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26 | 06 | 2019
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Intervista a Giusi Caradonna

1.     Sei giovane e sei una donna molto impegnata nel sociale. Quale importanza riveste la tua fede?

Ricordo le parole dello scrittore Erri De Luca, il quale, raccontando la propria esperienza in attività di  volontariato internazionale, descriveva la fede  dei propri compagni di viaggio definendola  “un vento che gonfia le loro vele”. Una persona può non avere “La Fede” e fare comunque nella vita grandi cose. Credo sia il dono più grande che a noi credenti il Signore abbia fatto: specchiarci negli occhi di persone che vivono un sentimento fraterno e solidale senza essere ispirati da un credo religioso.
La fede, per me, spesso riveste un ruolo consolatorio, ma ancor più spesso è fonte di forte disagio, di dubbio. Perché è così difficile viverla con naturalezza. È molto forte la dissonanza che produce quando la si cala nel proprio contesto. Stride con i paradigma che i modelli sociali ci impongono, stride con i parametri che sembrano comporre la mia identità di donna  giovane, occidentale, del sud (uno dei tanti sud di cui è ricca la geografia umana). La fede, riguardo a questi caratteri identitari, lungi dal dare certezze, pone in evidenza le tante questioni irrisolte, tutte relative alla razionalità con cui essa viene vissuta, a quanto spazio le è permesso occupare, a quanto le è consentito di investire la progettualità, l’ agire, il  vissuto di ciascuna e ciascuno.

2.     Sei presidente del Consiglio di Chiesa Valdese: cosa significa e cosa comporta questo per te?

Posso dire di essere nata in seno a questa piccola comunità, piccola si, ma vivace. Sono circondata dall’affetto di  persone che sanno, e sanno fare, tante cose. Far parte del Consiglio di Chiesa significa offrire con gratitudine un servizio a questa comunità che mi ha cresciuta, ha contribuito alla mia formazione con stimoli sempre nuovi e tanto affetto.
Crescere in una comunità di credenti nella quale “si parla di tutto”, senza timore di ascoltare parole e concetti che alcuni ritengono “pericolosi”,  è stata per me l’opportunità più grande. Inoltre avere la possibilità di maturare il senso di responsabilità,  nel dare il mio contributo in seno al Consiglio di chiesa, è un’occasione formativa fondamentale. Molti  miei pari, uomini e donne, cresciuti nel conformismo di un cattolicesimo arroccato su un sistema gerarchico e sulle tradizioni, non possono maturare la stessa esperienza e nelle occasioni di confronto questa differenza si percepisce chiaramente. La fede è per me una forza che ti libera, per altri deve arginare.
 
3.     Il ruolo della donna nella Chiesa Valdese ti soddisfa?

Nelle nostre comunità  non ci sono ruoli da donna e ruoli da uomini. Questa assenza di distinzioni di ruoli mi soddisfa molto!  Grazie al fatto di essere membro di una comunità valdese, ho l’opportunità di incontrare e confrontarmi con donne e uomini di un valore, di una profondità e di un bagaglio culturale che spesso mi ha fatto sentire piccola. Trovo che sia una ricchezza questa “contaminazione”  tra fede e conoscenza: la chiesa valdese non teme la conoscenza, che altri ritengono destabilizzante e pericolosa, anzi la promuove.
Grazie al clima che si respira nelle nostre comunità, ho potuto maturare la consapevolezza che le differenze vanno valorizzate e illuminate dal principio della parità.
 
4.     In una Chiesa che crede nel sacerdozio di tutti i credenti, che ruolo riveste la figura del pastore?

Sono convinta che il nostro corpo pastorale abbia una preparazione superiore alla media dei loro pari di altre confessioni religiose, e che proprio questa formazione  renda sostanziale il contributo che  pastori e pastore offrono alle comunità che curano. La preparazione culturale e la profonda umanità, che ho trovato in tanti uomini e donne che dedicano la loro esistenza alla cura pastorale, è una grande ricchezza. Grazie al lavoro del corpo pastorale riusciamo a dare un profilo più elevato alle nostre attività e riflessioni e meglio convogliamo le energie e le potenzialità verso gli obiettivi. In particolare per la nostra comunità, stanziata sulla punta estrema di un triangolo di terra circondato dal mare, penso che i pastori abbiano fortemente contribuito a mantenere una ideale prossimità con le altre comunità valdesi e a maturare un certo senso di appartenenza.
Ricordo anche periodi in cui un pastore che curasse la comunità  non c’era e allora ciascun membro si è attivato perché la comunità continuasse a esistere.
Fondamentalmente sono convinta che la presenza del pastore offra elementi di arricchimento e crescita per le comunità, mentre mi sembra ovvio che senza comunità di credenti non esista pastore.

5.     E' una limitazione o un vantaggio il fatto che un pastore può sposarsi e formarsi una sua famiglia?
 
Io formulerei  la domanda al contrario: per la famiglia di un pastore o una pastora, è una limitazione o un vantaggio il “mestiere” del proprio congiunto?
Per l’attività di servizio che svolgono, pastori e pastore sono investiti di responsabilità e aspettative da parte della comunità. Quest’ultima spesso sviluppa una visione totalizzate del pastore, ignorando, involontariamente, che la sua personalità si componga anche di altri aspetti e dimensioni: affettività, emotività, sentimenti, fragilità. Riconoscere al pastore queste dimensioni tipiche dell’umanità è fondamentale perché la comunità cresca in modo sano.
 
6.     Il tuo compagno non è valdese, come ti rapporti con lui in merito alla fede? Può nascere un ecumenismo familiare?

Il mio compagno non crede e in questa fase della sua vita non gli interessano le questioni relative alla fede.
Incontra con piacere la mia comunità, che, con grazia e leggerezza, riesce ad accogliere anche coloro che un percorso di fede non ce l’hanno. E questo è fondamentale per me: che la comunità accolga senza interferire nell’intimità delle relazioni, cosa che in altre comunità di credenti capita, con l’ossessione del matrimonio per fugare il peccato o con la necessità della conversione del compagno. La mia comunità non mi ha mai indicato il recinto oltre il quale potevo guardare, ma non andare: questo credo che il mio compagno l’abbia percepito e apprezzato.
La seconda parte della domanda è un più complicata. Mi chiedo: se Francesco fosse stato un fervente cattolico, convinto dell’indissolubilità del sacramento matrimoniale, fermo assertore della patologia omosessuale e della condanna della contraccezione, e potrei continuare, avrei potuto allacciare una relazione affettiva con lui?
Probabilmente è un mio limite, ma credo che posizioni così nette difficilmente possano trovare una mediazione che rispetti due sensibilità così diverse, risolvendo gli inevitabili conflitti.
 
7.     Ti confronti con donne cattoliche in merito al ruolo che rivestono in seno alla loro chiesa?

Devo ammettere che il confronto spesso mi lascia delusa. Mi è capitato di trovarmi davanti a un duplice atteggiamento: a volte ottengo in risposta parole di condivisione, che poi però non si trasforma, come penso sarebbe naturale, in un cambiamento di atteggiamento e scelta.
Altre volte mi è anche capitato di confrontarmi con posizioni di rigida chiusura che mi suscita perplessità. Il problema è che tanti cattolici ancora hanno bisogno di riconoscere in alcuni uomini un’autorità e una prossimità al divino. La loro religiosità è permeata da tale esigenza e dipende fortemente da queste autorità.
Le donne cattoliche riconoscono l’autorità maschile con una naturalezza che mi sconcerta: lasciano a lei sola la possibilità di esprimere i diritti e i doveri della comunità dei credenti. Le donne non hanno diritto di parola, tantomeno hanno diritto alla Parola, dunque non possono predicare.  la Parola per me è libertà, ma loro non la maneggiano se non con grande reverenza e continuano a lasciarla nelle mani dei loro pastori uomini, che dunque sono gli unici a detenere la libertà.
a cura di Franco D'Amico - 9 maggio 2011
 
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