LA LAVANDA DEI PIEDI: O DEL DISCEPOLATO COME SERVIZIO (III Parte)
5. La cornice entro cui inquadrare il racconto
5.1 Il Gesù giovanneo
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Una volta presa in esame la struttura del testo e la sua (probabile) genesi, è possibile dedicarsi all'analisi più dettagliata delle sezioni in cui lo abbiamo precedentemente suddiviso, per cercare di ricavarne un'interpretazione coerente e approfondita. Prendiamo dunque le mosse dalla prima di queste sezioni, quella che comprende i vv. 1-3 del capitolo:
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1 Prima, quindi, della festa di Pesah [Pasqua], sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi, quelli nel mondo, li amò sino alla fine. 2 E durante la cena, avendo il divisore indotto il cuore di Giuda di Simone l'iscariota a consegnarlo, 3 sapendo che tutte le cose gli aveva dato il Padre nelle mani e che da Dio era uscito e presso Dio ritornava ... |
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Il contesto entro cui tutta l'azione si svolge è rappresentato dalla Pasqua che, dice il testo, sta per avere inizio. La Pasqua rappresenta un tema ricorrente della narrazione giovannea, poiché, secondo il Quarto Vangelo (a differenza di quanto avviene nei sinottici, i quali fanno accenno ad una sola Pasqua di Gesù a Gerusalemme), Gesù si trova a Gerusalemme in occasione della Pasqua per ben tre volte (cfr. Gv 2:13; 6:4; 11:55 e 12:1).
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Inoltre, lo scritto giovanneo collega direttamente la Pasqua all'evento della passione di Gesù, il quale, come abbiamo visto, è l'agnello che porta il peccato del mondo (si vedano, in proposito, le affermazioni del Battista in Gv 1:29 e 1:36 e l'epilogo del processo dinanzi a Pilato in 19:14, con l'accenno all'ora in cui si sacrificavano gli agnelli nel tempio).
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Il Gesù giovanneo, in tutta la vicenda, appare pienamente consapevole di ciò che sta per accadergli, padrone assoluto di una situazione che sembra non sconcertarlo minimamente: il Gesù del Quarto Vangelo, come testimonia il nostro racconto sin dal primo versetto, sa, conosce e, di conseguenza, non teme, né pare turbato. Dietro a questa onniscienza è chiaramente percepibile la mano del redattore: è a lui e al «personaggio» da lui caratterizzato, infatti, più che al Gesù storicamente vissuto, che questa piena coscienza va attribuita. Si tratta di una forte accentuazione teologica che si sovrappone, fino ad inglobarlo, allo svolgimento storico dei fatti.
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Ciò va detto perché troppo spesso, nella teologia e nella predicazione ecclesiastica, questi due piani vengono indebitamente (e volutamente) confusi, senza evidenziare quella giusta differenziazione che consente di metterli opportunamente in relazione. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l'impronta teologica del Quarto Vangelo è notevolmente più marcata rispetto a quella dei sinottici: cosa che rende problematico (per non dire improponibile) qualsiasi riferimento diretto al Gesù della storia che intenda prescinderne.
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Questo è proprio quanto è venuto a crearsi nell'arco di secoli di teologia svoltasi esclusivamente in ambito ecclesiastico, senza possibilità di contraddittorio e senza potersi avvalere dell'apporto dell'analisi storica. Per quanto quest'ultima, ovviamente, non possa accampare pretese di esaustività circa la figura di Gesù ed il suo messaggio, consente comunque, a chi ne abbia l'onestà, di evitare indebite identificazioni. Un conto è avvicinarsi al Gesù annunciatore dell'evangelo, altro è accostarlo come cristo annunciato: chiaramente i due aspetti si richiamano reciprocamente ma, proprio per questo, non coincidono.
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La piena coincidenza è invece la tesi indiscutibile invalsa in seno alle teologie ecclesiastiche: ma tale convinzione, quando vanta pretese di assolutezza, ha dalla propria parte soltanto il sostegno della dogmatica, non quello della storia, la quale, necessariamente, possiede sfaccettature più complesse e, per alcuni aspetti, insolubili.
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Quel che è certo è che al Gesù della storia, in maniera completa e definitiva, è impossibile risalire: ciò che ha attraversato i secoli è una predicazione che ne rivela i volti, al plurale. Ed il fatto che essi, helle rispettive tradizioni, non vengano a coincidere, non significa che riflettano immagini tra loro incompatibili.
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Quest'ultimo, difatti, è il timore della dogmatica che, a quanto sembra di poter constatare, teme l'approccio storico, rifiutandone ostinatamente gli stimoli all'approfondimento, alla verifica, alla ricerca. Per cui la stessa esegesi rischia di trasformarsi in una disciplina che riveste il solo scopo di ratificare dati già assodati ed in alcun modo discutibili. Mentre, personalmente, sono persuaso che esa debba servire ad approfondire il dubbio, il dibattito, la riflessione e, attraverso di essi, a far maturare una fede adulta, che dovrebbe alimentarsene, anziché cercare rifugio nel conforto effimero dato da false certezze.
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Ma in che cosa consiste questa consapevolezza del Gesù giovanneo? Sostanzialmente nel significato da attribuire alla sua (senza dubbio tragica) vicenda, che la mano dell'evangelista rende quasi placida. Gesù, dice il nostro testo, sa che la sua ora è giunta. La stessa formulazione della frase, che ricorda da vicino la situazione di un condannato a morte, non lascia spazio ad equivoci: Gesù sa di dover morire e, per giunta, a breve.
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Il tema dell'ora costituisce il punto focale della narrazione del Quarto Vangelo: quell'ora che, in più circostanze, si era rivelata di là da venire (cfr. Gv 2:4; 7:6.30; 8:20) è adesso giunta. È l'ora della passione, certamente: ma, come tale, va inquadrata nella prospettiva corretta, che non è di disfatta, ma di innalzamento, non di disperazione, ma di speranza.
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Con questa ora che ha finalmente avuto inizio, si apre tutta la vicenda della morte e risurrezione di Gesù, che occuperà l'intera seconda sezione dello scritto: gli eventi narrati da 13:1 a 19:42 riguarderanno le ultime ventiquattr'ore della vita di Gesù. Questa sola constatazione è sufficiente a far intuire l'importanza che tali eventi rivestono nella prospettiva narrativa e teologica del redattore.
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Excursus: Per capire uno scritto bisogna capire a chi è indirizzato
Spesso nei riguardi dei vangeli viene tralasciato un elemento fondamentale ai fini di una loro più approfondita comprensione: il fatto che le vicende in essi narrati abbiano quale destinatario un preciso uditorio. Il redattore del Quarto Vangelo scrive ad una comunità, la quale vive in un preciso contesto storico, geografico, culturale e spirituale. Questi elementi sono estremamente difficili da ricostruire, non dico con precisione, ma persino con una certa attendibilità: tutto ciò che è possibile fare è stilare delle ipotesi, argomentarle e riformularle mano a mano che si raccolgono dati nel corso della propria ricerca. Il Gesù che il redattore del Quarto Vangelo presenta, è un Gesù che intende parlare alla comunità contemporanea all'evangelista e alla situazione concreta e difficile che essa sta vivendo: per questo non bisogna assolutizzarne i tratti ma, piuttosto, metterlo in contesto e, alla luce di esso, decifrarlo. Il quadro che emerge da questo lavoro di onestà teologica, esegetica e storica, è quello di un Gesù che possiede i lineamenti che l'autore del testo gli ha conferiti al fine di far fronte alla delicata situazione in cui versa la sua comunità. Pertanto, il modo in cui viene riletta in prospettiva tutta la vicenda della passione e risurrezione, non appartiene alla visione che, presumibilmente, Gesù ebbe degli avvenimenti che lo coinvolsero, bensì, ragionevolmente, alla rilettura posteriore che ne fece l'evangelista, il quale la inserì entro un preciso ed elaborato disegno teologico. Questo non depone a sfavore dell'attendibilità della narrazione giovannea in tutti i suoi aspetti: è però importante tenere sempre presente che quanto emerge da questo vangelo non rappresenta di certo il punto di vista sugli eventi proprio di Gesù, quanto, piuttosto, quello del redattore. |
- La prospettiva illustrata da tutto il Quarto Vangelo e messa assai bene in evidenza dal nostro brano è quella di un Gesù che fa ritorno al Padre che lo ha inviato: nella sua essenza, infatti, la cristologia giovannea può essere definita come una «cristologia dell'inviato», di un Gesù che dal seno del Padre esce e al Padre, una volta compiuto ciò per cui Egli lo ha mandato nel mondo, fa ritorno.
- Il rapporto di assoluta intimità di Gesù con Dio è evidente nell'espressione secondo cui il Padre «tutte le cose gli aveva dato nelle mani» (v. 2). Quella di Gesù è, dunque, una vicenda improntata all'obbedienza e alla piena fiducia in quel Padre a cui appartengono le sorti del mondo, a dispetto di quanto possa apparire. Questo, dunque, è anche l'invito rivolto a quante e quanti, nella comunità dell'evangelista, vivono con ogni probabilità una situazione di persecuzione tale da gettarli nello sconforto e nel dubbio.
- L'altro elemento alla luce del quale tutto il nostro racconto va inquadrato è quello, centrale in tutto il vangelo giovanneo, dell'Amore. Gesù è, per eccellenza, colui che ama, essendo, del resto, colui che è inviato da un Dio che è Amore. Il gesto che egli compirà, dunque, è gesto d'amore, e come tale va compreso. Oltre al gesto, però, va compreso come atto d'amore anche quello all'ombra del quale la nostra narrazione si svolge: la disponibilità di Gesù ad affrontare la passione, a farsi agnello, come descritto dal profeta Isaia (Is 53).
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Gesù compie ambedue i gesti, come ricorda il testo, «per amore dei suoi» (v. 1): il che significa, anche, per amore di quante e quanti continuano a credere in lui come messia e figlio di Dio all'interno della comunità giovannea. Costoro sono degni di essere chiamati suoi amici, quegli stessi a cui Gesù, poco dopo, rivolgerà le sue parole: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici», Aggiungendo, subito, qualcosa che ricalca lo spirito del racconto della lavanda dei piedi: «Voi siete miei amici se fate quanto io vi comando» (Gv 15:13-14). Parole, queste, che fanno seguito al sommo dei comandamenti lasciati da Gesù ai suoi: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi». Anche in questo caso, con forti paralleli nel nostro racconto.
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Lo stesso amore, però, non viene senza ombre: si profila sin d'ora, infatti, il gesto che Giuda compirà, la consegna (παραδοι -paradoi- che, in greco, è sia consegnare che tradire) di Gesù nelle mani di chi lo condannerà (v. 2). Secondo l'evangelista, ad indurre Giuda al gesto è «il diavolo», letteralmente «colui che divide» (dal greco δια-βάλλομαι -diaballomai-, propriamente «passare attraverso», provocando, così, scissione): lo spirito di divisione, che minaccia l'unità fraterna delle discepole e dei discepoli, è ciò che mina costantemente lo spirito comunitario e la sua vita.
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L'atteggiamento, dunque, non è quello della condanna di Giuda in quanto persona: ciò da cui ascoltatori ed ascoltatrici vengono messi in guardia è una deriva alla quale è inevitabilemete esposta ogni fratellanza. Si tratta di un chiaro messaggio diretto alla comunità giovannea, certamente: ma credo di non sbagliare individuandovi un appello rivolto alle comunità cristiane di ogni tempo e luogo.







