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24 | 05 | 2019
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Un comandamento nuovo

Se a noi che ci professiamo cristiani venisse chiesto qual è il comandamento cristiano per eccellenza, penso che senza esitazione saremmo pronti a rispondere “ama il prossimo tuo come te stesso”. Siamo sinceramente convinti di ciò, da non venire neppure sfiorati dal dubbio che potrebbe non trattarsi di un comandamento cristiano. E infatti non lo è. La cosa può forse stupirci, anche perché è Gesù stesso a menzionarlo più d’una volta nei vangeli, ma, se riflettiamo sul concetto di amore in cui Gesù credeva, ci renderemo conto di come questo non corrisponda affatto al tipo di amore espresso nel suddetto comandamento.

Rileggendo con attenzione l’episodio evangelico di quel tale ricco (riportato in tutti e tre i vangeli sinottici), un ragazzo molto giovane, secondo Matteo, che, angosciato per la salvezza della sua anima, si rivolge a Gesù domandandogli cosa deve fare di buono per ottenere la vita eterna, ci si accorge di quanto la risposta di Gesù sia estremamente significativa (Mt 19, 16-30). Innanzitutto, nell’indicare al giovane l’osservanza dei comandamenti, egli tralascia i primi tre, cioè quelli che riguardano gli obblighi del credente verso Dio, per raccomandargli invece il rispetto di cinque di essi, che sono tutti incentrati, invece, sul nostro rapporto con gli altri, e a questi aggiunge il comandamento riassuntivo “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Dopo aver messo così in evidenza che il nostro amore per Dio passa attraverso il nostro amore per il prossimo, egli dice poi al giovane che gli basterà osservare questi comandamenti per entrare nella vita. A differenza del giovane, Gesù non sembra tanto interessato alla vita eterna quanto piuttosto al regno di Dio (o regno dei cieli, come lo chiama Matteo), ossia la comunità dei credenti dove regna l’Amore di Dio. L'unica volta che, ad esempio, nell’evangelo secondo Matteo Gesù parla della vita eterna è perché gli è stato richiesto. Questo aspetto può sembrare sconcertante, anche perché siamo abituati a certe tradizioni spirituali secondo le quali l'oggetto del messaggio di Gesù è tutto centrato sulla salvezza dell'anima. In realtà, Gesù di sua iniziativa non ne parla mai, perché non è questo il suo progetto, dal momento che la sua concezione della vita eterna è quella di una pienezza di vita per sempre, disponibile subito per quanti accolgono lui e il suo messaggio. Egli non è venuto quindi a indicare una via migliore, o più perfetta per raggiungere l'aldilà. Questo è un tema che non interessa a Gesù. Prendendone quindi le distanze, egli afferma che l'osservanza dei comandamenti, in particolare di quelli di carattere etico, è già una garanzia di una vita in questa terra e quindi anche di una vita eterna. E’ allora come se avesse detto al giovane: Se la tua preoccupazione è quella della salvezza dell'anima, hai sbagliato persona. Già Dio ti ha dimostrato la sua volontà nei comandamenti. Perché non ti chiedi piuttosto se quella che conduci è vita? Se dunque l'interesse di coloro che si avvicinano a Gesù è finalizzato alla salvezza eterna, in lui non troveranno risposta. Per queste persone basta l'osservanza dei comandamenti di Mosè, non c'è bisogno di seguire Gesù e di accogliere e praticare il suo messaggio per avere la vita eterna. La vita eterna è garantita a quanti si comportano rettamente. Essa non dipende da come ci si comporta nei confronti di Dio, ma, unicamente, da come ci si comporta nei confronti degli altri uomini. Quel che è più importante per Gesù, essere perfetti come è perfetto il Padre nostro celeste, sarà possibile, invece, solo entrando nel regno di Dio attraverso la nostra disponibilità al dono generoso di noi stessi. Per questo, al giovane che vuole ottenere la vita eterna, Gesù cerca di offrire qualcosa di più, la condizione divina (“Siate perfetti come il Padre vostro”), della quale la vita eterna è soltanto un aspetto. Gesù lo richiama quindi a ciò che per lui, molto ricco, avrebbe significato una vita posta a servizio degli altri, vale a dire la condivisione dei suoi beni. Il ragazzo gli ha chiesto il modo per ottenere nel futuro la vita eterna, Gesù lo invita ad avere nel presente la condizione divina, promettendogli «un tesoro nei cieli», cioè che Dio stesso si sarebbe preso cura della sua felicità. Egli va incontro alla sua richiesta, ma, come sempre, nella sua generosità dona molto di più.Alla sua offerta di pienezza di vita, di felicità, il giovane risponderà però con un atteggiamento di tristezza e andrà via, prigioniero della sua religiosità e delle sue ricchezze.

 

 

Un altro episodio evangelico in cui troviamo il comandamento di amare il prossimo come noi stessi è quello del dottore della legge che, con l’intenzione di mettere alla prova Gesù, cioè di verificare se la sua risposta fosse stata in linea con l’ortodossia, gli domanda quale sia il comandamento più grande della legge. Gesù gli risponde: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti». (Mt 22, 34-40)

Un episodio simile è riportato da Marco (Mc 12, 28-34). Qui lo scriba aggiunge in più l’osservazione che amare Dio con tutte le proprie forze e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Osservazione che ottiene l’apprezzamento da parte di Gesù che gli dice: «Non sei lontano dal regno di Dio». Risposta indicativa dell’importanza dell’amore come forza trasformatrice che porta l’uomo a intuire una profonda quanto sconvolgente verità, cioè che uno solo è il culto gradito a Dio.

Ma l’episodio evangelico che ci fa capire come Gesù interpretasse il comandamento dell’amore per il prossimo è quello che fa da cornice alla stupenda parabola del buon Samaritano. (Luca 10, 25-37) Qui, alla domanda del dottore della legge su cosa fare per ereditare la vita eterna, Gesù risponde con una provocazione, domandandogli a sua volta: «Che cosa sta scritto nella Legge?» (cioè, dovresti saperlo, perché vieni a chiederlo a me?) e aggiungendo poi: «Che cosa vi leggi?» (cioè, che cosa capisci?): soltanto chi vive una vita improntata a una umanizzazione profonda, chi è attento ai bisogni e alle sofferenze degli uomini capisce la parola di Dio, perché Dio è amore. E soltanto chi è in sintonia con questo amore lo può comprendere.E il rappresentante dell’ortodossia risponde: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». Gesùaccetta la risposta e, con una punta d’ironia, gli dice: la risposta è ortodossa. Fa’ questo e vivrai. Come al giovane ricco, non gli dice che con questo avrà la vita eterna, ma che si deve preoccupare di questa vita qui, se è vita quella che lui vive.

E’ interessante notare come in questo episodio non sia Gesù a enunciare il comandamento di amare il prossimo come se stessi, ma lo scriba. Amare il prossimo come se stessi era un comandamento ben conosciuto dagli ebrei, un semplice precetto, a dire il vero, presente, fra i libri dell’Antico Testamento, nel libro del Levitico (Lv 19,18), ed espresso anche con la frase ”Non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi.” Con “prossimo” si intendeva però solamente l’appartenente al proprio clan familiare o al massimo alla propria tribù. Non si tratta dunque di un comandamento cristiano, anche se Gesù, che lo interpretava in maniera apparentemente simile come: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12), ne radicalizza in realtà il senso includendo in questo amore anche quello per il nemico.

Amare Dio e amare il prossimo come se stessi rientrava nella spiritualità ebraica, secondo la quale l’amore a Dio era assoluto, totale, era radicale, con tutto il cuore (la mente) con tutta la propria vita, con tutta la propria forza, con tutto se stessi; mentre l’amore al prossimo era relativo. Il precetto non dice, infatti, amerai il prossimo tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza, ma, lo amerai come te stesso: lo amerai come ami te, cosa alquanto difficile data la fatica che già facciamo ad accettare noi stessi; in più, siccome siamo limitati, questo amore inevitabilmente è limitato. Proprio per tale motivo, si può dire che Gesù non tenesse in grande considerazione questo precetto, proprio perché in esso è l’individuo la misura di questo amore. A suo modo di vedere, amare il prossimo come se stessi finiva per ridursi all’essere capaci di quel minimo di amore che ci basta per non fare del male a nessuno.

Il vero comandamento dell’amore verso il prossimo è invece quello che Gesù nell’evangelo secondo Giovanni annuncerà come comandamento nuovo, quando durante l’ultima cena, dopo la rivelazione del tradimento, dirà ai suoi discepoli: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati così anche voi amatevi gli uni gli altri». (Gv 13, 34) Questo è il suo comandamento (Gv 15, 12) poiché il modello di questo amore è Gesù stesso.  Egli non dice amatevi come io vi amerò, ma amatevi come io vi ho amati, cioè lavandovi i piedi: non c’è amore, non è amore reale se non quello che si traduce nel servizio.

Al termine della parabola del buon Samaritano, Gesù, capovolgendo la domanda posta dal dottore della Legge («Chi è il mio prossimo?», cioè fino a dove deve arrivare il mio amore?), e ponendo così l’accento su chi si fa prossimo, fa sì che lo scriba sia costretto a considerare piuttosto da dove deve partire questo amore. Ciò lo porterà a riconoscere che prossimo dell’uomo vittima dei banditi è stato «quello che ha avuto misericordia di lui». Così Gesù gli dice: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

La misura del nostro amore verso il prossimo è dunque l’amore compassionevole di Gesù, consistente nell’impegno “soggettivo” verso il fratello, chiunque egli sia. E’ un amore completamente gratuito, un amore incondizionato che non guarda i meriti della persona, ma le sua necessità. E’ un amore che rimane sempre fedele, costante, indipendentemente dal comportamento dell’uomo. Un amore che non esclude nessuno, un amore illimitato. E’ lo stesso amore di Dio, lo stesso amore con cui Gesù ci ha amati.

Il prossimo non è perciò colui che è da amare ma colui che ama. Il prossimo non è l’oggetto da amare per ottenere la ricompensa divina, ma colui che ama come Dio stesso. Ecco perché il comandamento che Gesù ci ha lasciato è un comandamento nuovo.E per sottolinearne la reale novità, l’evangelista mette in bocca a Gesù un aggettivo particolare per dire “nuovo.” Nella lingua greca sono due gli aggettivi per esprimere ciò che è nuovo: néos e kainòs. Il primo significa nuovo nel senso di recente e anche di inatteso; il secondo, oltre a questi stessi significati, possiede in più la sfumatura di “diverso.” Ed è questo l’aggettivo che Gesù adopera per dire che il suo comandamento è nuovo perché diverso, in quanto l’amore da lui proposto è profondamente diverso nella sua essenza da quello espresso dal precetto “amerai il prossimo tuo come te stesso”. E’ un amore migliore. E’ l’amore della Nuova Alleanza (keinè diathéke), l’amore che fa di ciascuno di noi l’“uomo nuovo” (kainòs ànthropos, Eph. 2, 15) che non sente più Dio distante da sé, ma che, inondato dal suo amore, si fonde con Lui, diventando con Lui una cosa sola.

E’ sorprendente che, a differenza della religione ebraica dove Dio è il protagonista del primo e principale comandamento, nell’unico comandamento che Gesù lascia, il comandamento fondante della comunità cristiana, l’unico che sostituisce tutti gli altri, Dio non venga nominato. E’ la prova che Gesù ha demolito il rapporto con Dio basato sul servizio dovuto a Lui, per instaurare un rapporto con Dio incentrato sull’amore orientato al servizio degli altri, amore in cui si manifesta la presenza di Dio. Un amore che non può non essere visibile, e come tale costituire il tratto distintivo dei discepoli di Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,35)

 

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