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16 | 11 | 2018
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emmausUn cuore libero di ardere

Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano.Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne, ma lui non lo hanno visto».

Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. Quando si furono avvicinati al villaggio dove stavano andando, egli fece come se volesse proseguire. Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero, ma egli scomparve alla loro vista. Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore {dentro di noi} mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane. Luca 24,13-35

L’episodio dei due discepoli di Emmaus forse non è uno tra i più noti o tra i più usati nelle meditazioni ma è sicuramente uno tra i più affascinanti.

Leggendolo notiamo come alcuni luoghi comuni vengano demoliti. Il cammino sinonimo solitamente di evoluzione e crescita, è più un cammino a ritroso, è una fuga dettata dalla paura, dalla disillusione, dalla rabbia. La sosta, che si riallaccia alla staticità e preannuncia involuzione, è invece fonte di rivelazione e condivisione.

Leggiamo di risurrezione dai morti, e non mi riferisco solo a quella di Gesù quanto proprio alla rinascita dei discepoli, i quali da sconfitti e disperati risorgono pronti alla testimonianza.

Leggiamo di Gesù che, come un moderno psicologo, ascolta il disagio dei due; li lascia parlare, li lascia sfogare, potremmo dire; lascia che esprimano le loro ansie, le loro amarezze; li aiuta a vincere le delusioni; ed entra anche in empatia con loro tanto da venire invitato a fermarsi ed entrare in casa.

E leggiamo anche di metamorfosi: occhi appesantiti che trascinano passi attardanti si trasformano in occhi gioiosi che di leggerezza contagiano altri passi spediti.

Leggiamo e capiamo che i discepoli quali testimoni diretti hanno conoscenza dei fatti avvenuti a Gerusalemme; sanno tutto e si meravigliano che ci sia qualcuno che non abbia questa conoscenza. Eppure Gesù li chiama “insensati”. Senza il senso esatto delle cose. Senza ragione. Tutto ciò sembrerebbe una contraddizione, visto che essi conoscevano tutti i fatti. E a peggiorare la situazione Gesù aggiunge un altro epiteto e li chiama “lenti di cuore”.

Avevano il cuore troppo lento. Cuore lento? Qualcosa lo rallentava. Qualcosa impediva che battesse regolarmente, che fluisse naturalmente. Ma cosa? Qualsiasi cosa fosse questo “impedimento”, leggiamo che ad un certo punto del racconto pare sparisca per dare luogo ad una confessione: “Adesso sentiamo ardere il cuore”.

Magari avessero detto una frase del genere! Essi invece la pronunciano dopo, facendo memoria di ciò che avevano provato prima... «Non sentivamo forse ardere il cuore {dentro di noi} mentre egli ci parlava per la via?»

Mi sono chiesta il perché non l'avessero pronunciata proprio nel momento in cui avevano sentito ardere il cuore. Perché non dire subito: “Ehi, straniero! Sai il nostro cuore arde in questo momento mentre tu ci parli!” Perché non dimostrarlo subito anziché aspettare che lo straniero se ne fosse andato? Qualcosa glielo aveva impedito, è evidente. Ma cosa? Paura che qualcuno potesse sentirli e condannare anche loro a morte? Vergogna per aver sperato in qualcosa di impossibile? Delusione per aver creduto in un uomo che pensavano potesse aiutarli nella lotta per la liberazione dallo straniero sul loro territorio? In quale pantano era andato a finire il loro cuore? Forse non lo sapremo mai!

Ma possiamo riflettere su di noi. Riusciamo a pronunciare queste parole: “il mio cuore arde per Dio”? O qualcosa ce lo impedisce? Sappiamo dirlo a Dio? Sappiamo parlare a Dio con questo linguaggio?

Sapete, i linguaggi con cui noi possiamo parlare con Dio dipendono non solo dal modo di intendere la relazione tra noi e Lui, ma anche dall'influenza culturale, religiosa, familiare che abbiamo ricevuto.

“Nella comprensione biblica dell'uomo il centro della persona è il cuore, lev in ebraico, considerato sede della ragione, della volontà e dei sentimenti. Ciò che, nelle nostre traduzioni italiane, designiamo con i termini di “spirito” e “anima”, non costituisce mai infatti una parte totalmente separata dal resto del corpo. Il termine ebraico della Scrittura che, più frequentemente, viene tradotto con “anima” per indicare la dimensione spirituale dell'uomo, cioè il suo essere stato creato a “immagine di Dio” (cf Gn 1, 27), è il sostantivo nefesh che, fondamentalmente, significa “alito/respiro” … Inoltre talvolta indica il desiderio, la brama di qualcosa, oppure può esprimere il senso di fame, esigenza materiale di ogni essere vivente. … è sovente associato a lev, cuore.” (Elena Bartolini, Come sono belli i passi..., ed. Ancora).”

La tradizione ebraica biblica, fin dalle origini, ha inteso l'uomo dal punto di vista antropologico come un essere unitario da cui è impossibile separare la sua dimensione corporea da quella spirituale. Perciò essa ha sviluppato forme di comunicazione con Dio non solo verbali, ma anche gestuali, del corpo. Per la tradizione ebraica biblica è inevitabile che l’uomo si relazioni con Dio, dimostrandogli amore, offrendogli lode, coinvolgendo tutta la sua persona, tutto il suo essere: anima, corpo.

L'uomo occidentale civilizzato, invece, frutto del susseguirsi di diverse civiltà tra cui, e soprattutto, quella greca si è discostato dal modo di interagire dell'uomo israelita biblico con Dio.

Nell'antropologia occidentale il linguaggio con cui si parla con Dio non è il linguaggio del corpo. Scriveva così nella prefazione del libro di Elena Bartolini, il teologo e biblista di fede ebraico-cristiana, Paolo de Benedetti: “Ecco perché nella maggior parte dei nostri culti i fedeli sono figure inerti o quasi, che potrebbero anche non esserci senza che il culto cambi”.

Noi pentecostali siamo conosciuti per interagire con Dio soprattutto con il corpo, col movimento, col rumore, siamo anche conosciuti perché mancanti di cultura biblica, di studio teologico critico ecc... e questo è decisamente vero.

Ma dall'incontro con voi valdesi, abbiamo iniziato ad approcciarci a Dio e alla sua Parola dal punto di vista critico. E sapete una cosa? Non abbiamo perso l'ardore nel cuore per Dio. Anzi, con questo modo di leggere ed interpretare la Scrittura, la Parola di Dio vibra nel nostro cuore allo stesso modo o anche di più.

Ora è il vostro turno !! Forse questa frase è ardua, ma questo è il mio desiderio, che vi lasciate andare al linguaggio del corpo, che vi lasciate scaldare e sciogliere dal linguaggio del cuore.

Dobbiamo rivalutare questo nostro cuore, sede secondo gli ebrei e secondo l'ebreo Gesù, di sentimenti, di volontà e di ragione.

Il re Davide, è scritto in 2° Samuele 6: 14-16, si lasciava trasportare dalla danza davanti l'arca di Dio, e lo faceva con tutta la sua forza, perché per Dio ardeva il suo cuore. E si disinteressava di rendersi ridicolo agli occhi di chi, scandalizzato da cotanta passione, era “lento di cuore”.

Folle era il re Davide agli occhi della moglie Mikal. Folli forse voi considerate noi. Ma quante follie si fanno per amore!!!

Anche Dio ci ama di un amore folle, ardente. Per noi, Dio ha mandato il suo unigenito figlio a morire in croce.

Rita Levi Montalcini diceva: “Tutti dicono che il cervello sia l’organo più complesso del corpo umano, da medico potrei anche acconsentire. Ma come donna vi assicuro che non vi è niente di più complesso del cuore, ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi. Nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni.”

Dobbiamo rivalutare il cuore e dargli ascolto un po' di più ed aprirlo affinché arda d’amore per Dio senza impedimenti.

Lella Teresi - 9 sett 2018

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