata, predestinata ed esclusiva. Per i maestri della scuola valentiniana occidentale, invece, la chiesa era composta di due elementi distinti, uno spirituale, l’altro non spirituale. Quindi, spiegavano, sia i cristiani gnostici che quelli non gnostici fanno parte della stessa chiesa. Citando il detto di Gesù «molti sono i chiamati, pochi gli eletti», asserivano che i cristiani che non avevano raggiunto la gnosi – la stragrande maggioranza – erano i molti chiamati. Mentre loro, cristiani gnostici, i pochi eletti. Eracleone, ad esempio, insegnava che Dio aveva dato loro la comprensione spirituale per amore degli altri, perché fossero in grado di insegnare ai «molti» e portarli alla gnosi. (Eracleone, Framm. 37,38, in Origene, Comm. Johan., 13,51-13,53)

Similmente, Tolomeo sosteneva che Cristo riuniva nella stessa chiesa sia i credenti spirituali che quelli non spirituali, affinché alla fine tutti potessero divenire spirituali (Ireneo, Adv. Haer., 1,8,3-4).

Così pure, l’autore valentiniano della Interpretazione della Gnosi, di fronte a una chiesa divisa, segnata da ostilità e incomprensione, esortava tutti i membri ad amarsi l’un l’altro, cristiani maturi e immaturi, gnostici e credenti comuni allo stesso modo, a lavorare e soffrire insieme, quindi a «partecipare della vera armonia». Secondo la scuola occidentale degli gnostici valentiniani, la «chiesa» comprendeva insomma la comunità dei cristiani cattolici, ma non si identificava con essa.

Dal punto di vista dei vescovi, ovviamente, la posizione gnostica era un oltraggio.

Solo eliminando lo gnosticismo, che metteva in discussione tutti e tre gli elementi alla base della loro chiesa – dottrina, rito e gerarchia – i capi ortodossi instaurarono quel sistema organizzativo di straordinaria efficacia che unì tutti i credenti in un’unica struttura istituzionale. La loro campagna contro l’eresia tradiva un riconoscimento del suo potere persuasivo; ma i vescovi prevalsero. Qualche tempo dopo la conversione dell’imperatore Costantino, nel IV secolo, quando il cristianesimo divenne religione ufficiale, la lotta contro l’eresia si fece più aspra. Il possesso di libri denunciati come eretici fu considerato un reato e i libri stessi furono bruciati e distrutti. Ma in alto Egitto, nei pressi della città di Nag Hammadi, qualcuno prese i libri gnostici proibiti e li mise al sicuro sotterrandoli all’interno di una grotta, nella giara che li ha custoditi per quasi 1600 anni.

Violairis

 

 

 

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