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16 | 11 | 2018
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Niente di sacro se non l’umano.

 

Per un nuovo sguardo sui testi biblici

Nell’accostare la realtà, non semplicemente il tema, del rapporto tra omoaffettività e scritture ebraico-cristiane, vorrei prendere le mosse da due brevi premesse.

La prima di esse riguarda l’aspetto nevralgico del linguaggio e dei contenuti che esso veicola: sono difatti dell’avviso che sia opportuno imparare a confrontarci non con l’omosessualità, bensì con l’omoaffettività, termine assai più attento, a mio avviso, al fatto che al centro delle relazioni che coinvolgono sentimentalmente due donne o due uomini vi sia una dimensione affettiva variegata e complessa, in seno alla quale la componente sessuale è certamente significativa ma non univoca: la concentrazione esclusiva su quest’ultima è dovuta ad un’ossessione che contraddistingue le ristrettezze ed il rigore del pensiero ecclesiastico, non la realtà viva e pulsante delle relazioni.

La seconda premessa è invece relativa alla modalità scelta per questo incontro: sono infatti persuaso che sulla realtà dell’omoaffettività sia più urgente e potenzialmente più fecondo riflettere che non pregare: lungi da me negare l’importanza di questa seconda dimensione, ma la dissociazione tipicamente occidentale – e del tutto estranea al pensiero ebraico – tra preghiera e riflessione mi induce a pensare che la nostra carenza riguardi assai più il secondo termine di questo binomio che non il primo. Alla discriminazione non si pone rimedio (soltanto, né, a mio giudizio, precipuamente) con la preghiera, ma con gli argomenti: ed è attraverso questi ultimi, che rappresentano il centro di ogni interpretazione biblica degna del nome, che intendo stilare le tappe del breve percorso che condivideremo questa sera.

Vorrei ora passare brevemente alla lettura del passo biblico da cui ho scelto di prendere le mosse per la nostra riflessione: lo proporrò nella veste modesta della traduzione che ne ho svolta dall’originale greco, così come riportato nel testo critico a cura di Nestle-Aland. 

Epistola ai Romani 1:21-27

21 Poiché, conoscendo Dio, non gli resero gloria né ringraziamento, ma divennero vuoti i loro ragionamenti e venne oscurato il loro cuore insensato: 22 ritenendosi sapienti, divennero stolti 23 e cambiarono la gloria del Dio incorruttibile in immagine ed effige corruttibile d’uomo, di volatili, di quadrupedi e di rettili 24 Per questo li ha consegnati Dio alle brame dei loro cuori, all’impudicizia, così da disonorare i loro corpi fra loro. 25 Costoro, che trasformarono la verità di Dio in menzogna e adorarono e servirono la creatura anziché il creatore, benedetto nei secoli, amen 26 Per questo Dio li ha consegnati a una passione vergognosa: le loro donne, infatti, cambiarono l’uso naturale in quello contro natura; 27 allo stesso modo gli uomini, lasciato l’uso naturale della donna, si accesero nella loro brama gli uni verso gli altri, maschi con maschi, mettendo in atto turpitudine e ricevendo in se stessi il salario che conveniva al loro traviamento (…)

32 Costoro, conoscendo il decreto di Dio secondo cui chi fa queste cose è degno di morte, non soltanto le fanno, ma approvano coloro che le fanno

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Anche in questo caso, una breve premessa, prima di passare all’analisi del testo.

Ho scelto di affrontare questo passo per due ragioni specifiche: in prima istanza, a motivo del fatto che si tratta dell’unica occorrenza biblica in cui vengano espressamente menzionate le donne, e non soltanto gli uomini; in secondo luogo, perché si tratta del pensiero espresso da colui che più di ogni altro, sebbene a sua insaputa, finirà per forgiare la teologia ecclesiale tradizionale, in particolare quella di confessione protestante.

Nell’accostarci al nostro passo, dobbiamo in primo luogo esaminarne il contesto. Ci troviamo all’inizio della lettera che Paolo di Tarso scrive alla nascente comunità ebraico-cristiana di Roma, permeata, come è inevitabile che sia, di elementi che provengono dalla complessa e variegata cultura di matrice ellenistica. L’apostolo decide di rivolgersi in prima istanza a quante e quanti si sono formati in seno a tale cultura, ereditandone gli usi, le tradizioni, la forma mentis: e, prendendo in considerazione in prima istanza gli aspetti afferenti alla sfera della sessualità, Paolo mette in risalto non tanto il proprio imbarazzo rispetto ad essi, quanto, piuttosto, la propria visione identitaria e la ferma condanna che ne deriva. La sua, pertanto, è una manifesta incapacità di confronto culturale, che parte dal presupposto che le proprie tradizioni siano non soltanto indiscutibilmente valide, ma pretenziosamente universali: si viene così a perdere la relatività quale tratto peculiare di ogni cultura, mentre si afferma, senza poterlo in alcun modo dimostrare, che le proprie usanze siano le uniche valide e fondate.

La critica dell’apostolo, difatti, è imperniata sull’accusa di stoltezza ed i costumi sessuali diffusi nella società ellenistica vengono indebitamente associati ad un politeismo considerato alla stregua di un’idolatria vituperata e banalizzata: non certo un esempio di dialogo interculturale. Paolo di Tarso manifesta una visione poco propensa alla comprensione dell’altro da sé e sviluppa una riflessione che procede per antitesi e contrapposizioni, seguendo una logica in cui sono sempre i convincimenti culturali cristallizzatisi nella cultura da cui si procede quelli che sono chiamati a prevalere nel confronto (in ultima analisi inesistente) con tradizioni differenti. 

L’apostolo è anche il primo ad utilizzare un’espressione che, in seguito, caratterizzerà il linguaggio ecclesiastico nella sua versione più conservatrice ed intollerante: il rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso viene difatti malauguratamente definito come “contro natura”, in una visione in cui ordine naturale e volontà divina venivano sostanzialmente fatti coincidere. Ragion per cui, chi violava una (presunta, ma di fatto inesistente) “legge naturale”, infrangeva al contempo la volontà divina, intesa alla stregua di un rigido codice al quale attenersi senza riserve. Il Dio di Paolo era culturalmente connotato: questo è inevitabile, naturalmente. Il punto è che questa immagine sostanzialmente fissa e per ciò stesso idolatrica può costituire un punto di partenza o, come sembra avvenire in Paolo, un punto d’arrivo: l’incontro con l’altro da sé non serve a ridefinirne i contorni ma a ribadirne i caratteri distintivi, che sono, in ultima istanza, i caratteri di una cultura e non certo quelli di una trascendenza che, per ovvie ragioni, li eccede.

Il riferimento con cui si chiude questo testo violento ed intollerante è al libro del Levitico, rotolo del Pentateuco che contiene le prescrizioni relative ad un sacerdozio rigorosamente declinato al maschile.

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Ora, qualche considerazione conclusiva, allo scopo di orientare il dibattito che farà seguito a questa riflessione introduttiva.

Sostenere, come sento spesso fare, che i limiti della posizione espressa dall’apostolo siano in definitiva quelli derivanti dalla cultura del suo tempo, è certamente vero ma parziale e, soprattutto, non dirimente: Gesù annuncia l’evangelo del regno nello stesso periodo in cui lo fa Paolo (persino qualche decennio prima) e proviene da un contesto culturale e religioso non identico ma comunque simile. Il fatto è che ogni cultura può essere riletta in chiave innovativa (e questo è quanto fece il profeta di Nazareth) o, viceversa, in una modalità che ne rafforza la deriva identitaria: Paolo si orientò in questa seconda direzione, imprimendo, come ho già detto a sua insaputa, una direzione sostanzialmente conservatrice agli sviluppi della teologia ecclesiastica istituzionale.

Sono pertanto dell’avviso che la teologia paolina andrebbe interpretata in senso critico e non accolta nella sua integrità: molti degli aspetti del pensiero dell’apostolo sono difatti improntati ad una sostanziale rigidità, non priva di conseguenze per ciò che attiene alla vita comunitaria, alla liturgia che la sostanzia e al pensiero teologico che la caratterizza. Sotto il profilo etico, l’epistolario paolino si contraddistingue per una significativa intransigenza e per uno spirito non di rado aspro ed intollerante: varrebbe la pena interrogarsi circa il fatto che l’evangelo che egli annuncia nelle sue lettere sia significativamente diverso da quello che la narrazione sinottica mette sulle labbra di Gesù, in particolare per ciò che riguarda le tematiche che concernono le relazioni umane ed il rapporto con Dio: su ambedue queste dimensioni grava, a parere di Paolo, il giudizio divino, che talvolta, per motivi imperscrutabili, si converte in grazia; secondo Gesù, al contrario, il fulcro è rappresentato dalla libertà delle donne e degli uomini quale luogo in cui il volto di Dio si manifesta in pienezza e con tenerezza.

Vorrei compiere un ultimo passo, che rappresenta una conseguenza diretta di quanto ho provato ad esprimere. Ciò che dovrebbe cambiare radicalmente nelle teologie cristiane è, in prima istanza, il rapporto con i testi che vi stanno a fondamento e, in seconda battuta, i criteri che ne regolano l’interpretazione. Riguardo al primo aspetto, dovremmo ormai considerare la bibbia come un insieme di testi che, se vogliamo che sprigionino tutta la loro ricchezza di rimandi e di significati pregnanti per le nostre vite, vanno condotti fuori dall’asfittico e opprimente perimetro del sacro. Dunque, per non impoverirne la molteplicità di sensi e le potenzialità esistenziali, la bibbia va de-sacralizzata, restituita alla sua radice di testo scritto per viandanti chiamati a scoprirne i continui richiami allo sconfinamento. Non un testo normativo, dunque, ma un insieme di scritti narrativi, mediante cui tornare incessantemente ad intrecciare i fili variopinti dell’esistenza umana con le trame imprevedibili del divino: da questo intreccio soltanto può nascere una coscienza autentica e feconda perché libera. Nella bibbia potremmo così finalmente reperire quegli interrogativi che ci mantengono in ricerca, facendo di noi delle donne e degli uomini in cammino, in ricerca, in fieri.

Quanto alle interpretazioni del testo, esse devono essere frutto di un cammino prima personale e poi comunitario, non di direttive dogmatiche: i sensi tornano a fiorire se restano in contatto con la vita e con la sua indisponibilità a lasciarsi rinchiudere entro i limiti angusti delle dottrine. In questa tendenza a disertare gli spazi chiusi, Dio e la vita si assomigliano; e a questa danza in spazi aperti, entrambi ci invitano a muovere i nostri passi incerti.

 

past. Alessandro Esposito - 23 luglio 2018 a Marsala

 

 

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