07 | 09 | 2010
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PERSONAGGI E GRUPPI: I PRIMI DISCEPOLI (I PARTE)

  1. Ancora una volta, il Battista

  • Anche per ciò che riguarda i primi discepoli di Gesù, il Quarto Vangelo si distingue dai sinottici nel narrare la vicenda del loro incontro con il maestro galileo. Vediamo in che modo dando, come di consueto, la parola al testo.

Gv 1:35-39

35 L'indomani, di nuovo, stava Giovanni e due dei suoi discepoli 36 e, fissando Gesù che camminava, dice: «Ecco l'agnello di Dio». 37 E udirono i due discepoli lui che parlava e seguirono Gesù. 38 Essendosi voltato, allora, Gesù e avendo visto quelli che lo seguivano, dice loro: «Che cosa cercate?». Questi, allora, gli dissero: «Rabbi -che si dice, tradotto, maestro- dove rimani?»

39 Dice loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove rimaneva e presso di lui rimasero quel giorno. Era circa l'ora decima


  • Ci eravamo appena congedati dal Battista ed eccolo ricomparire sulla scena ancora una volta: si presume che stia sempre là dove l'abbiamo lasciato, sulla sponda orientale del fiume Giordano, presumibilmente nella Betanea, ad est della Galilea (Gv 1:28). Ebbene, lì si tova; e, insieme con lui, vi sono anche due dei suoi discepoli. Alla loro presenza, pertanto, Giovanni pronuncia la stessa frase che aveva già pronunciata il giorno precedente (Gv 1:29): «Ecco l'agnello di Dio». Ed ecco che, al solo sentir pronunciare questa frase, i discepoli di Giovanni si mettono a seguire Gesù (Gv 1:37).

  • Gesù è presentato come itinerante: passa di là e non si ferma. Non lascia alternative: mentre il Battista sembra essere più «stanziale» (e difatti lo vediamo immergere nello stesso luogo, a quanto narra il Quarto Vangelo, per tre giorni di fila -cfr. Gv 1:28;29 e 35), Gesù si sposta continuamente. Chi intende stare con lui è obbligato ad errare anch'egli, anch'ella: non viene promessa, né permessa, sembrerebbe, alcuna stabilità o, quantomeno, alcuna staticità. Stare con Gesù significa camminare con lui; più specificamente, significa seguirlo: ed è proprio quanto faranno i suoi primi due discepoli, che lasceranno il Battista ed il luogo presso cui egli battezzava per mettersi al seguito di questo che il loro maestro aveva riconosciuto come l'«agnello di Dio», il messia promesso dalle Scritture e atteso da Israele.

  • Ci troviamo, ancora una volta, in presenza di un evento che dobbiamo leggere su un piano distinto (cronologicamente e teologicamente) rispetto a quello narrativo: destinatari di questo racconto sono, infatti, le donne e gli uomini della comunità giovannea, al'interno della quale, ormai lo sappiamo, esisteva con buone probabilità una corrente persuasa del fatto che il messia fosse il Battista e non Gesù. Procedendo nel suo intento di sconfessare l'attendibilità di tale ipotesi, il redattore dello scritto mette in atto, una volta ancora, un artificio letterario assai efficace, mediante il quale fa esprimere allo stesso Battista quelle che, in verità, sono le sue convinzioni relative al significato e alla persona di Gesù.

  • Motivo per cui è lo stesso Battista a compiere un'affermazione messianica, a riferirla a Gesù e non a sé e ad «indirizzare» correttamente lo sguardo dei suoi stessi discepoli, invitandoli a dirigerlo verso Gesù. Come a dire, senza bisogno di dirlo: è a lui che dovete guardare, non a me; e, va da sé, è lui e non me che dovete seguire. Detto, fatto. I suoi sembrano intendere al volo e, senza nemmeno congedarsi dall'amato maestro, si mettono al seguito di Gesù.

  • Si tratta, com'è evidente, di un racconto paradigmatico, attraverso il quale il redattore del vangelo intende esprimere palesemente il proprio auspicio: quello che tutte e tutti i membri della sua comunità si dimostrino capaci di compiere lo stesso «spostamento di sguardo» e la medesima scelta di sequela. Perché questo avrebbe desiderato lo stesso Giovanni.

 

2. Un dialogo da decifrare

  • Ecco che, improvvisamente, quando ancora muovevano, timidi, i primi passi dietro Gesù, i due discepoli del Battista si sentono interrogati: Gesù, infatti, si volta e domanda loro: «Che cosa cercate?». Si volta, anzitutto: gesto significativo, espressione pregnante nella nostra lingua, per cui, chi compie quest'azione, mostra all'altro il proprio volto. Li guarda e si lascia scrutare: non dà loro le spalle. Già sin d'ora è possibile percepire che si tratta di una sequela del tutto particolare, di un cammino da compiere stando «faccia a faccia» con Gesù che, secondo l'evangelista, mostra il volto stesso di Dio: è uno «starsi di fronte» il discepolato, un camminare che richiede riconoscimento, non sudditanza o dipendenza.

  • E di discepolato soltanto si può parlare nel Quarto Vangelo, non di «chiamata» di queste che sono le prime due persone che si mettono alla sequela di Gesù: Gesù, infatti, non le chiama. Sono loro stesse, piuttosto, che si mettono a seguirlo, compiendo, peraltro, la scelta di abbandonare il loro primo maestro.

  • Subito, accompagnando lo sguardo, la domanda: «Che cosa cercate?». Sono, in maniera assai significativa, le prime parole che Gesù pronuncia all'interno del Quarto Vangelo. Si tratta, anzitutto, di parole rivolte alle donne ed agli uomini, suoi primi interlocutori, soggetti ai quali il suo amore incondizionato si rivolgerà nell'arco di tutta la sua vita. Ma si tratta anzitutto, come detto, di una domanda: quella fondamentale a cui il discepolo e la discepola sono chiamati a rispondere; non tanto attraverso una confessione di fede verbale, quanto, piuttosto, attraverso la prassi che si dichiarano disposti e disposte a vivere.


Excursus: domande, più che risposte

È tutt'altro che inconsueto imbattersi in realtà, specie ecclesiastiche, entro cui si predica indefessamente Gesù (la sua stessa persona) come risposta agli interrogativi ed alle inquietudini dell'esistenza umana. Senza voler in alcun modo disprezzare la sincerità con la quale alcuni compiono tale affermazione, è opportuno, al contempo, soffermarsi sui rischi ai quali essa può esporre: in particolare, quello di cessare di domandare e di domandarsi. Sin dall'inizio del Quarto Vangelo, Gesù viene significativamente presentato come colui che interroga, non (primariamente) come colui che risponde. Il mettersi a camminare insieme con lui costituisce certamente una risposta, aliena da qualsivoglia ipocrisia intellettuale; però, nella vita del discepolo, la domanda che Gesù gli rivolge deve rimanere aperta, deve accompagnare il suo percorso e costituire la sua «sana inquietudine quotidiana», in modo tale da evitare la facile illusione di aver trovato tutte le risposte, prima ancora che vengano posti gli interrogativi. Gesù non è «la risposta», per così dire, «preconfezionata» alle molteplici, contraddittorie e spesso incomprensibili situazioni della vita: può diventarlo, per chi si dispone a seguirlo, nel momento in cui si cammina «come egli ha camminato» e, lungo questo perenne itinerare, si mantiene la sete di domande e la disponibilità a lasciarsi interrogare sempre di nuovo da Dio, dalla vita e dagli incontri di cui essa è fatta.

Ogni risposta, infatti, è sempre provvisoria, poiché, come ci ricorda opportunamente il teologo della liberazione Leonardo Boff, «l'essere umano è per essenza un essere in cammino», una creatura precaria (termine che condivide significativamente la propria etimologia con il verbo pregare):  senza porsi domande e senza porle, questo cammino, inevitabilmente, si interrompe e, quel che è peggio, la coscienza autentica della propria precarietà si smarrisce.


  • Questa, dunque, la domanda di Gesù che attraversa il tempo per essere rivolta a chi, come noi, oggi, intende proclamarsi suo discepolo o sua discepola: che cosa cerchiamo? Dalla risposta a questo interrogativo possiamo avere un'idea di chi sia colui che stiamo seguendo. Particolarmente significativo mi pare il fatto che Gesù domandi che cosa e non chi stiamo cercando: quasi a sottolineare, credo, come il centro sia rappresentato da un evangelo praticato e vissuto e non (come spesso si predica ecclesiasticamente) da una confessione di fede relativa alla sua persona, che rischia di rivelarsi astratta e, comunque, insufficiente.

  • È possibile, difatti (ed il celebre episodio della «confessione di Pietro», in Mc 8:29-33, lo dimostra apertamente), confessare Gesù come messia e figlio di Dio e, nonostante ciò, non aver compreso di lui l'essenziale, che consiste nel suo mdo del tutto peculiare di esserlo: un modo che lo costringerà ad abbracciare il destino degli oppressi quale conseguenza di un evangelo predicato agli ultimi che è e speranza per i miseri. Senza questa consapevolezza non vi è comprensione di Gesù perché non vi è comprensione di quell'evangelo dal quale, come chiese, dovremmo imparare per prime a non dissociarlo.

  • I due discepoli di Giovanni dimostrano di aver già cambiato maestro: rivolgendosi a Gesù, difatti, lo chiamano Rabbi (ovvero nello stesso modo in cui, presumibilmente, chiamavano il Battista). Immediatamente, il redattore del vangelo fornisce la traduzione greca di questo termine ebraico: ciò lascia presumere che tra i membri della comunità ai quali egli si rivolge vi fossero dei cosiddetti «proseliti», donne e uomini che si avvicinavano al messaggio dell'evangelo proveniendo da culture diverse da quella ebraica. A tale proposito, è bene sottolineare come tale dato non deve necessariamente portare a pensare che il contesto entro il quale collocare il Quarto Vangelo sia quello dell'area egea: ampie fette del territorio limitrofo alla Giudea erano infatti di cultura ellenistica e di lingua greca. Ed è qui che, insieme con la maggior parte degli esegeti contemporanei, riteniamo che vada individuato il contesto geografico e culturale nel quale e per il quale il Quarto Vangelo venne redatto.

  • Nel nostro passo, però, a domanda risponde domanda: i discepoli, infatti, chiedono a loro volta qualcosa a Gesù. Molti traducono la frase nel modo seguente: «Dove abiti?»; però, propriamente, l'interrogativo suona: «Dove rimani?». Facendo seguito alla domanda posta da Gesù, quella rivoltagli dai discepoli costituisce comunque, sia pure in una formulazione originale perché interrogativa, una risposta al suo: «Che cosa cercate?». «Cerchiamo di sapere dove rimani». «Rimanere» (in greco μένειν – ménein) è un verbo ricorrente nel Quarto Vangelo, dove viene utilizzato in un'accezione del tutto peculiare: è il verbo della vicinanza, della relazione e della continuità di entrambe. L'abbiamo già incontrato nel racconto della discesa dello spirito che, una volta giunto su Gesù, vi «rimane» (Gv 1:32).

  • Ma, ancor più forse, è il verbo che più intimamente lega Gesù ai suoi: il verbo usato da Gesù all'imperativo nella celebre immagine della vite e dei tralci («Rimanete in me ed io in voi: come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così nemmeno voi se non rimanete in me.» - Gv15:4-5). Rimanere presso Gesù significa, secondo l'evangelista, rimanere presso Dio, poiché chi si trova vicinoa Gesù si trova vicino all'amore: e Dio, come dice la prima epistola di Giovanni (appartenente, con ogni probabilità, allo stesso contesto comunitario del vangelo, che nel frattempo si è sviluppato), «è Amore» (I Gv 4:8). Continua infatti il capitolo 15 del vangelo: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre e rimango nel Suo Amore» (Gv 15:10).

  • Ancora una volta, il «rimanere» è riferito ad un atteggiamento più che a una persona: come a dire (e la prima epistola di Giovanni lo dirà chiaramente, quando affermerà: «Chi dice di rimanere in lui è tenuto, come lui ha camminato, anch'egli, così, a camminare» -I Gv 2:6) che chi si discosta da una determinata prassi (non appena e neanche principalmente da una determinata confessione di fede verbale) non può considerarsi nel solco di Gesù.

  • Osserveremo spesso, nel corso del nostro studio del Quarto Vangelo, come non sia possibile limitare la nostra analisi ad una sua singola sezione senza operare degli «sconfinamenti» che ci permettano, mettendola in contesto, di comprendere la profondità e la pluralità dei sensi che una singola espressione racchiude in sé. Diversamente, rischieremmo di non riuscire a cogliere tutta la ricchezza e la complessità del linguaggio giovanneo: acquisire dimestichezza con esso, però, è tutt'altro che semplice ed immediato. Al contrario: richiede pazienza, fantasia, intelligenza (nel senso etimologico che rinvia ad intus-legere, «leggere dentro» e, pertanto, ad un'altra profondità) e, sopra ogni cosa, frequentazione assidua del testo: perché è quest'ultima, proprio come in una relazione tra amici, a consentire conoscenza in senso autentico e non meramente tecnico o nozionistico.

  • Per conoscere un autore ed il suo linguaggio, la prima cosa da fare, anche se può apparire banale, è frequentarlo: se ciò non avviene, ogni studio, per quanto «specialistico» o dotto, non può che risultare vano. Per addentrarsi nel Quarto Vangelo, la guida migliore e più sicura è il Quarto Vangelo: meditarlo, frequentarne le pagine, coglierne gli infiniti rimandi, le complesse e spesso impercettibili relazioni "intratestuali", costituisce il miglior modo per cercare di approfondire i significati di questo scritto estremamente complesso e affascinante.

  • I discepoli, dunque, rimangono con Gesù: e l'invito a rimanere è, come sempre, rivolto alla comunità giovannea in ascolto del vangelo e a quella nostra di oggi che ha ancora necessità di ascoltarlo per poterlo comprendere e vivere. Per sapere dove egli rimane (ovverosia presso il Padre, che poi vuol dire, indissociabilmente, presso le donne e presso gli uomini che del Padre rivelano il volto), Gesù comanda ai novelli discepoli una sola cosa (una, non due come talvolta si crede): andare con lui. Insomma: una volta ancora, camminare insieme con lui, levare le ancore, non restare intrappolati nella falsa sicurezza dell'immobilità.

  • L'itineranza è la condizione imprescindibile del discepolato: parrebbe ovvio, ma non lo è. Basta guardare a come la maggior parte delle realtà ecclesiastiche lo intende (al di là dei proclami) per rendersi conto di quanto esso costituisca, oggi come allora, un chiaro invito, se non un'esplicita provocazione, ad una sequela che offre poche garanzie ed espone a molte difficoltà: quelle stesse difficoltà alle quali Gesù andò incontro per aver vissuto e predicato con fedeltà l'evangelo. Quelle difficoltà che invece, spesso, le nostre chiese sembrano non incontrare per manifesto «accomodamento», credo, nei confronti delle logiche dominanti che garantiscono loro, non di rado, benefici e privilegi.

  • Il «vedrete» (espresso al futuro e non all'imperativo) sarà allora una conseguenza del mettersi alla sequela: chi seguirà vedrà e vedrà perché avrà seguito. Chi va con Gesù, insomma, chi percorre insieme con lui la via che egli stesso ha percorso, costui, costei, vedrà: vedrà dove rimane Gesù. E Gesù, secondo l'evangelista, rimane presso Dio: ma vi rimane (e qui sta il fulcro) come messia sconfitto agli occhi delle logiche di potere. Come a dire: chi gli va dietro non deve aspettarsi un destino diverso. Eppure si tratta di un destino che, come chiese, ci è oggi pressoché ignoto: ma ciò non sembra affatto inquietare i più.

  • «Vedere» (οράω – oráo) è un altro dei verbi-chiave del Quarto Vangelo: viene utilizzato, nel nostro passo, come verbo della verifica, dell'esperienza; il suo perfetto, οιδα – oida, ha uno stretto legame con il verbo sapere. Insomma: chi vede, conosce. Ed è questo l'invito che fa Gesù a questi suoi primi, ignari e improvvisati discepoli: venite e conoscerete. Però nel senso di un conoscere eminentemente pratico, figlio di quel cammino fecondo che non c'è modo di eludere se veramente si vuole divenire, ogni giorno di nuovo, discepole e discepoli.

  • E così succede: i due vanno e vedono (e, presumibilmente, comprendono). Convinti da ciò che vedono, decidono di rimanere anche loro là dove Gesù rimane: è la nascita della comunità, che «pianta la sua tenda» nel luogo in cui Gesù l'ha piantata, nei pressi del Padre, nei paraggi di quelle donne e quegli uomini che il Padre comanda di amare senza riserve e nonostante le conseguenze a cui questo stesso amore porterà quanti lo mettono in pratica.

  • I due vi rimasero un giorno. L'indicazione di tempo con cui i nostri versetti si concludono, potrebbe riferirsi sia alla scena che abbiamo letta, sia a quella che seguirà: non è chiaro se si tratti dell'incipit del racconto successivo o del finale di quello su cui ci siamo soffermati. Due particolari, però, fanno propendere a favore di quest'ultima interpretazione: anzitutto, il fatto che, normalmente, l'evangelista pone le indicazioni di tempo al termine delle scene che ha descritte (si veda, ad esempio, il già citato riferimento che figura in Gv 19:14); in seconda istanza, il fatto che, nella cultura ebraica, il giorno ha inizio sul far della sera e si conclude al sorgere del sole: per cui i due discepoli incontrano Gesù poco prima dell'imbrunire (l'ora decima corrisponde, infatti, alle quattro del pomeriggio).

  • Le indicazioni di tempo fornite dall'evangelista non sono mai casuali: il significato di questa, però, è di difficile interpretazione. Sembrerebbe trattarsi di due persone che si pongono alla sequela di Gesù in un'età già avanzata: del resto, i due erano già prima discepoli del Battista. Così, quando sulle loro vite, già, si fa sera, decidono di incamminarsi.

 

past. Alessandro Esposito

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