PERSONAGGI E GRUPPI: I PRIMI DISCEPOLI (II PARTE)
- Pietro: una chiamata indiretta
- Tutti e tre i vangeli sinottici concordano nell'indicare Simone detto Pietro come il primo (insieme a suo fratello Andrea) dei discepoli chiamati da Gesù. Il Quarto Vangelo, ancora una volta, si distingue: vediamo in che senso, prima di provare ad interrogarci sul perché di questa scelta operata dal redattore.
- La scena che abbiamo analizzato in precedenza descriveva il passaggio di due discepoli del Battista alla sequela di Gesù (Gv 1:35-39): di uno di loro, il seguito del racconto menziona il nome. E sarà questi a dare avvio alla situazione che cercheremo di approfondire insieme quest'oggi e che il prosieguo della narrazione descrive.
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Gv 1:40-42 40 Era Andrea, il fratello di Simon Pietro, uno dei due che avevano udito da Giovanni e avevano seguito lui [Gesù]. 41 Trova questi per primo il proprio fratello Simone e gli dice: «Abbiamo trovato il messia» (che è tradotto cristo). 42 Lo condusse da Gesù. Avendolo guardato, Gesù disse: «Tu sei Simone, figlio di Giovanni: tu sarai chiamato Cefa» (che si interpreta Pietro) |
- Il testo ci informa, in primo luogo, che uno dei due che per primi si erano messi (volontariamente e dopo aver dato ascolto alle parole del Battista) a seguire Gesù, era «Andrea, il fratello di Simon Pietro». Già da come la cosa viene resa nota, si comprende che il personaggio più conosciuto, tra i due, è Pietro, perché per far capire agli uditori chi fosse Andrea, è sufficiente per il narratore dire che si tratta di suo fratello: di qui intuiamo che Pietro, in qualche modo, era già noto in seno alla comunità giovannea.
- Nulla viene detto dell'altro discepolo: come spesso avviene all'interno del Quarto Vangelo, questi rimane un personaggio volutamente anonimo (così accade per la madre di Gesù o per il «discepolo amato», entrambi significativamente senza nome nel testo giovanneo). Tale anonimato può essere letto, ovviamente, in vari modi, giacché un silenzio si presta a più interpretazioni rispetto a qualsivoglia affermazione. Vorrei suggerirne due.
- In prima istanza il discepolo "innominato" potrebbe essere quello che Gesù poi amerà più degli altri (affermazione che può suonare scandalosa ma che ricorre nel testo giovanneo). Tale lettura, però, è fondata più sull'immaginazione (che certo, nell'esegesi biblica, non è vietata, a patto che non avanzi pretese di univocità) che non sul riscontro del testo: oltre al fatto che si tratta, come abbiamo detto, di dar voce ad un silenzio, c'è da aggiungere che la figura del discepolo amato compare nel Quarto Vangelo soltanto a partire dal tredicesimo capitolo. Pertanto, supporre che possa trattarsi di lui è un'illazione: può piacerci, ma è lungi dall'essere un'ipotesi verificabile.
- In secondo luogo, non nominare un personaggio consente all'uditore e all'uditrice di identificarvisi: in altri termini, l'innominato può rappresentare ciascuna e ciascuno che intende mettersi alla sequela di Gesù. Si tratta di un espediente narrativo che anche altri redattori evangelici utilizzano (lo stesso avvine, ad esempio, nel noto brano dei «discepoli di Emmaus», laddove viene nominato uno soltanto dei due: Cleopa).
- Ora, però, ci interessa capire perché il Quarto Vangelo si discosti dai sinottici e non preveda, a differenza di essi, non tanto una chiamata (perché questa, lo abbiamo detto, non avviene per nessuno dei discepoli nel testo giovanneo) ma nemmeno un primo «incontro diretto» tra Gesù e Pietro. Quest'ultimo, infatti, viene avvisato dal fratello del fatto che il messia promesso ad Israele, finalmente, è giunto: in un certo qual modo, Simone arriva a Gesù in maniera mediata, «per interposta persona». E ormai conosciamo abbastanza il redattore del vangelo giovanneo per sapere che non può trattarsi di un particolare casuale: ha il suo significato e a noi spetta di vagliare le ipotesi per cercare di approfondirlo.
2. Qualche precisazione riguardo ai «dodici»
- Il Quarto Vangelo presenta, tra gli altri, un particolare assai degno di nota: è l'unico, tra i quattro testi canonici, a non possedere un elenco dei cosiddetti «dodici», quelli che la tradizione sinottica denominerà apostoli (dal verbo greco αποστέλλω – apostéllo: «inviare»). Marco, Matteo e Luca presentano un elenco pressoché coincidente (si vedano, in proposito: Mc 3:13-19; Mt 10:1-4 e Lc 6:12-16 -con parallelo in Atti 1:13), eccezion fatta per uno dei dodici, identificato con Taddeo da Marco e Matteo e con Giuda di Giacomo da Luca.
- Il vangelo giovanneo, invece, non presenta alcun elenco: parla di singoli discepoli, ma non li nomina mai tutti insieme. In due sole occasioni (al capitolo 6, versetti 67 e 70; e al capitolo 20, versetto 24) il testo menziona «i dodici»: ma si tratta di due occorrenze per comprendere le quali è opportuno valutare il contesto in cui esse figurano. Prendiamo le mose dalla seconda di esse, per quanto, scorrendo le pagine del vangelo, questa compaia dopo.
- Il capitolo 20 del Quarto Vangelo è quello dedicato alle cosiddette «apparizioni del resuscitato»; nella parte finale viene raccontata la storia di Tommaso, discepolo incredulo (come tanti, del resto), storia che torneremo ad esaminare più nel dettaglio in seguito. Quel che ci interessa, ora, è il versetto 24 di questo capitolo che, parlando per l'appunto di Tommaso, lo presenta come «uno dei dodici».
- Questo particolare ci interessa perché dissuade dalla tentazione di considerare i «dodici» come una cerchia aliena da ogni dubbio, rappresentazione mitica e poco credibile di una fede senza incrinature: l'incertezza, al contrario, alberga anche nel ristretto numero dei «fedelissimi», di coloro che hanno camminato con Gesù quando egli era in vita. Nessuno, insomma, può considerarsi esente da tentennamenti: ogni fede autentica, infatti, vi è costantemente ed inevitabilmente esposta.
- Il capitolo 6 del Quarto Vangelo è quello che contiene il celebre discorso di Gesù sul «Pane di Vita»; testo estremamente complesso che, in conclusione, contiene queste parole:
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66 Da questo momento molti dei suoi discepoli si trassero indietro e non camminavano più con lui. 67 Disse allora Gesù ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Parole di vita eterna, hai (tu). 69 E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il santo di Dio». 70 Rispose loro Gesù: «Non ho scelto io voi dodici? E fra voi un divisore c'è» |
- Sino a questo momento il testo giovanneo non ha mai menzionato «i dodici», né sotto forma di elenco, né ricorrendo all'espressione: il redattore sembra però dare per scontato che quanti ascoltano il brano sappiano di che cosa egli stia parlando; difatti, non si dilunga in spiegazioni al riguardo. La cosa fondamentale, in proposito, è quella sottolineata da Klaus Wengst nel suo commentario al Quarto Vangelo:
- Nella sua risposta Pietro, in rappresentanza dei «dodici», affermerà significativamente: «Noi abiamo creduto e conosciuto»; a testimonianza del fatto che, come una volta ancora nota assai acutamente Klaus Wengst, «credere e conoscere sono due cose strettamente coniugate fra loro (...) E tale conoscenza (...) è, insieme all'atto intellettuale, riconoscimento e attuazione pratica» [Tratto da WENGST, K., op. cit., p. 285]. E tutto l'evangelo giovanneo sottolinea a più riprese l'intima e reciproca relazione tra credere e conoscere/sperimentare.
- Assai curioso risulta ciò che Gesù risponde ai suoi: «non ho forse scelto io voi dodici?». Stando al testo del vangelo, verrebbe da rispondere: no; i primi discepoli, infatti, sembrano seguire Gesù di loro spontanea volontà. Eppure non è così: non del tutto, almeno. Il discepolato, potremmo dire, è frutto della scelta del maestro e Signore, che poi, però, chiama a pronunciarsi anche il discepolo. Difatti, al v 67 Gesù aveva domandato: «Non volete andarvene anche voi?». A riprova del fatto che in ogni momento il discepolo può revocare la propria scelta: così, infatti, avevano deciso di fare molti che, sino a quel momento, «avevano camminato con lui», a seguito delle parole appena pronunciate da Gesù (Gv 6:66). Il discepolato consiste in una scelta da rinnovare quotidianamente: per questo i dodici, per bocca di Pietro, confermano la loro disponibilità a proseguire il cammino (Gv 6:68-69).
- Di nuovo, però: qui la figura di Pietro non si erge solitaria, ma diviene, piuttosto, simbolo di una «confraternita di eguali», quella dei «dodici»; ma si potrebbe dire, ampliando la visuale, quella stessa delle discepole e dei discepoli tutti, fra i quali vige uguaglianza e non sudditanza. Nessuno di essi, infatti, può legittimamente rivendicare per sé un posto di «preminenza» o di «prestigio» rispetto agli altri e alle altre.
- Al termine del nostro brano, Gesù mostra di conoscere Simone prima ancora che egli gli venga presentato dal fratello Andrea (Gv 1:42): questo particolare può essere letto in stretta continuità con quanto Gesù dirà più avanti nell'evangelo giovanneo, quando affermerà di essere «il Buon Pastore», colui che «chiama le sue pecore per nome e le conduce fuori» (Gv 10:3). Dopo averlo riconosciuto, Gesù imporrà a Simone un nome nuovo.
- Chi dà il nome, nella tradizione ebraica (che l'evangelista mostra a più riprese di conoscere profondamente), possiede, da una parte, piena signoria su ciò (o, in tal caso, su colui) che nomina; dall'altro, però, seppure ne è il Signore, lo è nel senso della responsabilità e della cura. In tutte le Scritture ebraiche chi cambia il nome (ad Abramo, ad esempio, o a Giacobbe) è Dio. Gesù, ponendo a Simone un nome nuovo (tradizione mantenuta, ad esempio, da alcuni ordini monastici), vuole comunicargli che tutta la sua vita sarà, d'ora innanzi, sotto la responsabilità diretta del suo maestro e Signore, il quale promette di averne cura. Al contempo, il nome nuovo è cifra della nuova vita che, a partire da questo incontro inatteso, avrà inizio per Simone: poiché è in ciò che consiste il discepolato.
- Il nome Κηφας (Kefàs) rappresenta la traslitterazione greca del termine aramaico כפה (kefah), propriamente «pietra». Nei sinottici questa narrazione non figura e l'unico parallelo in cui affiora la menzione del nome di Simone cambiato in Pietro è quello ravvisabile nel vangelo secondo Matteo (Mt 16:18), che sembra utilizzare la stessa tradizione nota anche al redattore dello scritto giovanneo, secondo la quale Simone è chiamato בן יונה (ben Yonah - figlio di Giona; cfr. Mt 16:17). Ma c'è un particolare rilievante ed estremamente significativo che differenzia sensibilmente i due racconti.
- Mentre in Matteo, infatti, Gesù dice a Pietro, dopo che questi lo ha confessato come «il cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt 16:16): «Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia assemblea [εκκλησίαυ – ekklesìan]» (Mt 16:18a), nel Quarto Vangelo «manca un qualsiasi accenno a un significato ecclesiologico» [WENGST, K. op. cit., p. 96]. Questa «omissione», ovviamente, segue un'intenzionalità precisa del redattore, che cercheremo di approfondire a partire dal prossimo studio.







