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19 | 01 | 2019
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C’è posto per la mistica nel protestantesimo?

Riprendo la fondamentale questione della spiritualità (aperta su Riforma con il «Dialogo» del 23 aprile 2010) e chiedo: che rapporto c’è fra protestantesimo e misticismo? Se la spiritualità, come dice Paolo Ricca, è«la qualità stessa della fede», cioè il modo di vivere ed esprimere la vita di fede, allora tra le tante sue forme c’è anche il misticismo, inteso come contemplazione profonda del mistero di Dio, esperienza onnipervasiva della sua presenza.
Ma esistono mistici protestanti? Secondo Elémire Zolla (uno studioso delle religioni, di tendenze gnostiche, scomparso di recente) sicuramente sì: tant’è che nella sua celebre antologia I mistici dell’Occidente troviamo testi di Lutero e Calvino. Eppure nel mondo protestante è diffusa, mi sembra, una forte diffidenza nel confronti dell’esperienza mistica. Tant’è che nelle nostre chiese ne ho sentito parlare solo raramente e in termini negativi («Noi non perseguiamo fughe solitarie nelle nebbie del misticismo…»), come se questo consistesse in una spiritualità confusa, irrazionale e individualista. Certo, tutto dipende da che cosa s’intende esattamente per misticismo: se si tratta della ricerca di una visione estatica e diretta di Dio, senza passare attraverso la mediazione della sua Parola, allora ci troveremmo di fronte a un’incompatibilità. Ma se si trattasse invece di lasciarsi assorbire in silenzio, profondamente e a lungo, dalla Parola di Dio, che rispondiamo? In definitiva: affrontare la questione della spiritualità nelle nostre chiese non significa anche chiedersi che cosa significhi per noi misticismo? Giampiero Comolli – Milano
La domanda del nostro lettore solleva un grosso problema al quale non è possibile, nel quadro di questa rubrica, dare una risposta esauriente, che richiederebbe molto più spazio di quello disponibile. Quelli che seguono sono dunque solo frammenti di risposta.
1. Il nostro lettore ha perfettamente ragione quando afferma che «tutto dipende da che cosa s’intende esattamente per misticismo». La parola, si sa, viene dal greco, dove (pronuncia mystes) significa «iniziato» ai misteri di questa o quella divinità. A sua volta mystes viene da (pr. myo), che significa «chiudere gli occhi, avere gli occhi chiusi ». Non è un caso che, quando preghiamo, di solito chiudiamo gli occhi: si potrebbe dire che la preghiera è un’esperienza mistica elementare, nella quale c’è un dialogo con Dio al quale ci rivolgiamo dicendogli «Tu», quindi entrando con lui in un rapporto personale diretto, anche se mediato dal «nome di Gesù». Malgrado il fatto che ogni preghiera vera, e non recitata meccanicamente, è in fondo un atto mistico e che fede e preghiera sono come le due facce della stessa medaglia, non è probabilmente casuale che nel Nuovo Testamento la parola mystes ( = «iniziato») non compaia mai. Vi compare invece varie volte e in diversi contesti la parola strettamente apparentata a «mistico», cioè (pr. mystèrion) = «rito segreto, mistero». Gesù parla del «mistero del Regno » (Marco 4, 11), Paolo parla dei «misteri di Dio» (I Corinzi 4, 1), del «mistero di Cristo» (Efesini 3, 3), del «mistero dell’Evangelo» (Efesini 6, 19), del «mistero della fede» (I Timoteo 3, 9) e di altri misteri ancora. Il cristianesimo sarebbe dunque anch’esso una religione di mistero, una delle tante che allora esistevano nel mondo antico, tanto in Oriente quanto in Occidente? No, il cristianesimo non è una religione di mistero, non ha riti segreti né cerimonie iniziatiche riservate al soli adepti. Nel cristianesimo nulla è segreto, tutto è pubblico, cioè offerto a tutti perché Dio, diventando uomo in Gesù di Nazareth, si è offerto a tutti e a ciascuno, e la croce, con la sua iscrizione in tre lingue (ebraico, greco e latino: Giovanni 19, 19-22), lancia il suo messaggio all’intera umanità. Questo però non toglie che proprio Dio e la sua rivelazione siano anche un mistero, come del resto lo è ogni essere vivente e quindi ciascuno di noi e tutto ciò che ci circonda: in verità «Dio non ha creato altro che misteri » (Dostoevskij). Il Nuovo Testamento dunque parla di «misteri», ma non concepisce il cristianesimo come religione di mistero. L’esperienza mistica però non è affatto circoscritta alle religioni di mistero, e anche se nel Nuovo Testamento non compaiono molti termini caratteristici dell’esperienza mistica, pure alla domanda se c’è posto per la mistica nel cristianesimo risponderei senz’altro di sì. Si tratta solo di precisare di quale mistica possa trattarsi. Perché, appunto, c’è mistica e mistica.
2. Il nostro lettore ha anche ragione quando riferisce la sua impressione che «nel mondo protestante» ci sia «una forte diffidenza nei confronti dell’esperienza mistica». Effettivamente è così. Non solo la fede e la spiritualità protestante hanno poca o nessuna familiarità con la mistica, ma essa è non di rado considerata come un’esperienza deviante e persino alienante. Non si può qui non pensare a Karl Barth (1886-1968), probabilmente il maggiore teologo protestante e cristiano del Novecento, il quale nella sua Dogmatica non esita ad accostare il misticismo all’ateismo, a dichiarare che «il misticismo è una forma larvata di ateismo»1 e a considerare l’uno e l’altro come due vie antitetiche ma parallele, una religiosa (il misticismo) e l’altra laica (l’ateismo), per affermare o per negare Dio, partendo però dall’uomo anziché da Dio stesso, cioè dalla sua rivelazione in Cristo, e quindi mancando completamente il bersaglio: l’uomo, secondo Barth, non può giungere a Dio partendo da se stesso, ma solo partendo da Cristo. Si pone però la domanda (e il nostro lettore, in fondo, la pone quando parla di una mistica radicata nella Parola di Dio): l’unione del credente con Cristo, così ampiamente attestata nel Nuovo Testamento, non potrebbe essere considerata come un’unione mistica? Quando Paolo dice: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Galati 2, 20), non parla forse come un mistico? Albert  Schweitzer non ha forse scritto un grosso volume, diventato un classico della teologia paolinica, intitolato La mistica dell’apostolo Paolo? E quando leggiamo nella Lettera agli Efesini che Dio agisce nel credente attraverso il suo Spirito facendo sì che «Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori (...) affinché giungiate ad esser ripieni di tutta la pienezza di Dio» (3, 17.19), non è forse un’esperienza mistica quella che qui è descritta? A me pare di sì, ma Barth sconsiglia anche in questo caso di parlare di «mistica di Cristo», perché l’unione del credente con Cristo non significa assorbimento e sparizione dell’uno nell’altro, ma è «un legame che lascia intatte la loro indipendenza, il loro modo di essere particolare e la loro attività propria»2. Quello che sta a cuore a Barth è che, se di mistica si parla in casa cristiana, si eviti di confondere Cristo con il cristiano, e viceversa, identificandoli, ma che si mantengano le distanze, non per separare, ma per distinguere Colui che salva da colui che è salvato, la vite dai tralci, il pastore dalle pecore, il capo dal corpo, Colui che manda da colui che è mandato, il Maestro dal discepolo, il Signore dal servitore, il Figlio di Dio da noi, figli adottati. Ma se questa distinzione è mantenuta, e quindi l’unione con Cristo è, sì, vera comunione, ma senza confusione: Lutero la chiama «felice scambio», per cui l’anima dà a Cristo ciò che è suo (le sue ansie, i suoi timori, le sue colpe) e Cristo dà all’anima ciò che è suo (la sua pace, la sua letizia, il suo perdono) – se tutto questo è chiaro nella coscienza del credente e nel vissuto della sua fede, allora nulla vieta, a me pare, di parlare di mistica cristiana come mistica di Cristo e in Cristo.
3. Il nostro lettore ha infine ragione quando afferma, citando Elémire Zolla, che nel protestantesimo esiste fin dall’inizio un filone mistico. Lo stesso Lutero ha curato, corredandola con una sua introduzione, l’edizione di un’opera mistica medievale intitolata Theologia deutsch, che lo ha senza dubbio influenzato (ne esiste una versione italiana, curata da Marco Vannini, dal titolo Libretto della vita perfetta, Tascabili Newton, Roma 1994). Anche in Calvino si possono rintracciare espressioni di tipo mistico, sia in relazione al rapporto del credente con Cristo, sia in relazione alla testimonianza interiore dello Spirito Santo. E nella storia del protestantesimo ci sono stati diversi mistici, da Jakob Böhme a William Law, da Angelus Silesius (luterano diventato poi cattolico) a Henry Vaughan, da Thomas Traherne a Gerhard Tersteegen, e ad altri ancora. Resta però il fatto che si tratta di esperienze abbastanza isolate ed è il caso di chiedersi perché il misticismo ha avuto sinora poco spazio in casa protestante. Le ragioni sono principalmente due. La prima è la giustificazione per fede che è centrale nell’esperienza di fede protestante e che pone la nostra salvezza, e quindi il fondamento della nostra vita, fuori di noi (il famoso extra nos di Lutero), e non in noi, quindi tendenzialmente non si presta a una comunione nella quale il confine tra l’Io dell’uomo e il Tu di Dio non è più chiaro e i due partner del rapporto si perdono l’uno nell’altro. La seconda ragione è quella che è stata chiamata l’«ascesi intramondana» caratteristica non solo del puritanesimo, ma di tutto il protestantesimo fino a oggi, per cui l’esperienza mistica – se di mistica si vuol parlare – si sposta dal piano teologico a quello etico, in una «trascendenza nell’aldiqua» vicina a quella di cui ha parlato Bonhoeffer nelle sue Lettere a un amico.
4. Un ultimo punto va rilevato: il nostro lettore parla di una mistica ancorata e radicata nella Parola di Dio. Questa è senza dubbio l’unica mistica che è compatibile con l’esperienza di fede protestante. Ma è possibile una mistica della Parola e nella Parola? Sì, lo è. Lo dimostra la religione ebraica, che è, in ogni sua espressione, una religione della Parola, eppure ha saputo dar vita a una tradizione mistica ricca e variegata, a cui anche i cristiani possono – se lo desiderano – ricorrere con profitto.

Paolo Ricca    Da ‘Riforma’ del 21 maggio 2010
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1. Karl Barth, Dogmatique (versione francese), vol. 4, Labor et Fides, Ginevra 1954, p. 111.
2. Karl Barth, Dogmatique (versione francese), vol. 24, Labor et Fides, Ginevra 1973, p. 190.

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