LA LAVANDA DEI PIEDI: O DEL DISCEPOLATO COME SERVIZIO
- Una tappa obbligata
- Per chiarire in quali termini viene configurandosi, all'interno del vangelo giovanneo, il rapporto fra Gesù e gli apostoli, in generale, e, più specificamente, la relazione che intercorre tra Gesù e Pietro, una delle tappe obbligate è costituita dal celebre episodio della «lavanda dei piedi». Prima di passare all'analisi del testo, però, sarà necessario svolgere alcune considerazioni preliminari, atte a facilitare la lettura e la comprensione del brano mediante la sua inserzione nel contesto dell'opera letteraria del Quarto Vangelo nel suo insieme e della sua precisa intenzionalità teologica.
- L'episodio si trova al capitolo 13 del vangelo; in una posizione, dunque, strategica, poiché, potremmo dire, piuttosto «centrale»: lo scritto giovanneo, infatti, nella sua forma attuale, si compone di ventuno capitoli. Ma al di là della sua collocazione, la vicenda narrata risulta nevralgica per svariati aspetti, che proveremo ad illustrare nel corso del nostro studio. Riportiamo anzitutto, come di consueto, la traduzione del brano in oggetto:
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Giovanni 13:1-20 1 Prima, quindi, della festa di Pesah [Pasqua], sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi, quelli nel mondo, li amò sino alla fine. 2 E durante la cena, avendo il divisore indotto il cuore di Giuda di Simone l'iscariota a consegnarlo, 3 sapendo che tutte le cose gli aveva dato il Padre nelle mani e che da Dio era uscito e presso Dio ritornava, 4 si alza dalla cena, depone le vesti e, avendo preso un asciugamano, se ne cinse. 5 Poi mette dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano con cui si era cinto. 6 Arriva dunque presso Simon Pietro; gli dice [questi]: «Signore, tu mi lavi i piedi?». 7 Rispose Gesù e gli disse: «Ciò che io faccio, tu non sai, adesso: conoscerai dopo queste cose». 8 Gli dice Pietro: «Non laverai i miei piedi in alcun modo!». Gli rispose Gesù: «Se non ti lavo, non hai parte con me». 9 Gli dice Simon Pietro: «Signore, non i miei piedi soltanto, ma anche le mani e la testa!». 10 Gli dice Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi [se non i piedi], ma è puro completamente: e voi siete puri, ma non tutti». 11 Conosceva, infatti, chi lo consegnava; per questo disse: «Non tutti siete puri». 12 Quando, dunque, ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti e sedette di nuovo. Disse loro: «Capite che cosa vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate "il maestro" e "il Signore": e dite bene, infatti (lo) sono. 14 Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Un esempio, infatti, vi ho dato, affinché, come io ho fatto a voi, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: non c'è schiavo più grande del suo padrone, né inviato [apostolo] più grande di chi lo ha inviato. 17 Se queste cose capite, siete beati se le realizzate.
18 Non parlo di voi tutti: io so quelli che ho scelto; ma, affinché la scrittura si compia: chi mangia il mio pane ha levato su di me il suo calcagno. 19 Sin d'ora ve lo dico, prima che avvenga, affinché crediate, quando sia avvenuto, che io sono. 20 In verità, in verità vi dico: chi accoglie qualcuno che invio accoglie me; chi, poi, accoglie me accoglie chi mi ha inviato». |
2. Considerazioni preliminari
- In primo luogo, dobbiamo tenere presente che anche tale episodio, così centrale nello scritto giovanneo, figura esclusivamente in questo vangelo: come accade infatti per molti altri passi assai noti del Quarto Vangelo, anche la narrazione della lavanda dei piedi è sconosciuta alla tradizione sinottica. Proprio per questo si tratta di uno dei brani-chiave per cercare di accostarsi allo stile narrativo e alla prospettiva teologica che caratterizzano questo scritto.
- Nonostante il Quarto Vangelo presenti la scena in modo del tutto peculiare, possiamo evincere dalla narrazione che il suo redattore conoscesse assai bene la tradizione relativa alla cosiddetta «ultima cena» che Gesù condivise con i suoi, giacché vi fa esplicito riferimento sin dall'inizio del racconto (cfr. Gv 13:2). In ogni caso, il nostro testo non contiene alcun riferimento alla preghiera di ringraziamento che Gesù eleva al Padre (quella che sta alla base della tradizione eucaristica del cristianesimo primitivo, riportata tanto da Paolo -I Cor 11:23-26-, quanto dai «sinottici» -Mc 14:22-25; Mt 26:26-29; Lc 22:14-20-) e, al suo posto, inserisce il racconto di un gesto compiuto da Gesù nei confronti dei discepoli.
- Il primo dato che balza agli occhi è quello relativo alla collocazione della cena: a differenza di quanto fanno i sinottici, il racconto giovanneo situa questo avvenimento non durante la sera di Pesah (Pasqua), bensì la sera prima. In definitiva, dunque, diversamente da quanto accade nei sinottici, quella raccontata nel Quarto Vangelo non è una cena pasquale: come il testo espliciterà più avanti, infatti, il processo di Gesù di fronte a Pilato si concluderà nel momento in cui, nel tempio di Gerusalemme, vengono sacrificati gli agnelli (simbologia che rimanda all'affermazione del Battista che aveva riconosciuto in Gesù «l'agnello di Dio», in Gv 1:29 e 1:36): ovverosia, ancora una volta, il giorno prima di Pesah, giorno chiamato, nella tradizione ebraica, della Parasheve, della «Preparazione» (della Pasqua).
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Breve excursus: la datazione dell'ultima cena nel Quarto Vangelo
Trattandosi di una questione piuttosto complessa, cerchiamo di chiarirla qui di seguito, almeno nei suoi aspetti fondamentali. Come abbiamo già avuto modo di accennare, il redattore del Quarto Vangelo mostra di conoscere assai bene le tradizioni, le feste, le usanze e la cultura proprie del mondo ebraico. L'ebraismo fa uso, a differenza di quanto facciamo noi, di un calendario lunare; persino la tradizione cristiana, in parte, ha ereditato tale scansione del «tempo liturgico»: ad esempio, proprio per ciò che attiene alla Pasqua che, seguendo il calendario ebraico, non cade mai lo stesso giorno dell'anno, giacché è legata al ciclo lunare, appunto, anziché all'anno solare. Nel calendario ebraico, invece, Pesah/Pasqua cade sempre lo stesso giono dell'anno, ovvero il 14 di Nissan. Secondo l'evangelo giovanneo, l'anno in cui Gesù fu messo a morte, la festa di Pesah cadde in giorno di shabbat/sabato. Ogni giornata, però, secondo l'ebraismo, inizia al tramonto e va sino al tramonto del dì successivo: Gesù, pertanto, celebrò l'ultima cena con i suoi la sera del giovedì (che, per l'ebraismo, è già l'inizio del venerdì); quella stessa notte, poi, fu condotto prima dinanzi ad Anna, sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, e, successivamente, al palazzo del governatore romano Pilato. Qui si conclude, con la condanna, il processo di Gesù: secondo il resoconto giovanneo è mezzogiorno del venerdì. Infine, Gesù viene innalzato sulla croce e deposto, privo di vita, prima del tramonto, ovvero, prima che avessero inizio tanto lo shabbat quanto la festività di Pesah, giacché era sconveniente e vietato dalla legge che un corpo privo di vita rimanesse esposto in giorno di shabbat (Gv 19:31; cfr. Deut 21:22). In definitiva, dunque, tutta la narrazione che va dalla cena condivisa con i suoi discepoli (Gv 13:1) sino alla sepoltura di Gesù (Gv 19:42), ovverosia, ciò che materialmente occupa circa un terzo dell'intero vangelo (!), abbraccia appena ventiquattro ore. Questo ci fa intuire già sin d'ora come l'evento della passione di Gesù rivesta nel Quarto Vangelo una centralità che, già rivestita nei sinottici, viene ribadita ed accentuata. La discordanza con la tradizione sinottica non riguarda dunque il giorno della settimana in cui viene celebrata l'ultima cena (che, tanto per tale tradizione, quanto per quella giovannea, è il venerdì), ma la festività (Pesah secondo i sinottici, Parasheve secondo Giovanni) |
- Questa diversa collocazione ha ovviamente un senso nella prospettiva teologica del Quarto Vangelo: Gesù, infatti, non celebra con i suoi una cena pasquale e, pertanto, il suo memoriale non verrà a sostituirsi (come poi, progressivamente, avverrà in seno al cristianesimo primitivo) alla celebrazione della Pasqua ebraica. In luogo del gesto, l'evangelo giovanneo pone la persona: Gesù è l'agnello. È lui stesso il sacrificio, l'innocente che, secondo quanto affermato già dal «Canto del servo sofferente» contenuto nel libro del profeta Isaia (Is 53), «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato per i nostri dolori (...); è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is 53:4-5).
- Ancora una volta, tutta la prospettiva cristologica giovannea può perfettamente essere inquadrata all'interno dell'ebraismo e, più specificamente, in seno alla tradizione profetica, da sempre in contrasto con la configurazione istituzionale proposta dal sacerdozio del tempio: con quast'ultimo, nell'arco di tutto l'evangelo giovanneo, Gesù viene presentato in costante e, in ultima istanza, insanabile conflitto.
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Secondo Excursus: se ciò che insegna la «vulgata» è da sfatare
Nonostante gli indubbi progressi avvenuti nell'ambito della ricerca storica ed esegetica e nonostante, soprattutto, gli orrori a cui ha portato storicamente l'antisemitismo, è tutt'altro che tramontata una certa lettura dell'evangelo giovanneo che sostiene con convinzione che si tratti di un testo avverso all'ebraismo; ebbene: niente di più lontano dal vero. Il Quarto Vangelo è infatti un testo profondamente permeato da aspetti propri della tradizione culturale e religiosa ebraica: appartiene, però, ad un ebraismo, per così dire, «non allineato», critico nei confronti dell'ortodossia giudaica rappresentata, in primo luogo, dal sacerdozio gerosolimitano. Pertanto, per comprendere il suo linguaggio e la sua teologia, bisognerebbe piuttosto interpretarlo come documento appartenente in tutto e per tutto all'ebraismo, sia pure nella sua componente eterodossa: una simile collocazione permette di comprendere meglio la radicalità di alcune critiche che il redattore dello scritto muove, con cognizione di causa, non tanto all'ebraismo tout-court, bensì al giudaismo legalistico e ierocratico. Tali riserve si rivelano infatti particolarmente esplicite e pertinenti, proprio perché affondano le loro ragioni in un modo per molti versi diametralmente opposto di interpretare le stesse Scritture e, di conseguenza, i volti di quel Dio che in esse si rivela: non è la stessa cosa, infatti, leggere la Tanak (nome con cui l'ebraismo designa la Scrittura, mediante le iniziali delle parti di cui essa si compone: Torah -insegnamento- Neviim -Profeti- e Ketuvim -Scritti-) dalla prospettiva di chi esercita il potere anziché da quella di chi non ne dispone e che, spesso, ne subisce le angherie e le prepotenze. Vedremo come il nostro passo in particolare ci permetterà di situare il Quarto Vangelo nel novero dei testi scritti in una situazione comunitaria conflittuale in ordine alla tematica dell'esercizio dell'autorità al suo interno. L'evangelo nel suo insieme, inoltre, può essere considerato un documento redatto entro un contesto che si trova in forte dissidio con il potere costituito, tanto poitico, quanto religioso |
- Essendo quello su cui avremo modo di soffermarci nell'ambito di questo studio il testo che inaugura il resoconto giovanneo della passione di Gesù, ci sarà dato di osservare come, già sin d'ora (ma, in realtà, si tratta dell'apice tematico, teologico e drammatico dell'evangelo considerato nella sua interezza), tutto confluisca verso il momento topico della crocifissione di Gesù. Con la sola differenza che, a partire da adesso, il tempo stringe e la narrazione, di conseguenza, si fa più incalzante, crescendo in intensità e pathos: il tempo della passione, infatti, già preasagito sin nelle prime pagine dell'evangelo, ha ora avuto definitivamente inizio.







