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16 | 11 | 2018
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povertàUna fede senza favoritismi

Il testo da cui ho tratto la mia meditazione è quello previsto per questa domenica da “Un giorno, una parola” ed è estrapolato dall’Epistola di Giacomo.

L’Epistola di Giacomo è tra tutti i testi del Nuovo Testamento la lettera più scomoda. In essa non c’è alcun riferimento alla passione, alla morte, alla resurrezione di Gesù Cristo. Per tali motivi il suo inserimento nel canone biblico è stato abbastanza travagliato. Se non fosse per il primo verso sia del primo che del secondo capitolo (che sembrano siano delle aggiunte successive inserite al solo scopo di cristianizzare il testo) il nome di Gesù non verrebbe neppure nominato.

Per il semplice fatto, poi, che alcune righe entrino in contrasto con la dottrina dell’apostolo Paolo sulla giustificazione per grazia e non per opere, Martin Lutero l’ha definita “lettera di paglia”, in altre parole di poco valore.

L’Epistola, invece, si rivela con un greco tra i più colti e un vocabolario tra i più ricchi di tutta la Scrittura.

È comunque, e senza ombra di dubbio, il testo più etico del Nuovo Testamento.

Ascoltiamolo!

Giacomo 2, 1-9

Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da favoritismi.

Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d'oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e gli dite: «Tu, siedi qui al posto d'onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi?

Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi quelli che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi quelli che bestemmiano il buon nome che è stato invocato su di voi?

Certo, se adempite la legge regale, come dice la Scrittura: «Ama il tuo prossimo come te stesso», fate bene; ma se avete riguardi personali, voi commettete un peccato e siete condannati dalla legge quali trasgressori. 

Il brano offre alle comunità cristiane del tempo, come a noi cristiani moderni, un importante insegnamento di etica sociale: il rispetto dell’essere umano più debole.

Secondo l’autore dell’epistola l’essere umano più debole per Dio è il povero. 

Non credo di sbagliarmi se considero la categoria sociale dei poveri una metafora usata per indicare, anche, coloro che fanno molta fatica a vivere a causa della malattia, che sono disprezzati e disperati, che sono rifiutati e violentati, che non hanno parola, né diritti.

Così come non credo di sbagliarmi se considero la categoria sociale dei ricchi una metafora usata per indicare, di contro, coloro che agiscono con superbia, che detengono il potere, che sfruttano, che opprimono, che si autocelebrano, che impongono la propria malvagia volontà.

Non credo neanche di sbagliarmi se considero metaforicamente i “cristiani”, a cui Giacomo rivolge la sua lettera, come coloro che si vantano di essere discepoli del Maestro Gesù, di camminare seguendo le sue orme, di amare il suo messaggio, salvo poi comportarsi da adulatori servili e untuosi del potente o prepotente di turno al solo scopo di ottenere un vantaggio personale.

È certo che “favorire” il povero, che è nell’impossibilità di ricambiare il favore, non convenga. Al contrario, a favorire un ricco vi è tutto da cui guadagnare.

Noi credenti però dobbiamo seguire l’insegnamento di Gesù e discostarci da atteggiamenti di sopraffazione e dispotismo, servilismo o favoritismo del potere.

Gesù ci ha mostrato come servirci gli uni gli altri e non come spadroneggiare sugli altri. Ci ha insegnato a servire i deboli e non ad essere servili con i forti.

Ci ha mostrato come lavarci i piedi reciprocamente e non come puntarci contro il dito accusatore. Ci ha insegnato a perdonare e non a giudicare.

L’epistola di Giacomo si presume sia stata redatta verso la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60.

I 27 libri del Nuovo Testamento sono stati fissati nel canone in un arco di tempo abbastanza lungo che va dal II al IV secolo.

Dal IV secolo in poi questo libro, questo brano, questo principio di etica è stato letto, studiato, interpretato. Ma è stato mai messo in pratica? Assolutamente no! La storia ci rende testimonianza di una serie infinita di soprusi sui più deboli praticata da chi aveva potere economico, politico e religioso e spalleggiata, purtroppo, da chi questo potere lo desiderava ardentemente.

Circa 1500 anni dopo la fissazione del canone del Nuovo Testamento, nella cittadina di Montgomery, in Alabama, era il 1° dicembre 1955. La 42enne Rosa Parks aveva terminato la propria giornata lavorativa di sarta e stava per tornare a casa. Aveva preso l’autobus 2857 e si era seduta in una fila centrale. La legge prevedeva dei posti riservati nelle file anteriori per i bianchi, e dei posti riservati nelle file posteriori ai neri. I posti centrali erano posti misti: vi si potevano sedere sia gli uni che gli altri a patto che tutti i posti, davanti e dietro, fossero già occupati, e comunque la precedenza nei posti centrali spettava sempre ai bianchi. Quando, dopo poche fermate, salì un bianco, il conducente chiese a Rosa Parks di alzarsi. Lei era nera. La legge le imponeva di cedere il posto alla “razza superiore”. Quale legge? Sicuramente non una legge giusta, sicuramente non una legge equa, sicuramente non la legge di Dio, che molti bianchi d’America si vantavano di possedere.

Lei, quel 1° dicembre 1955, non si alzò, e non perché era stanca o vecchia. Non era più stanca delle altre volte in cui aveva invece ceduto il posto. Lei era stanca di subire. E aveva semplicemente opposto resistenza all’ingiustizia. Fu arrestata ma divenne paladina dei diritti dei neri. Ed oggi la annoveriamo insieme ai tanti altri nomi che hanno lottato contro lo strapotere economico, politico, sociale e religioso nel corso dei tempi.

Non pensate che le cose siano cambiate? Purtroppo agli immigrati di oggi, su alcuni autobus, non viene riservato un trattamento diverso. A distanza di 60 anni, da quel 1° dicembre 1955, le persone “perbene” pretendono di non viaggiare vicino ai migranti, i quali sono invitati dall’autista a sedersi in fondo.

Albert Einstein e Hannah Arendt, due tedeschi vittime del regime nazista, perché di origini ebraiche e costretti ad emigrare in America, contro i tanti che, pur professandosi cristiani, preferirono, per paura o interesse, non lottare contro il potere di Hitler e, assecondandolo, lo favorirono, ebbero a dire:

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che fanno male, ma a causa di coloro che stanno a guardare senza fare niente” (Albert Einstein).

“La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive” (Hannah Arendt).

L’autore dell’epistola ci invita a prendere posizione contro i ragionamenti malvagi, contro chi opprime il sofferente e contro chi favorisce l’oppressione, ricordandoci che il Dio biblico è un Dio che si schiera sempre in modo gratuito dalla parte delle vittime, che parteggia e simpatizza per gli ultimi, che difende e protegge gli oppressi.

È a loro che destina per primi il Vangelo e di loro per primi si usa per trasmettere la buona notizia del suo amore misericordioso.

Un’integrazione della tradizione giudaica al Salmo 68, dice così:

Dio è dalla parte del perseguitato. Sempre. Se un giusto perseguita un giusto, Dio è dalla parte del perseguitato. Se un empio perseguita il giusto, Dio è dalla parte del perseguitato. Se un empio perseguita l'empio, Dio è dalla parte del perseguitato.

In conclusione, vorrei chiedessimo a Dio una fede che sia a favore di chi è costretto a sedersi in terra e che vada contro chi richiede il posto migliore; a favore di chi non ha diritti e contro chi pretende doppio onore; a favore di chi è sfruttato e contro lo sfruttatore.

Una fede che faccia il bene non a chi può restituirlo, ma a favore di chi non ha come ricambiarlo. Una fede “a perdere”, insomma. Una fede sensibile al grido dell’affamato e dell’affannato, una fede che non si lasci influenzare dal profumo della prevaricazione e del predominio.

Dopotutto, come scrive lo stesso Giacomo più avanti nella sua epistola (Gc. 4,6) anche Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili.

O come disse il poeta indiano, Tagore: “Dio si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori”.

Lella Teresi - culto del 30 sett. 2018

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