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19 | 04 | 2019
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tetragrammaIl nome di Dio (Esodo 3,1-14)

Riflessioni per il culto del 3 febbraio 2019 nella chiesa valdese di Marsala

Quand’ero ragazzo – avrò avuto circa 10 anni – mi capitò un fatto strano. Mi è ritornato in mente mentre riflettevo su questo brano dell’Esodo. Abitavo in una casa di campagna in una zona ove c’erano soltanto altre quattro o cinque case nel raggio di cento metri. Ero nel giardino e mia nonna veniva verso di me nel vialetto. Mi superò, arrivò al cancello e cominciò a gridare “ Maria! Maria!” “Chi stai chiamando, nonna?” “ Tua sorella, che è dalla vicina”   “ Ma non si chiama Maria! E la guardavo preoccupato.

Era vecchia, cioè a me sembrava vecchia, in realtà visse altri 25 anni, e mi dicevo “ ‘nfuddìu” Lei mi guardò, sicuramente capì cosa stavo pensando, gli occhi le sorrisero e mi spiegò“ Tua sorella è una signorinella e il suo nome non può essere messo in piazza. Lo devono conoscere quelli che lo devono conoscere”   E intanto mia sorella stava arrivando, perché aveva riconosciuto la voce.

Qualche mese fa ho partecipato ad un incontro. Seduti attorno ad un tavolo eravamo una quindicina e diversi erano nuovi. “Mi sembra opportuno che, prima di cominciare, ognuno di noi si presenti agli altri”, propose Franca. Così, a giro, uno pronunciava il proprio nome ( il nome, senza il cognome) e gli altri lo guardavano, come a fissarselo nella mente, quel nome quel volto, quel volto quel nome

Su Facebook sono rari ( almeno così a me sembra) i nomi senza volto. Perché tu vuoi essere tu, e il tipo di rapporto che cerchi di creare è con persone di cui conosci volto e nome o sei interessato a conoscerlo. Invece il mare di commenti, di battute, di insulti e controinsulti, di divagazioni nel web rimane senza volto e senza un vero nome. Probabilmente perché non interessa la propria identità, anzi si sta fuggendo dalla propria identità, e non interessa la risposta. La risposta senza l’identità di chi ti risponde è un’eco che vaga fra le nuvole.

Già, l’identità. Il nome mi identifica. Eppure, nella gran parte dei casi, il nome non te lo sei scelto tu. Te l’hanno appiccicato addosso alla nascita. Però, quasi sempre, appena siamo in grado di capirlo ce ne impadroniamo, “è il mio nome!”, ne diventiamo gelosi: Appena impariamo a scrivere, riempiamo pagine e pagine per dargli una forma che sia “la mia! Nessuno potrà scrivere il mio nome come me!” Se non ci piace o soltanto perché è un gioco di moda lo alteriamo, lo rimpiccioliamo, ma quello che poi si consolida quello, sì, quello è il mio nome. E può avvenire, anzi avviene spesso, che nella cerchia degli amici, dei parenti ti si attacchi addosso un soprannome, a volte sgradevole ma che tu a un certo punto fai tuo. Qualche settimana fa un periodico abbinato a un quotidiano ha pubblicato un piccolo servizio, divertente e significativo, sull’usanza di mettere a Napoli ( ma non solo a Napoli, aggiungo) sotto il nome e cognome nei manifesti funebri il soprannome. “ Tizio Caio detto Mustafà; Tizia Caia detta Libellula; eccetera)

Non so come esprimere il disagio anzi l’arrabbiamento contro me stesso quando mi càpita di incrociare sul marciapiede un vecchio amico, che passandomi accanto mi saluta con un “ciao, Giovanni!” e io rispondo “ Ciao!” senza aggiungere il nome, perché non sono riuscito ad afferrarlo nel labirinto della memoria. E poi il dispetto quando, a pranzo, all’improvviso quasi urlo “ Vittorio!” e mia moglie “ che succede? Chi è ‘stoVittorio?” Ah, niente, l’ho incontrato stamattina”

Il soprannome. Certo, il soprannome è importante, a volte identifica meglio del nome vero è proprio. Pensate un po’, usiamo il soprannome anche per Dio, Gli ebrei usano ADONAI e noi ce lo traduciamo SIGNORE Anche IL MISERICORDIOSO è un soprannome; qualcuno dirà, no, è una qualità. E che differenza c’è! I soprannomi indicano sempre una qualità.

Gli antichi romani prendevano molto sul serio la questione dei soprannomi, che loro chiamavano “cognomina”, tanto che ogni cittadino era identificato con tre parole, la prima era il nome come lo intendiamo noi e non gli si dava molta importanza ( Chi ha mai chiamato Cesare Gaio oppure Cicerone Marco?) il secondo era il nome della famiglia ( Cesare era della famiglia Giulia, Cicerone della famiglia Tullia). Il soprannome a Cesare era stato impresso con la nascita, nato da un taglio, ( caeso matris utero) da cui il parto cesareo; Marco Tullio aveva in faccia brufoletti che sembravano ceci; e in latino cece si dice “cicer”… Cicerone

Ma prendiamo un soprannome famosissimo, che incontriamo nella Bibbia, che è stato attribuito ad un uomo e ha poi proceduto, dopo la sua morte, per indicare un intero popolo, attraverso i secoli. Oggi continua a designare un popolo sparso per il mondo ma anche uno Stato, e israeliti vengono chiamati quelli del popolo sparso e israeliani quelli dello Stato.   Giacobbe era figlio di Isacco, fratello di Ismaele, entrambi figli di Abraamo ma di madre diversa. Giacobbe una notte lottò con un essere misterioso, “fino all’apparire dell’alba”. Nessuno dei due riusciva a vincere l’altro. Quando sta per schiarire quell’uomo misterioso lo colpisce ad un’anca, rendendolo zoppo. Ma Giacobbe non lo molla. L’uomo misterioso gli chiede il nome e gli dice, il tuo nome d’ora in poi sarà Israele, poiché hai lottato con Dio, e scompare. Anche Giacobbe gli aveva chiesto come si chiamasse e non aveva avuto risposta.  Sappiamo che tutta la famiglia di Giacobbe/Israele si trasferisce in Egitto a seguito di una terribile carestia e circa 200 anni dopo i loro discendenti erano diventati molto numerosi ed erano schiavi in Egitto,

Il Faraone aveva deciso che tutti i primogeniti maschi degli ebrei venissero ammazzati. Un neonato viene salvato dalla madre, che lo mette dentro un cesto e lo lascia tra le canne della riva del Nilo. Quel bambino verrà adottato dalla figlia del faraone che gli metterà un nome tipicamente egiziano, Mosè. Mosè da piccolo frequenta sia la sorella che la madre, presa come nutrice, e sa di essere ebreo ma cresce come egiziano. Non ci interessa qui ripercorrere tutta la sua vita. Fugge dall’Egitto dopo aver commesso un delitto, va a vivere in un territorio del Sinai, al servizio di un sacerdote che è anche un ricco proprietario di greggi. Ne sposa una figlia e fa il pastore. Questa è la sua vita. Dal racconto biblico non sembra che coltivi particolari ambizioni. E all’improvviso gli succede quanto è raccontato nel brano proposto oggi alla nostra attenzione. Incontra Dio. Incredibile, impossibile. Quale Dio? Come egiziano conosceva tanti dèi, sapeva anche che molto tempo prima un faraone aveva tentato di cancellare i culti di tutti quegli dèi, in nome di un solo unico Dio, il Sole, ma che aveva fallito. L’altro popolo presso il quale era cresciuto, a quanto pare aveva quasi perduto la memoria delle proprie origini, infatti Mosè sembra vuoto di conoscenze e di memorie tramandate. Sa una cosa, però: tu hai incontrato veramente un altro quando avviene lo scambio del nome. E sa un’altra cosa, che gli dei si incontrano soltanto in simulacro, in immagini costruite dall’uomo, poiché l’essere umano un può vedere in faccia Dio senza morire. Appena intuisce che in quel fuoco si sta manifestando una divinità si copre il volto con il mantello Ma al nome non può rinunciare, il nome di questo Dio gli è necessario, glielo domanderanno, se non ha un nome lo confonderanno con uno dei tanti dèi dell’Egitto. Dio non può pretendere che gli uomini lo ascoltino e lo seguano se non si manifesta…almeno il nome. Il volto è impossibile. Per che ci crede, sarà possibile più di mille anni dopo incontrare il volto del Dio incarnato, il volto di Gesù.

IO SONO, gli dice Dio. Questo è il mio nome . E che significa? Ogni essere umano se dice “io sono…” poi aggiunge sempre un’altra parola, un nome, un attributo. Se si ferma ad “io sono” significa soltanto “ io esisto” che poi è un altro modo di dire “io sono”. Ma Dio è fermo e non dà altre spiegazioni: Io sono io sono io sono… all’infinito. Un nome impronunciabile e che non deve essere pronunciato. Un nome che non mostra un volto. Comprendiamo qualcosa dalle azioni che compie. Questo Dio che parla a Mosè dice che non può tollerare che un popolo sia tenuto in schiavitù. E Gesù ci ha testimoniato che questo Dio di Mosè non è il Dio di un popolo ma di tutti gli esseri umani, anche delle prostitute schiave sui marciapiedi delle periferie.

Giovanni Lombardo  

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